“I just wanted to be one of The Strokes, now look at the mess you made me make”. Sono passati 18 mesi dall’uscita di Tranquillity Base & Casino, l’ultima creazione di casa Arctic Monkeys. La prima traccia del disco, Star Treatment, comincia proprio con questa frase. Una sorta di rilettura dell’Alex Turner diciottenne e sheffieldiano mentre si confessa al suo Io trentunenne, oramai sempre più americanizzato nel mood e nel sound. Il riff iniziale composto da due accordi in 7 accompagna questo pezzo.

 

Chi mastica un po’ di musica sa che con questi due accordi si viaggia in atmosfere tardo malinconiche e al tempo stesso eleganti: a metà tra i rampanti cocktail bar di matrice 80s del quartiere snob e industriale di Indautxu, cuore pulsante di Bilbao, e gli echi mondani dei caratteristici locali di Alameda de Mazarredo.

 

Una dicotomia tardo-decadente che può descrivere perfettamente anche l’animo di un uomo incastonato tra uno splendido passato alle spalle e un presente/futuro disperso nella periferia del mondo. Il protagonista di questa storia: Fernando Amorebieta. Chissà se nella testa del basco prestato alla causa della Vinotinto un pensiero, simile alla strofa iniziale della canzone di Turner, non abbia fatto capolino nell’estate 2013: quella del suo addio da Bilbao.

“Volevo solo essere un altro Andoni Goikoetxea, adesso guarda il casino che mi hai fatto combinare”.

 

Alex Turner, proprio nel 2013, a Glastonbury. (Photo by Ian Gavan/Getty Images)

 

È una serata tiepida di fine ottobre basco, simile a quelle sull’imbrunire di marzo o inizio aprile nel nordest italiano. Anno di grazia 2009. Si gioca di sabato al viejo San Mames un Athletic Club-Atletico Madrid. La vittoria dei baschi sui cugini Colchoneros di Madrid, che poi arriverà grazie a uno stacco di testa imperioso al 19’ del primo tempo di Javi Martinez, è quotata ad una cifra abbastanza alta: manna per gli amanti delle scommesse.

 

Amorebieta si muove sul centro sinistra della zaga rojiblancos con il solito passo: un lider, un trattore prestato al futbol. Sin dal primo minuto sembra centrato su quello che deve fare e determinato a non lasciare nemmeno le briciole al duo Aguero-Forlan, e il doppio salvataggio sulla linea ad inizio match – proprio sulla coppia charruo-argentino – è il momento più alto di Amorebieta durante i 90 minuti di quel 31 ottobre.

 

Fernando, nome da principe castigliano più che da centrale difensivo basco nato in Venezuela da genitori vizcaini, surriscalda il San Mames. Il pubblico è “fallin’ in love” nei confronti del suo numero 5. Controsensi del calcio e del tifo.

Un lider, un trattore prestato al futbol.

Tutti dovrebbero essere ai piedi di Muniain o De Marcos ed invece idolatrano La Grulla (soprannome azzeccatissimo proveniente dal Sur America), che ha sigillato il pareggio iniziale come solo lui sa fare. Sarebbe curioso un giorno studiare la mente del tifoso che porta ad infiammarsi in egual maniera per Dejan Savicevic e Massimo Ambrosini, Julen Guerrero e Fernando Amorebieta: semi-divinità tecniche e very normal player tutta garra e polmoni in un’unica grande simbiosi. Un miracolo che da più di 100 anni si rinnova nelle menti di tutti i supporter del mondo.

 

Fernando Amorebieta Fabregas Getty

Qui sotto la pioggia di Bilbao (2011) a combattere con Fabregas, a proposito di garra vs classe cristallina (Photo by David Ramos/Getty Images)

 

Chi ama, studia e riflette su tutte le sfumature del Gioco, in realtà può comprendere questo parallelismo. Fernando non è un attaccante da cariolate di gol e sobbalzi sulla poltroncina. Men che meno un centrocampista tutto cuore e polmoni, sempre in voga in Bizcaya, o un giocatore dai piedi zuccherosi e la mente piena zeppa di brillanti idee e biondi capelli alla “don Julen da Portugalete”. Scordatevi un terzino dall’affondo innato o il piede mancino telecomandato.

