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18 Marzo

La leggenda del Bandito e del Campione

Luca Pulsoni

80 articoli
La storia di Sante Pollastri e Costante Girardengo. Tra mito e realtà: come cantava De Gregori.

Qualcuno sostiene che quell’incontro non avvenne mai. Sante Pollastri, il bandito, e Costante Girardengo, il campione. L’uno di fronte all’altro, a Parigi. Occhi negli occhi, stati d’animo avversi. Il bandito è spavaldo, impavido. Il Campionissimo è intimorito, teme uno scandalo. Ha davanti il “pericolo pubblico numero uno”. Il criminale più ricercato degli anni ‘20 e il più grande ciclista vivente: due volti di un’Italia che soffre, sogna, sbaglia, vince.

 

La loro storia “d’altri tempi” riposa in un castello immaginifico, confinato in una dimensione ibrida tra mito e realtà. Francesco De Gregori lo definisce “un incrocio di destini”. Il cantautore ne resta incantato dopo aver letto il brano del fratello Luigi Grechi. Sarà l’ennesimo successo del Principe, la ballata folk di Pollastri e Girardengo: “Il bandito e il campione”. Il bandito prima del campione. Perché il racconto trascende dallo sport e scava in un passato di miseria, rivalsa, ribellione. Parla di “due ragazzi del borgo cresciuti troppo in fretta” e di una terra ambita e dominata, frontiera di esistenze che si accavallano, si scontrano, lottano.

 

Novi Ligure unisce e divide. Terra di confine, Oltregiogo, campagne sterminate ai piedi della schiera di colline che disegnano l’orizzonte. Diventò “Ligure” nel 1859, a seguito del Decreto Rattazzi che ridisegnava la geografia all’interno dello Stato Sabaudo dopo l’annessione della Lombardia. La città, allontanata dalla Divisione di Genova, scelse un toponimo aggiuntivo che rimarcava le origini e il legame con la città della Lanterna. Agli inizi del Novecento è il più grande scalo ferroviario della nazione. Ciò comporta l’arrivo di numerose attività industriali. È una città che divide: animo operaio e contadino, innovazione e tradizione, macchine e uomo, progresso e origini. Nel segno della medesima fatica. A nord-est lo stabilimento della Società Anonima Ferreria; a sud la campagna, in cui le schiere di vigneti accompagnano l’ondulare dei colli ai piedi dei monti.

 

La copertina dell’album dal vivo del Maestro De Gregori, registrato durante la tournée della primavera del 1993

 

Il centro di Novi Ligure rispecchia le origini medievali: strade che sembrano catini, vicoli angusti e maestosi palazzi nobiliari appartenenti alle antiche famiglie genovesi del passato. Alle porte del borgo sorgono moderni quartieri con strade larghe e parallele. Confluiscono architetture differenti: l’epoca viscontea si mescola con quella genovese; lo sviluppo industriale ha portato alla nascita di grandi quartieri operai che ospitavano migliaia di emigrati dal sud. Regna la varietà. Insieme agli scontri: politici e sociali. Novi è una terra di destini incrociati, appunto. Come quelli di Pollastri e Girardengo. È culla di operai e contadini, di comunisti e borghesi, di classi che combattono tra di loro. Il lavoro unisce: l’arte preferita dai novesi è quella della fatica. Non a caso, Novi Ligure sarà terra di Campionissimi del ciclismo: Girardengo prima, Fausto Coppi poi.

 

Il campione è Costante Girardengo. Nasce nel 1893 da una famiglia di contadini. Quarto di sette figli, è un ragazzo come tanti ma dotato di un talento straordinario. Ottenuta la licenza elementare, inizia a lavorare nella ferramenta Cavanna, nel centro del paese. La sua passione è la bicicletta: “Quando dovevo fare delle consegne ai clienti e da quelle parti passava qualche corsa, stavo anche mezza giornata fuori per vedere i corridori”. Ammira i pionieri, Gira: “Ganna, Gerbi, Carlesi, erano tutti grandi campioni”. Inizia a girare con una vecchia bicicletta del padre. La prima vittoria la conquista in mezzo alla sua gente, ad appena 15 anni. Lo sconfitto: Dorando Pietri, il maratoneta “famoso per non aver vinto”. Alle Olimpiadi di Londra del 1908 Pietri tagliò la linea del traguardo sorretto dai giudici di gara i quali, vedendolo barcollare più volte, andarono in suo soccorso a ridosso dell’arrivo. Quell’aiuto costò a Pietri la squalifica e l’addio alla medaglia d’oro. La scena fece il giro del mondo e finirà per diventare cult.

