Papelitos
17 Giugno 2026

In medio stat telecronaca

Tra il disastro RAI e la mitomania DAZN, non esiste una via di mezzo?

Quando ho visto Paola Ferrari nel post-partita di Messico 2-0 Sudafrica, la mia prima reazione è stata quella di controllare la luminosità dello schermo. Qualcosa, evidentemente, doveva essere reimpostato – ma visto che la realtà supera sempre la fantasia, sono solo rimasto sbalordito nello scoprire che la TV era apposto, quindi il tecnico della fotografia degli studi Rai doveva essere Duccio Patania, o Paola Ferrari un alieno palesatosi in diretta nazionale sui grandi schermi.

Tuttavia, più che sul fronte estetico – che comunque, come dire, è sempre pure etico, e comunica qualcosa, anche indirettamente –, è sul piano deontologico e professionale che Mamma Rai in questi pochi giorni di Mondiali – appena sei – ha già ricordato a tutti gli italiani perché il cosiddetto «servizio pubblico» ha cessato di essere un «servizio» ormai da qualche anno – perlomeno quando si parla di calcio e di nazionali di calcio. Con eccellenti eccezioni certo, come quella del caro Bizzotto – giornalista come piace a noi: ricco di quella «semplicità» propria delle cose grandi.

Ma pure con troppe conferme sul fronte opposto: la Ferrari, appunto, secondo la quale un calciatore del Senegal, Gueye, anziché cercare la giusta posizione di smarcamento per farsi dare il pallone, si sarebbe posizionato nell’unica zona d’ombra del campo troppo assolato (sic!). Adani, pure, che al secondo gol di Mbappe nella stessa partita decide di urlare come un ossesso – pensate cosa succederà dai sedicesimi in avanti, auguri – coprendo la voce del primo telecronista: poveri Carosio, Ciotti, Cucchi, Pizzul e compagnia telecronante.



Nella stessa partita, un vero disastro televisivo, il primo telecronista, tale Giuseppe Galati – ammettiamo la nostra ignoranza: ma cercando sul web, stranamente, non si trovano notizie precise su chi sia quest’uomo (andate a controllare voi stessi) – non commenta quasi mai le azioni dei giocatori del Senegal. Non lo fa perché… non conosce evidentemente i nomi dei calciatori! Nel sintetizzare l’assurdo Rai, Aldo Grasso sul CorSera scrive:

«chi si sintonizza sul prepartita dei Mondiali Rai […] viene colto da un brivido di anacronismo editoriale».

Il salotto guidato da Paola Ferrari «fluttua in una bolla temporale impermeabile agli ultimi anni di evoluzione del linguaggio TV […] sembra di assistere a un miracolo di conservazione». E se la Mamma degli italiani indossa ormai la dentiera e la morte pare l’ultima risorsa in grado di salvarla, non va molto meglio lato gggiovani.

Qui tra un Pardo che cambia la pronuncia dei calciatori in base all’azione – Maignan è «megnà» quando imposta da dietro, «megnò» quando compie una parata – e un Marinozzi che dalla distaccata bravura del suo periodo a Sky Sport sembra essere stato travolto pure lui dalla febbre della spettacolarizzazione ad ogni costo, sicché qualsiasi giocata, anche superficiale, diventa memoria da conservare negli annali del calcio, c’è da sentirsi male.

Fatecelo dire: quando sentiamo questi «nuovi telecronisti» dallo stile fresh, epperò contemporaneamente iper-analitico, prosopopeico, ridondante e alla lunga snervante, torniamo ad apprezzare l’imbarazzato silenzio delle telecronache Rai, che almeno ti fanno sentire lo stadio e la sua atmosfera. Insomma, da una parte i dinosauri, dall’altra i mitomani. Già è parecchio difficile seguire il calcio al giorno d’oggi: ma così diventa veramente impossibile. Così, mentre da ogni parte le televisioni studiano il modo di diventare più accattivanti e interattive, l’unica cosa che sarebbe davvero utile fare – disattivare l’audio delle telecronache – non è più in nostro potere. Ci hanno tolto tutto.

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