Quel libro era giunto negli uffici del Sant’Uffizio in modo tortuoso, attraverso un fedele troppo zelante di una piccola parrocchia di Solingen in Germania che aveva a sua volta incontrato un vescovo troppo poco zelante il quale, pur di togliersi dai piedi il parrocchiano, aveva portato il libro all’attenzione degli inquisitori romani. L’autore del libro, tale Graham Greene, era già scrittore famoso anche se il consultore a cui fu affidato l’ingrato compito della censura non avesse mai letto una sua opera.

 

 

Come tutti gli inquisitori, straordinariamente simili gli uni agli altri, sia che fossero presbiteri di Santa Romana Chiesa, funzionari del Pcus o della Cia, la sua integrità di fede era inversamente proporzionale alla sua sensibilità letteraria. Non era ottuso o ignorante, piuttosto un pedante burocrate geloso del buon andamento dell’ufficio del catasto a cui era assegnato. Non indossava un logoro saio con cappuccio a coprirne la tonsura ma un normale completo scuro con collare romano. Nella lettura di quel libro, Il Potere e la Gloria, non scorse nessuna sfumatura di gnosticismo, di quella “potente eresia” di cui il troppo zelante lettore tedesco l’aveva accusato; piuttosto, gli suscitò compassione.

 

Vi intravide una mentalità strana e paradossale, “tipico prodotto del carattere disturbato, confuso e temerario della civiltà odierna”.

 

Sebbene il titolo implicasse l’esaltazione del potere e della gloria di Dio, in quelle pagine, a cercar bene, si incontrava soltanto una desolante disperazione: quel libro non era eretico, “era solo un libro triste”. E la tristezza fu effettivamente il principale colore della vita di Graham Greene:

 

“Sono stato un cattivo marito, la mia irrequietezza, i miei sbalzi d’umore sono sintomo di una malattia. Ma non la malattia in sé”.

 

Quella malattia, che nel Medioevo avremmo definito peccato di accidia, per Greene fu la tenia della noia. La noia era figlia di una paura paralizzante, degli incubi e dell’angoscia vissuta durante un’apparentemente tipica infanzia di età edoardiana ma che in realtà, come nel film da lui sceneggiato nel 1948 con Ralph Richardson e Dare Bryan, fu idolo infranto.

 

Lo sguardo profondo di un giovane Graham Greene

 

 

Nelle public school inglesi, le stesse in cui Churchill disse di non voler tornare, poté presto intuire della natura del male. Figlio del preside di Berkhamsted, per i suoi convittori non poteva non essere una spia di quest’ultimo, un reietto da malmenare nei bagni e da trasformare in un fuori-casta. Greene era il Giuda, nomignolo che dava per scontato l’insieme dei vizi di un uomo che avrebbe dovuto correre ad impiccarsi all’albero poco fuori Gerusalemme. Guardando al ramo più alto da dover far pendere la corda, Greene si convinse che la bontà e il bene possono soltanto transitoriamente pagare canone all’essere umano mentre il male può sempre trovarvi domicilio.

 

 

Come scrisse in un romanzo, credeva che ogni bambino nascesse con una qualche conoscenza dell’amore perché la riceveva insieme al latte del seno materno. Ma era dai genitori e dagli amici che sarebbe dipeso il tipo di amore che il bambino avrebbe poi sperimentato: l’amore che salva o l’amore che danna. Tuttavia non fu il bullismo in sé a spingere Greene a cercare il ramo di Giuda quand’era adolescente. L’angustia era infatti cresciuta in irrequietezza e l’irrequietezza era maturata in noia.

 

Era così afflitto dalla noia che invece di iniziare a sbarbarsi come i maschi della sua età preferì provare le lame del rasoio sui propri polsi o, chiuso in un armadio, l’effetto di un sacchetto di plastica sulla testa.

 

A neanche vent’anni possedeva già le stigmate di un pervasivo disturbo maniaco-depressivo che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita adulta. Non ne comprese la natura clinica ma imparò presto a riconoscerne i segni nell’indolenza e nel desiderio di farsi del male al punto che, quando la situazione a Berkhamsted si fece insostenibile, decise di chiedere aiuto.

 

 

Per sei mesi fu seguito da una psicanalista londinese la quale era consapevole che alle volte la vita non può essere curata e che la cura, se mai ne fosse esistita una, avrebbe ucciso quella natura così sensibile, sismografo del turbamento dell’animo umano, che fece di Greene uno dei più grandi scrittori del Novecento. Gli suggerì di scrivere, di vomitare quella malinconia, quel suo sordo dolore sulla carta affinché la noia potesse contraddire se stessa e diventare creativa.