 

Dorando Pietri se ne va in giro per le piazze italiane a lanciare curiose sfide ai cittadini con l’intento di racimolare qualche lira. Arriva anche a Novi Ligure, in Piazza del Mercato. Davanti a lui uno sbarbatello che accompagna una vecchia bicicletta: è lui, Costante. Per vincere, il ragazzino avrebbe dovuto terminare due giri della piazza sulla bici prima che Pietri avesse completato un giro di corsa. Girardengo parte, si getta all’inseguimento di Pietri, lo raggiunge e lo supera. Vince. Il premio: due lire. Viene portato in trionfo per le vie del paese: è l’eroe cittadino. Il padre si convince: comprerà una bicicletta nuova a Costante. Costo: 160 lire. Pagamento: rigorosamente a rate. Nasce così la leggenda dell’Omin di Novi.

 

Un giovane Girardengo in sella alla sua bici

 

Girardengo è basso e massiccio. Non eccelle in nulla ma brilla in tutto: è fortissimo in volata e sul passo, ma la salita è il suo punto debole. Non che sia fermo, ma le doti da grimpeur cozzano con un fisico arcigno e robusto. I muscoli disegnano un corpo plasmato a immagine e somiglianza della Milano-Sanremo: la Classicissima è l’abito cucitogli addosso. Ne vincerà 6 dal 1914 al 1933, record battuto solamente 50 anni dopo da Eddy Merckx.

 

Il giornalista Mario Fossati definirà Girardengo un “contadino furbo”. Rappresenta l’animo più antico della propria terra, già proiettata al futuro: un volto umile e fiero che interpreta un ciclismo nuovo, tattico e astuto. Diventa il simbolo di una Novi (e di un’Italia) che si consegna al progresso, sotto l’egida dell’imminente svolta industriale. Anche Girardengo è una macchina: La Gazzetta dello Sport scrisse che a fine carriera aveva percorso in bicicletta circa 950 mila chilometri: “quasi 25 volte il giro della terra”. Sul Corriere della Sera, Orio Vergani aggiunse:

 

“Ha corso. Non ha fatto altro. Cioè, ha fatto qualche altra cosa: ha vinto”.

 

L’Omin annovera nel proprio palmares anche due giri d’Italia, 3 giri di Lombardia e ben 9 campionati italiani (record assoluto). A fine carriera si batterà con l’astro nascente Alfredo Binda. Vincerà una Sanremo memorabile nel 1928: al traguardo di via Roma i due rivali battagliano ruota a ruota, la spunta il ‘vecchio’ Gira. Sarà l’ultima gemma di una carriera leggendaria. Fu il giornalista Emilio Colombo a chiamarlo per la prima volta “Il Campionissimo” durante il Giro d’Italia 1919, quando l’Omino di Novi vinse con 52 minuti di vantaggio su Gaetano Belloni, secondo: “Il più talentuoso ciclista che il suolo italico ha mai visto pedalare”. Dopo di lui, l’altro ‘Campionissimo’ sarà il conterraneo Fausto Coppi.

 

Girardengo, il primo Campionissimo

 

Il bandito è Sante Pollastri. Nasce 6 anni dopo il campione, nel 1899. Pollastro o Pollastri, la storia si divide. Alcuni documenti ufficiali confermano la I finale ma lo stesso Sante ammise di farsi chiamare spesso ‘Pollastro’. Santino cresce nel quartiere dell’u Burgu, alla periferia di Novi lungo la via verso Genova. Storie difficili, di fame e povertà. E amicizie sbagliate. Pollastri viene presto ribattezzato rangugin, ovvero ‘attaccabrighe’. La miseria dell’Italia dell’epoca lo accomuna al Campionissimo. Sante, però, imbocca un’altra strada: all’età di 11 anni è già pregiudicato. L’arte prediletta è quella del furto: scassinamenti agli esordi, poi rapine a mano armata, infine omicidi.

 

Pollastri costruisce una banda attorno a sé. Viene presto associato agli ambienti anarchici. Tutto ha inizio da una caramella. Santino esce da un bar sputando una caramella al rabarbaro: “È amara, boia!”. Questa finisce sui piedi di tre camicie nere che interpretano quel gesto come un atto sprezzante nei confronti del regime. “Sei un antifascista”, lo attaccano. E Sante: “Ho sputato la caramella perché amara, voi siete pazzi!”. Pollastri viene pestato brutalmente ma da quel giorno diventa uno dei simboli dell’anarchia italiana nonché alfiere di una qualsivoglia giustizia sociale. Dirà in un’intervista al Corriere:

 

“Quel piccolo sassolino determinò la mia valanga. Potrà sembrare una favola ma io credo che un passo sbagliato sovente decida, e per sempre, il destino di un uomo”.

 

“Fu antica miseria o un torto subito a fare del ragazzo un feroce bandito”. Pollastri nutre un odio particolare nei confronti dei Carabinieri. Saranno 7 (ma il dato potrebbe allargarsi) i militari uccisi dal criminale. Leggenda vuole che l’astio nacque dopo che sua sorella Carmelina fu violentata da un Carabiniere. Sante avrebbe ucciso il colpevole e avrebbe dato il via al suo drammatico piano omicida. La realtà, invece, parla di una svolta criminale dovuta alla condizione di miseria dell’epoca: il lavoro è poco e mal retribuito, le bocche da sfamare sono tante. La scorciatoia verso la malavita finisce per essere la via più ambita per fuggire dall’inferno.