 

Fernando Amorebieta è un difensore: centrale, della miglior specie. Uno alla vecchia maniera. All’occorrenza anche terzino sinistro, quando la necessità chiama, ma soprattutto uno potente zagueiro (“jogador basicamente encarregado da defesa”, recita la voce Wikipedia). In poche parole, la cosa più vicina ad Andoni Goikoetxea prodotta a Lezama dai 90’s in poi.

 

Uno stopper per dirla in gergo nostalgico, un numero 5 nell’accezione europea del termine. Uno che con il pallone non dovrebbe averci molto con cui spartire, ma che in realtà se gestisce le inquietudini caratteriali ti sorprende, perché – diciamocelo – il ragazzo è sul conflittuale andante.

 

Il vizietto di Fernando Amorebieta

Sul vizio dei cartellini del 5 basco ci torneremo (Photo by Michael Regan/Getty Images)

 

Amorebieta, per molto tempo, è stata considerata la naturale evoluzione di Andoni Goikoetxea, l’uomo passato alla storia – negli anni 80 – per aver macellato la caviglia di Maradona e massaggiato con parecchia noncuranza la schiena del bello e impossibile Bernd Schuster. Questi i difetti, perché in termini di mentalità il Goi è sempre stato un inno al pragmatismo.

 

Amorebieta è invece un rude dal viso angelico. La sua zazzera di capelli castano chiari si stagliava in mezzo al campo come quella di un altro riccioluto, con due piedi due decisamente più avanguardisti e passato alla storia del Gioco come uno dei 10 sudamericani più forti di tutti i tempi: Carlos “El Pibe” Valderrama. Due interpreti del futbol in contrapposizione, con qualcosa in comune: l’interpretazione alla sudamericana del partido.

 

Oltre il suo luogo di nascita, Fernando ha la maniera dei sudamericani nell’essere il padrone del campo e della difesa. Tanto dirompente in termini di occupazione fisica, quanto carismatico in termini spirituali, con un portamento degno dei 4 cavalieri storici del Sud-America (credits Buffa-Pizzigoni) come Chumpitaz, Nasazzi, Figueroa e Passerella.

 

Andoni Goikoetxea, il Macellaio di Bilbao

 

Certo, la historia futbolistica di Amorebieta poi ha raccontato altro. Che cosa di preciso? Zero titoli, ma non è da questi particolari che si giudica un calciatore. Proviamo ad andare oltre allora. Una certa duttilità in primis, una delle chiavi per capire il rendimento di Fernando: i primi passi in rojiblancos sono come terzino sinistro. Siamo nel 2005. Gli Arctic Monkeys hanno esploso una serie di hit pazzesche in Terra d’Albione e grazie a Myspace.com stanno diventando una delle indie band più performanti dei 15 anni a venire.

 

 

A Bilbao sono tempi di carestia. A Lezama scarseggiano i talenti e il team biscaglino è modesto, aggrappato alle invenzioni del duo Tiko-Exteberria. Per Amorebieta è semplice ritagliarsi un posto da titolare: nessun orpello o spazio a barocchismi. Fernando sigilla la fascia mancina da par suo, con durezza e grinta, da buon basco. Uno-due anni per capire come gira la Liga e poi il graduale spostamento verso il cuore della retroguardia. Sempre sul centro-sinistra, sempre con quel “casco” in testa di capelli in grado di renderlo riconoscibile ovunque.

 

 

Sino al 2012 la carriera di Fernando Amorebieta è un crescendo rossiniano. Insuperabile di testa, discretamente veloce in campo aperto, difficile da saltare nell’1vs1, soprattutto in contrasto aereo, e dotato di un lancio a tutto-campo abbastanza preciso. Persino elegante nel far salire la squadra palla al piede. In senso squisitamente tecnico, per alcune temporadas, Amorebieta è stato anche superiore a Goikoetxea. Come nel 2011/2012: la cavalcata in Europa League, la finale di Coppa del Rey, hanno in Amorebieta uno dei cardini dell’11 titolare di Bielsa.