 

Il malessere cucito addosso

 

 

Nel 1922 Greene fu ammesso al Balliol College di Oxford per studiare storia. E parve che le belle ragazze, la birra dei pub sulla strada verso il college ed un effimero impegno politico con il Partito Comunista potessero sopire la sua inquietudine. Ma durante la prima vacanza tornò a casa e capì che nulla era cambiato, che la felicità che aveva provato non poteva essere nulla più che un blando sedativo. Rubò il revolver del padre, lo caricò con una sola cartuccia e giocò alla roulette russa: il suo corpo sarebbe morto, è vero, ma così anche la noia sarebbe trapassata insieme a lui, si sarebbe preso una permanente vacanza dal mondo e sperò che il destino, indifferente croupier, fosse seduto al banco dove l’azzardo paga sempre.

 

 

Fu quello il periodo in cui conobbe Vivien, un incontro che ad un giovane depresso dovette sembrare l’apparizione di una provvidenziale Madonna. Decise di comunicare con lei nella sola lingua che realmente conoscesse, quella della lettera, e le scrisse centinaia di delicate epistole. Più che il profano, Vivien portò il sacro nella vita dai cieli vuoti di Greene.

 

La conversione al cattolicesimo non fu un’epifania poco fuori Damasco, assomigliò più al condono firmato da un qualche impiegato che, sanando la mancanza, gli avrebbe permesso di sposarla.

 

Fu battezzato un pomeriggio nebbioso all’ora del tè, la cattedrale di Nottingham era deserta, buia, un prete grasso e frettoloso remise il peccato originale così da permettergli di poter peccare ancora. Come Mortimer e James, il cui ateismo era specchio del loro cattolicesimo, Greene non riusciva a credere nel bene soprannaturale sebbene fosse capacissimo di credere nel male. Per tutta la sua vita rimase fondamentalmente un cristiano menomato nello spirito, una pecorella smarrita che la Chiesa si prodigò ad accogliere.

 

Graham Greene e Vivien Dayrell-Browning mentre convolano a nozze

 

 

Dopo il matrimonio con Vivien si trasferì a Londra dove, tra il 1926 e il 1927, fu assunto come sub-editor del Times. Sono gli anni di The Man Within, manifesto della vita intima dello scrittore, della sua convinzione di avere un Io diviso, aspetto duale di inclinazioni naturali che lo spingevano verso la debolezza morale e, paradossalmente, sempre di più verso la Chiesa.

 

A cosa serve infatti il cattolicesimo di chi non crede se non al riconoscimento ed alla accettazione dell’ambiguità morale della vita e degli incontri molteplici con il male?

 

Come nel Manzoni o in Fogazzaro e Soldati, gli incontri con il male, l’avvolgersi intorno ad esso, caratterizzano questo tipo di cattolici. Nessuno meglio di Huxley poté capirlo ed i suoi incoraggiamenti spinsero Greene a lasciare il Times per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Quando una passione diventa professione l’inizio è quasi sempre un clamoroso fiasco e questo rese la condizione famigliare di Greene e Vivien, in dolce attesa proprio negli anni della Grande Depressione, disperata.

 

 

Non c’è da stupirsi allora se lo scrittore vendette il proprio talento all’intrattenimento, al romanzo di suspense come Stumble Train e A Gun for Sale. Il suo stile piano, lineare, privo di soluzioni dall’impatto tecnico innovativo, lo rendeva perfetto per trasformare le pagine dei suoi racconti in sceneggiature cinematografiche. Ma se la vendita dei diritti portò ossigeno nelle finanze della famiglia, la famiglia portò asfissia ad un uomo che fu sempre allergico alla vita domestica contribuendo al ritorno del terribile morbo della noia. Quella esistenza così inquieta fa maturare in Greene il desiderio della fuga da un quotidiano che egli vive come straniamento, come ossessionante ripetizione.

 

Greene ha sempre trovato una strada che lo portasse un po’ più in là

 

 

Nel 1935 partì con la sorella Elisabeth per la Liberia di cui all’epoca non esistevano mappe dettagliate ma soltanto la dicitura “cannibali”. Come Marlow in Conrad, Greene volle risalire un suo personale Congo alla ricerca del cuore di tenebra, superare le barriere della civiltà borghese che tanto odiava e fuggire nei grandi spazi dell’Africa nera.

 

 

Nella sua ricerca vi era qualcosa del mito americano della frontiera più che la romantica strada percorsa dal soldato del conterraneo Kipling verso Mandalay. Durante il viaggio continuò a bere whisky, incontrò missionari americani, un avventuriero tedesco e abietti cercatori d’oro ma sulla via del ritorno si ammalò e fu ricoverato nella capanna di un villaggio a Zigiter. Disperando di salvarsi, per la prima volta in vita sua capì che di morire non aveva davvero voglia.

