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Interviste
4 Agosto

Fernando Signorini, all’ombra di Maradona

Mattia Di Lorenzo

13 articoli
Due chiacchiere con lo storico preparatore di Diego.

Dici Fernando Signorini e il pensiero vola subito a Diego Armando Maradona, non potrebbe essere altrimenti. Perché il famosissimo preparatore atletico argentino, di Diego, è stato l’ombra tutelante per grandissima parte della sua ultra ventennale carriera. Personal trainer rigoroso e attento, ne ha preso in cura il fisico ottimizzandone le prestazioni con l’obiettivo, centrato, di raggiungere i grandi traguardi che hanno poi segnato la carriera del Pibe de Oro. Considerato anche dalla famiglia del genio argentino uno dei suoi amici più leali e fedeli, esortò, inascoltato, ad un intervento drastico i dirigenti del Napoli per strappare el diez dalle grinfie del mostro della tossicodipendenza.

Signorini ha poi affiancato Maradona anche nella sua avventura sulla panchina dell’Albiceleste ai mondiali sudafricani del 2010, dove la stella in campo era Leo Messi. Innamorato di Napoli, città in cui ha vissuto e lavorato nei sette anni del vincente ciclo contrassegnato dalle prodezze del campione sudamericano, costantemente impegnato in progetti ambiziosi, ha sempre molto da raccontare. Su Diego, sulla sua esperienza partenopea, sulla sua Argentina, sul calcio in generale. Lo ringraziamo per averci concesso questa chiacchierata, con la cortesia di sempre.



Come sta e cosa fa oggi Fernando Signorini?

Grazie a Dio sto bene. Lavoro nell’ambito della scuola per allenatori messa su da Cesar Luis Menotti, l’ex tecnico dell’Argentina campione del mondo nel’78. Abbiamo oltre 2000 allievi online. Il covid ha però limitato moltissimo impegni di lavoro e spostamenti. Dovrei andare per qualche mese in Messico, vedremo se sarà possibile.

Argentina trionfatrice in Copa America, Italia campione d’Europa con una vittoria corsara a danno degli inglesi, a Londra, nel tempio del calcio: per un italo/argentino come lei non sarebbe potuta andare meglio, giusto?

Sono molto felice per l’Italia e ovviamente per i calciatori argentini. Ma ti dico che questa Copa America è stata un delle più brutte di sempre: nulla a che vedere con le avvincenti edizioni di trenta anni fa. Dopo che Argentina, Colombia e qualche altra nazione ne hanno rifiutato l’organizzazione, inaspettatamente si è fatto avanti il Brasile, che pure è dilaniato dalla morsa della pandemia con un numero di morti e contagiati impressionante. Ha prevalso l’aspetto affaristico rappresentato dall’indotto del calcio e non il calcio vero. Ho come sempre massimo rispetto per chi è sceso in campo, ma non per i politici e i dirigenti che hanno ragionato secondo schemi e priorità che non c’entrano nulla con lo sport. Diego, per esempio, un torneo in queste condizioni non lo avrebbe mai giocato.

Fernando Signorini Maradona Castro
«Firmo il berretto, perché senno diranno che potrebbe appartenere a chiunque»: sullo sfondo Fernando Signorini

La Uefa ha sposato la proposta lanciata dal quotidiano argentino Olè: tra dicembre e gennaio, salvo complicazioni, l’Albiceleste e gli Azzurri si contenderanno la Copa Maradona a Napoli, nello stadio recentemente dedicato a Diego. Sarà presente? E crede che questa celebrazione sia il giusto tributo al Pibe de Oro e che, in quanto tale, vada resa permanente?

Questa è stata una buona idea. Ti dirò: è la coppa che mancava. Si giocano tante coppe inutili, questa è assolutamente benvenuta. Il fatto che poi la si giochi a Napoli, nella suggestiva cornice del “Maradona”, mi rende ancora più felice e mi mette la pelle d’oca. Spero di poterci essere e mi auguro che la competizione diventi stabile, magari alternando la sede di svolgimento tra Napoli e gli stadi argentini delle squadre di Diego nelle edizioni a venire.

Lei è considerato uno degli amici più leali che Diego abbia mai avuto. So bene che non vuole entrare nel travaglio che ancora vivono i suoi familiari, ma che idea si è fatta delle polemiche che ancora proseguono tra la famiglia e il team di medici e mentalisti che lo seguiva?