 

Sante Pollastri, il Bandito

 

Mentre si susseguono i trionfi di Girardengo, Pollastri inizia la sua fuga dalla giustizia. Il giorno che lo battezza latitante è il 14 luglio 1922. Sante e la sua banda, alla quale si era aggiunto l’anarchico Renzo Novatore, rapinano il cassiere della Banca Agricola Italiana, Achille Casalegno. Durante la colluttazione parte un colpo di pistola che centra l’uomo in pieno petto: morirà poco dopo. Da quel giorno ha inizio la latitanza della Banda Pollastri.

 

Una fuga drammatica, macchiata da numerosi omicidi, soprattutto di poliziotti e Carabinieri. Nel 1926 Pollastri e i suoi arrivano a Ventimiglia apprestandosi a varcare il confine francese. Anche la fuga dall’Italia si sporca di sangue: Pollastri viene ferito in uno scontro a fuoco mentre il suo complice Massari, detto Martìn, viene fermato dalla gendarmeria francese: resosi conto dell’impossibilità di sfuggire all’arresto, si spara. Dall’Italia arrivano due carabinieri per il riconoscimento del cadavere: i due scambiano Martìn per Pollastri. Per alcuni giorni, poco prima del Natale 1926, i giornali italiani danno la notizia della morte del bandito. Ma così non è. Pollastri è vivo e si prepara all’incontro che darà vita alla leggenda.

 

Velodromo d’Inverno, Parigi, 1927. Girardengo è in pista per una Sei Giorni. Ai bordi dell’anello è seduto Biagio Cavanna, suo mentore e preparatore atletico, nonché futuro scopritore di Fausto Coppi. Bias sente un suono tra la folla. È un fischio diverso dagli altri: è un cifulò, tipico degli abitanti di Novi Ligure. È lui: Sante, il bandito. Pollastri si avvicina richiamando l’attenzione di Girardengo. I due, al contrario di molte storie trapelate negli anni, non sono amici ma certamente si conoscono. Sembra che anche Pollastri, da ragazzino, abbia provato a correre in bicicletta con la scuderia di Cavanna, senza però riuscirvi. È possibile, dunque, che il bandito e il campione si siano conosciuti grazie a Cavanna ma è improbabile che i due siano stati amici d’infanzia (Pollastri è nato 6 anni dopo Girardengo).

 

Girardengo (al centro) tra Lapize e Berbes

 

Quello che è avvenuto davvero, è proprio l’incontro parigino. Il bandito ritrova il suo passato: Novi Ligure, le passeggiate in bicicletta, u Burgu, i primi furti, la miseria, i sogni. I due hanno un fitto colloquio: Pollastri racconta a Girardengo alcuni dettagli dei suoi crimini. Le loro strade tornando ad incrociarsi. Il campione promette di non riferire nulla alle forze dell’ordine prima di qualche mese.

 

In Italia continua la caccia a Pollastri. Il duce gli ha messo alle costole il questore Giovanni Rizzo, rinomato per le sue profonde conoscenze degli ambienti anarchici. Rizzo si trasferisce a Parigi e inizia a collaborare con la gendarmeria francese. Il bandito è solo e braccato: viene arrestato il 10 agosto 1927, pochi mesi dopo l’incontro con Girardengo. “E già si racconta che qualcuno ha tradito”.

 

Secondo l’ennesima leggenda della storia, è stato proprio Girardengo, di ritorno in Italia, a mettere le forze dell’ordine sulle tracce di Pollastri. Il bandito verrà condannato all’ergastolo sull’Isola di Santo Stefano. Per qualcuno quel carcere, abbandonato dal 1965, è l’espressione massima del “fine pena mai”. Per Pollastri, però, la fine della pena arriverà dopo 32 anni di reclusione, in virtù della grazia concessa dal Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, nel 1959.

 

Sante Pollastri di nuovo in libertà

 

Tornerà a Novi Ligure, il bandito. Farà l’ambulante di stoffe e morirà nel 1979. Girardengo se ne andrà l’anno prima, nel 1978. Nel 1993 la loro storia verrà riscoperta dalla ballata di Francesco De Gregori.

 

Il testo si è preso più di qualche licenza poetica: il bandito e il campione condividevano soltanto le origini e la conoscenza di Cavanna. Il resto è un meraviglioso fantasticare su una storia di destini incrociati, di emancipazione sociale. Nella terra che partorisce Campioni, Campionissimi e feroci banditi.

 


L’immagine in copertina ritrae (da sinistra verso destra) Beppe Fiorello, Raffaella Rea e Simone Gandolfo, protagonisti della serie televisiva RAI “La leggenda del bandito e del campione”, affidata alla regia di Lodovico Gasparini.


 

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