 

“Scoprii così un’insaziabile interesse a vivere, io che avevo creduto prima che la morte fosse desiderabile”.

 

Si ode una eco del pessimismo di Schopenhauer, l’inesorabile alternarsi della volontà di vivere che si esprime nel dolore e nella noia, producendo quell’incessante cascata di bisogni che richiedono soddisfazione.

 

Graham Greene in compagnia di Carol Reed

 

 

Reazione ad un senso di smarrimento e mancanza che porta Greene a cercare la fuga nel mito dell’esplorazione, nelle relazioni extraconiugali, nella frequentazione di prostitute, nella ricerca di una “pausa dal mondo”.

 

Da quella capanna lo scrittore inglese riemerge malato, defedato, quasi morto, eppure così vivo; avverte nell’aria, come nell’Africa più remota è possibile fare, l’arrivo di una tempesta.

 

E sempre senza mappa riparte con la sorella per raggiungere la costa prima del diluvio. Questa prima esperienza africana, raccontata in A Journey Without Maps, un libro che rimane una guida per un paese che da allora poco è cambiato, svela a Greene la bellezza del viaggio ed il fascino dell’esplorazione, balsamo transitorio ma benefico alla sua insofferenza. Lo mette in contatto con quegli autori che saranno continua fonte di ispirazione come Conrad, James, Haggard e Stevenson, cugino della madre.

 

 

Ma se la sua immaginazione si fa feconda, la famiglia diventa campo brullo di affetti e sterile di amore e il lavoro riflesso del fallimento del suo matrimonio. Greene fugge ancora e nel 1938 va in Messico grazie ad un anticipo dell’editore. Aveva letto la storia del martirio di padre Miguel Agustìn Pro, venticinquenne gesuita vittima delle persecuzioni da parte del regime comunista di Plutarco Elias Calles. Il tentativo brutale di sradicare il cattolicesimo era stato particolarmente duro nello stato di Tabasco ad opera del governatore Garrido Canabal.

 

La più feroce persecuzione religiosa dai tempi di Elisabetta, come la definì Greene, aveva costretto tutti i luoghi di culto alla chiusura o alla distruzione e i preti, perlomeno quelli che non era stati espulsi o esecutati, a rigettare i paramenti sacri e sposarsi.

 

In breve la popolazione cattolica e rurale si era ribellata con il tacito consenso della Chiesa e, sotto la guida dell’ex generale Garostieta Velarde, era entrata in guerra contro il governo federale in quella che divenne nota come la “guerra cristera”. Cristeros era il nome che le truppe messicane usavano in dispregio dei ribelli, contrazione del motto Viva Cristo Réy! Solo la mediazione dell’ambasciatore americano Morrow riuscì a portare la Santa Sede ed il governo di Calles al tavolo del negoziato.

 

 

Tra l’aprile e il marzo 1938, Greene attraversò in solitaria le province di Tabasco e Chiapas, alternando lunghi passaggi a piedi a tortuosi sentieri a cavallo di un mulo, soffrendo il calore accecante e godendo dell’ospitalità di qualche remoto villaggio. Passi di montagna, case di fango, stalle sporche, cittadine povere e sonnolente, ogni cosa nel romanzo viaggia tra il vero ed il reale, giammai tra il finto ed il falso com’è tipico di tanta narrativa.

 

Cristeros in posa

 

 

Prima di questa esperienza, lo scrittore non aveva dimostrato alcun attaccamento emozionale al cattolicesimo; fu la condizione umana dei perseguitati a stimolare in lui la fede attraverso l’empatia. Il dramma del Messico originava nel conflitto tra le due città agostiniane, tra il potere dei sacramenti e l’eternità della Chiesa da un lato e il potere temporale dello Stato dall’altro. Nei personaggi de Il Potere e la Gloria non c’è psicologia ma teologia.

 

“Ho spesso provato a raccontare la misericordia di Dio ma non puoi farlo rappresentando persone virtuose. Che beneficio porta la misericordia ai virtuosi? È negli ubriaconi e nei preti peccatori che puoi vederla”.