Non discuto delle responsabilità penali da parte di chi era al fianco di Diego nei suoi ultimi giorni. Se ne sta occupando la magistratura che sta lavorando bene. Confido che la giustizia faccia il suo corso senza sconti per nessuno. Dico però che ora Diego riposa in pace. Merita rispetto. Questa spettacolarizzazione da sciacalli non mi piace, è davvero odiosa.



Lei ha detto che Maradona in campo era come Ulisse; Alessandro Barbero invece, noto storico, l’ha paragonato a Dioniso. Gli ha fatto eco Alberto Angela, per cui Napoli è città greca fin nelle viscere e animata da una comunità che, all’arrivo di Maradona e al suo congedo dal mondo terreno, ha reagito secondo uno stile squisitamente greco (enfasi, passione e dramma). Le chiedo: è convinto che l’alchimia creatasi tra Napoli e Maradona non si sarebbe potuta verificare altrove?

Assolutamente si. Non ho nessun dubbio in proposito. Sono anche d’accordo con chi punta i riflettori sulla matrice greca della città e i tratti dionisiaci della personalità di Diego. Napoli è stato il miglior teatro in cui si sia potuto esprimere il genio di Diego. Chi ha detto che Diego è nato in Argentina solo per un fuori rotta della cicogna non ha sbagliato. Perché lui era napoletano in tutto. Senza il cuore dei napoletani, la musica, il colore, il profumo, il clima, il cibo di una città così unica, Diego non sarebbe stato quello che è stato.

Mi consenta di ritornare all’intrigante paragone con Ulisse. Diego, a differenza di Odisseo, si è arreso al canto ammaliante di Sirene portatrici di guai e sciagure. Sappiamo che aveva un cuore sconfinato ma possiamo dire, da questo punto di vista, che abbia trionfato la sua debolezza?

Era un essere umano percorso da paura e debolezze, curiosità e ambizione. Poteva fare cose giuste e sbagliate. Ulisse restò legato al palo, in sicurezza. Diego è stato sfidante, senza catene. Non ha rinunciato ai piaceri, alle passioni, ma ci ha sempre messo la faccia. Non gli piaceva vincere facile. Sapeva di potersi far del male, se ne fece molto, ma ha pagato in prima persona senza trascinare altri nel baratro. Ha accettato il rischio senza rinunciare a ciò che gli piaceva, a partire dalle belle donne, dagli eccessi, dalle sortite antisistema e contro il potere. Il suo stile di vita così esplosivo e politicamente scorretto ha finito per forgiare il personaggio che conosciamo, consegnandolo all’eternità. Fra 300 anni si parlerà ancora di lui. Diego è un mito che non tramonta.



Marino Bartoletti, noto giornalista sportivo e amico di Diego, ha detto che l’improvvisa scomparsa di Italo Allodi è stata per l’ex capitano del Napoli una pesante jattura. Lei lo andava dicendo ben prima di Bartoletti. Crede davvero che Allodi lo avrebbe potuto salvare da quella maledetta tossicodipendenza che tutti conoscevano e nessuno denunciava? E così non si finisce per dare ragione ad Antonio Cabrini, il quale, attirandosi molti strali polemici, ha affermato che Maradona se invece che a Napoli fosse approdato alla Juve avrebbe avuto una vita diversa?

Sono molto fatalista. Il destino è sempre lì ad attenderci. Un grande scrittore argentino, Jorge Luis Borges, diceva che ogni cosa a ognuno accade precisamente. Chi può dire come sarebbe andata a finire se Diego avesse indossato la casacca della Juve? Magari andava meglio, magari no. Certo Italo Allodi era una persona eccezionale con competenza professionale e doti umane fuori dal comune. Fu una perdita per Diego, per il Napoli e per il calcio italiano: questo è inconfutabile.

Secondo lei, quanto ha tolto la droga a un talento come quello di Diego?

Ti rimando alle parole che lo stesso Diego rivolse al regista Kousturica: «Immagina se non avessi fatto uso di cocaina – gli disse – hai capito che giocatore vi siete perso?». Anche i più irriducibili detrattori di Diego sanno che la droga ne ha ridimensionato sensibilmente il potenziale.