 

Marcelo Bielsa, El Loco che ha restituito la nobilità calcistica ai Paesi Baschi.

 

Già, El Loco. L’argentino si innamora fin da subito di questo scapigliato centrale che per certi versi gli ricorda l’adorato Pochettino del Newell’s Old Boys, campione all’inizio della decade dei Novanta, ma il tecnico rosarino non è l’unico ad apprezzare il 5 basco. Ben prima della Golden Season 11/12, nel 2009, alla vigilia della Confederations Cup in Sudafrica, Del Bosque viene criticato da parte dei mass media spagnoli per la mancata convocazione di Fernando (e stiamo parlando della Roja meccanica che in 4 anni sconvolge il mondo e vince due Europei e un Mondiale).

 

Il baffo di Vicente la sa lunga invece, consapevole di alcuni punti deboli di Amorebieta: una tecnica con il pallone tra i piedi – lanci esclusi – modesta, scarsa concentrazione nell’arco dei 90 minuti e soprattutto mancanza di disciplina. Tattica e di gioco. Proprio come il Goi, anche Fernando talvolta (eufemismo) si lascia andare ad interventi rudi nei confronti dell’avversario di turno.

 

Una piccola, quanto emblematica, statistica. Nelle prime 15 presenze dell’annata di debutto (2005-2006), il basco-venezuelano raccoglie 8 cartellini gialli e 1 rosso. Negli anni a seguire le cifre non migliorano, sino a toccare la cifra monstre di 105 cartellini gialli in campionato.

 

Fernando Amorebieta a colloquio con Leo Messi

Nemmeno Leo Messi – o forse soprattutto lui – si è potuto sottrarre allo speciale trattamento di Fernando Amorebieta (Photo by Angel Martinez/Getty Images)

 

Aldilà del giusto o dello sbagliato nell’interpretazione del ruolo di Amorebieta, c’è un campo infinito di definizioni. Ed è forse in quel terreno che Fernando sta ancora aspettando la conclusione della sua storia.
Dopo la finale di Europa League del 2012, persa anche per colpa di alcune sue distrazioni su Radamel Falcao, il rapporto con l’Athletic si logora sino ad arrivare all’addio a parametro zero l’anno dopo, nel 2013.

 

Il peregrinare tra Londra (Fulham), Midlands inglesi (Middlesbrugh) e le Asturie (Sporting Gijon) è un malinconico addio alle armi al calcio europeo. Le ultime due esperienze tra Argentina (nei Diablos Rojos, l’Independiente de Avelleneda) e Paraguay (nel Cerro Porteno) sono un vademecum di come avere talento e disperderlo per la periferia del calcio mondiale.

 

A 34 anni, la sua storia è un monito per tanti. Di calcio, come di vita. La stoffa per essere una “referencia” alla Puyol, alla Ramos, alla Piqué, c’era tutta ed era di quelle pregiate, ma Fernando ha preferito altro. Si è autocompiaciuto dell’idea di quello che avrebbe potuto essere, senza mai arrivare al 100% delle sue potenzialità.

 

Storia comune. Ha preferito, come tanti, accontentarsi ed essere una brezza sfuggente di un tiepido autunno basco. Buona per scaldare piccole superfici di cuore di un ristretto numero di appassionati, certo, ma non in grado di superare o anche solo eguagliare il “casino” procurato dal mitico Andoni. Che peccato Fernando, vero?

 


Playlist:
• Star Treatment – Arctic Monkeys
• Reptilia – The Strokes
• Shavambucu – Miles Kane
• Blackbird – The Beatles
• Fit, but You Know It – The Streets
• The Girls and The Dogs – Scott Walker
• Gallipoli – Beirut
• The Poison Tree – The Good, The Bad & The Queen
• Step Out – Major Murphy
• Sugar Town – Nancy Sinatra
• Mister Sandman – Chet Atkins
• Barbados – The Polar Boys
• A Side/ B Side – Tipling Rock
• Sundown Syndrome – Tame Impala
• Losing You – Boy Pablo
• Kingdom & Glory – Mando Diao