 

Il protagonista, l’ultimo prete rimasto nella regione in fuga da uno spietato tenente delle Camicie Rosse che gli dà la caccia, è un alcolista che ha fornicato con una parrocchiana e da quest’ultima ha avuto una figlia illegittima. Paradossalmente gli atei ed i persecutori sembrano avere più integrità morale, rettitudine, volontà di aiutare le persone in difficoltà. Ma è qui che Greene squarcia il problema teologico della santità al punto da finire all’attenzione degli inquisitori. Egli afferma la differenza tra uomo e officio, tra comportamento peccaminoso e funzione sacramentale. Perché ciò che rende il prete ancor più meritevole di dannazione è la presenza di quel dono di cui nessuno, neanche la furia anticlericale delle camicie rosse, potrà privarlo: il potere di transustanziare il pane ed il vino nel corpo e nel sangue di Cristo.

 

 

In carcere, al buio, gettato tra anime disincarnate di cui ode solo i rumori di atti osceni e le bestemmie, il prete realizza che tutte le confessioni udite nella sua carriera mancavano della qualità dell’originalità, l’uomo era così limitato da non aver avuto neanche l’ingenuità di inventare vizi nuovi. Era per questo mondo, piatta parentesi tra due eternità, che Cristo era morto. Sarebbe stato troppo facile infatti morire per ciò che è buono o bello, per la patria o i bambini o la civiltà, ma ci voleva un Dio per morire per i mediocri ed i corrotti.

 

Graham Greene immortalato durante la sua permanenza ad Antibes

 

 

Per Greene la condizione di debolezza morale dell’uomo poneva il problema non soltanto del rapporto tra esistenza del peccato mortale e salvezza nella Chiesa ma la scoperta che l’uomo finisce a volte per amare il frutto del proprio peccato.

 

“Io so quanta bellezza Satana portò giù con sé quando cadde. Nessun ha mai affermato che gli angeli caduti fossero quelli brutti”.

 

Nelle anime peccatrici, negli ultimi, nei diseredati, nei reietti, guardando nei loro occhi, scrive Greene, puoi iniziare a provare pietà, quella qualità che appartiene all’immagine di Dio che ogni uomo, imago dei, porta con sé. Egli sperimenta questa grezza esperienza della trascendenza quando durante il suo viaggio viene ospitato, nella capanna invasa dai ratti, da un vecchio devastato dall’inedia che nulla chiede in cambio per la sua gentilezza. “Sentii di essere tornato tra gli abitanti del paradiso”.

 

 

Il prete del romanzo riconosce di essere rimasto a Tabasco non per coraggio ma per orgoglio, il peccato degli angeli caduti, e davanti alla morte, fucilato nel cortile di una caserma, dopo aver chiesto la salvezza per la figlia, realizza che la cosa peggiore non è tanto l’aver peccato quanto presentarsi a Dio con mani vuote. È stato un codardo ma come tutti i codardi ha dimostrato una strana devozione al dovere quando, invece di salvarsi, è tornato sui suoi passi per amministrare i sacramenti. La santità, pensa poco prima di essere messo al muro, dopotutto non era così difficile da ottenere.

 

 

 

Quel passaggio piacque al Montini, il futuro Paolo VI, uomo colto e sensibile, di quelli che solo la Chiesa ogni tanto sa ancora produrre, e fu proprio lui ad intercedere presso il cardinale Pizzardo nel 1954 per evitare la censura dell’opera. La questione della santità ricordò a Montini l’opera di Bernanos su San Domenico e quando nel 1965, ormai asceso al soglio di Pietro, concesse una udienza privata allo scrittore e questi gli manifestò il suo dispiacere per l’avvenimento, rispose serafico:

 

“Signor Greene, è vero che qualche cattolico potrebbe sentirsi offeso dal suo libro. Ma lei non deve farci caso”.

 

Commentando in retrospettiva l’esperienza della censura, Greene si sferzò di ironia:

 

“Il prezzo della libertà, anche all’interno della Chiesa, è la perenne vigilanza, ma mi chiedo se un qualsiasi Stato totalitario mi avrebbe trattato con altrettanta comprensione. Non c’è stata nessuna condanna pubblica, e la questione è sprofondata in quel pacifico oblio che la Chiesa saggiamente riserva ai problemi importanti”.

 

Quando Greene torna in Europa trova un continente sull’orlo della guerra. È sfiancato dal viaggio, malato di dissenteria ma la lugubre atmosfera che lo circonda lo ispira nella scrittura di Brighton Rock. Storia avventurosa di un delinquente sociopatico che scivola nella crisi morale e spirituale, Greene riesce a portare le idee di Péguy su dannazione e misericordia nella vita di squallidi e comuni personaggi che tradiscono ed odiano. Egli si sente uno di loro e si domanda se sia possibile essere comunque amati, se Dio possa sempre concedere la grazia.