Una metafora della potenza, e del potenziale, di Diego col pallone (Foto su gentile concessione di Fernando Signorini).

La parabola partenopea di Diego è costellata di successi straordinari e insperati. Allo stesso modo ancora brucia la clamorosa rimonta del Milan 1988 con il Napoli che aveva praticamente già vinto lo scudetto. Una squadra stellare che dominò il campionato fino a 5 giornate dal termine, e a cui mancavano 3 punti in cinque gare utili: ne fece 1. Si dissero tante cose, anche molto brutte, ma la versione ufficiale parla di incredibile crollo atletico. Lei che era lì, trentatré anni dopo, ci vuol dire cosa successe?

Ricordo tutte le fasi di quella concitatissima beffa che, come hai giustamente ricordato, si consumò nel lasso di tempo delle ultime cinque giornate di campionato. Si, io ero lì, perché mi prendevo cura del fisico di Diego come è stato per tutti i sette anni di sua permanenza a Napoli. Ricordo che a qualche giorno dalla prima di quelle nefaste “cinque giornate” dissi ad un fidato amico giornalista della Gazzetta dello Sport, Rosario Pastore, che se Bianchi non avesse alleggerito i carichi di lavoro la squadra sarebbe crollata: vedevo i giocatori che non si reggevano in piedi.

Vietai a Diego di fare gli allenamenti dei compagni ed infatti anche nella gara poi persa in casa contro il Milan per 3 a 2 fu uno dei pochissimi a reggere bene, segnando una punizione meravigliosa. Andò come andò. Certo, si avanzarono molte altre ipotesi sulla genesi di quel disastro, raccolsi voci, ma non ho elementi per accreditare questa o quella congettura. Come pure dico che Bianchi magari sbagliò, ma merita rispetto e ringraziamenti, perché fu un bravo e onesto tecnico, grazie al quale il Napoli potè conquistare il suo primo titolo.


Lei ha spesso ribadito che trova stucchevole il dibattito sul “più forte” della storia. Tuttavia alle sue cure sono stati affidati sia Diego che Leo Messi, da molti considerato l’unico vero erede del “Pelusa”. Se proprio non ci vuole dire chi sia il più forte, almeno ci rappresenti le principali differenze tecnico/atletiche tra i due.

A me piace il calcio. Mi hanno entusiasmato molti grandi campioni che ho visto giocare. Da Platini a Cruijff, a Zidane, a Zico e ovviamente Diego, Ronaldo e Messi, e tanti altri. Mi chiesero un giorno tra Pelé e Maradona chi ritenessi io sia stato il più forte. Risposi dicendo che se Pelé fosse stato argentino, avrei detto sicuramente Pelé. Atrettanto avrebbero fatto i brasiliani se Maradona fosse stato un loro connazionale. C’e poco da discutere: ogni campione brilla di proprie e inimitabili caratteristiche. Dopodiché Diego è stato un mito, fortissimo anche fisicamente, come ha opportunamente notato da ultimo anche Marco Tardelli, che lo sperimentò in campo. Anche Messi ha una capacità fisica eccezionale. La differenza con Diego, più che nel fisico, sta probabilmente nella testa. L’ ho già detto: Diego era Ulisse.

Fernando Signorini mentre si “prende cura“ di Leo Messi

Ha detto di avere mille ricordi con Diego nella città dei “mille culure”, che lei adora. Ce ne racconti uno extraprofessionale, inedito.

Ne ho davvero tanti, credimi. Ma adesso me ne sovviene uno legato al primo anno di Maradona a Napoli. Eravamo a Capri, in barca, con i dirigenti della società Enrico Isaia e Dino Celentano, mi pare la barca fosse di quest’ultimo. Arrivammo in prossimità della grotta Azzurra e io e Diego ci tuffammo come dei delfini per raggiungerla a nuoto. L’accesso era sbarrato da una catena, decidemmo di forzarlo e entrare lo stesso. Una volta dentro fummo travolti da un abbacinante gioco di luci e colori che non avevamo mai visto prima: fu uno spettacolo che ci lasciò senza fiato. Ci riprendemmo a fatica e convenimmo che quella grotta e quell’isola erano tra i posti più belli al mondo.

Cosa c’è nel futuro di Signorini?

Io cammino, cammino. Il destino è già scritto da qualche parte…..

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