 

 

Risale a quel periodo la relazione con Dorothy, collaboratrice assunta per lavorare ai suoi libri per bambini, risultato della perenne fame di denaro di Greene che, per lo stesso motivo, nel 1938 scrive The Confidential Agent. Chiuso in un appartamento in affitto a Bloomsbury sotto l’effetto della benzedrina, delle cure carnali della figlia della locatrice e delle inquietanti notizie che giungono da Monaco dove si sta consumando il dramma cecoslovacco, in sole sei settimane completa il manoscritto.

 

Un ritratto di Dorothy Glover

 

 

Lo sfondo è quello della guerra di Spagna e per la prima volta Greene si lascia andare, seppur con la sofisticatezza dei non-detti, alla denuncia del potere autoritario, chiaro riferimento all’Italia fascista e alla Germania nazista. Forse per questo “D.” e Rose nel romanzo non hanno la bassezza dei personaggi delle sue precedenti opere ma ricordano Arianna e Medea, mentre la Chanson de Roland diventa il metro con cui essi, cavalieri moderni, giudicano comportamenti eroici o felloni.

 

 

Nonostante i vacui tentativi di Chamberlain e Halifax, nel settembre del 1939 la guerra si presentò a reclamare i suoi tributi e Greene decise di mandare Vivien ed i figli da sua madre nel sud dell’Inghilterra. Lui rimase a Londra con Dorothy, prese in affitto una casa a Clapham e fu testimone del Blitz nazista sulla capitale, ogni notte silenzioso osservatore di quegli orrori piovuti dal cielo.

 

Nel frastuono delle sirene antiaeree che spargevano la loro melodia di morte, i bombardamenti nel buio assomigliavano a “yellow pennies” e le persone che fuggivano dalle case in fiamme tanti piccoli fantocci di Guy Fawkes.

 

La guerra favorisce la sua ciclotimia, spingendolo a voler servire in armi nella speranza di poter morire in qualche campo di battaglia come Péguy alla Marna. Grazie ad una segnalazione della sorella fu reclutato invece nel Secret Intelligence Service (MI6) di Sua Maestà e, dopo un periodo di formazione sotto la copertura dell’OTC all’Oriel College di Oxford, venne assegnato alla sezione che si occupava della penisola iberica e dell’Africa occidentale.

 

 

Suo capo era Kim Philby, rampollo dell’aristocrazia britannica ed insieme ad altri cinque, i Cambridge Five, spia dell’Unione Sovietica. Nel 1941 Greene fu inviato a Freetown, in Sierra Leone. Quell’area era di scarso interesse per le operazioni militari ma possedeva un certo valore informativo: le colonie francesi erano infatti sotto il controllo del regime di Vichy ed assicuravano alle truppe tedesche un ricco bacino da cui ottenere diamanti ed attingere le materie prime necessarie alla produzione bellica.

 

La devastazione londinese dopo i blitz aerei dei nazisti (Ph Fred Morley/Fox Photos/Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Inoltre, la Marine Nationale aveva ancora diverso naviglio militare a disposizione nel golfo di Guinea e l’Ammiragliato era interessato a sapere se quelle navi avrebbero presto fatto il loro ingresso in scena nel teatro mediterraneo. Da buona spia, o da spia che poté fare ben poco come spesso accade, di cosa avesse fatto in Africa occidentale durante la guerra Greene non diede mai un quadro chiaro. Raccontò di aver provato ad aprire un casino dove attirare ufficiali di Vichy per ricattarli ed estorcere loro informazioni, di aver tenuto d’occhio le attività spionistiche tedesche nell’area, l’interesse di quest’ultimi per il naviglio francese e per le miniere di diamanti.

 

Forse reclutò qualche fonte, costruì una sua rete informativa, ma per la maggior parte del tempo dovette combattere il nemico della noia, della ripetitività e il terribile clima locale.

 

Il lavoro con la sezione iberica gli fece capire che la realtà dello spionaggio poteva spesso assumere i caratteri del tragicomico. Agenti reclutati dai servizi di Vichy o dall’Abwehr tedesco fabbricavano informazioni false ed inviavano rapporti su fonti immaginarie per soddisfare la bulimia informativa dei comandi e mantenere il loro status, dunque lo stipendio, di agenti. I servizi erano disposti a credere in ciò che essi stessi volevano credere. Greene venne a conoscenza della storia dell’agente doppio “Garbo” e questi ispirò il protagonista del romanzo Our Man in Havana, scritto nel 1957 durante una permanenza nella Cuba della mafia italoamericana e di Batista e divenuto poi un film con Alec Guinness.

 

 

Nel 1943 la guerra per lo scrittore inglese finì, tornò a Londra a lavorare negli uffici del quartier generale dell’MI6 e a vivere con Vivien. Se la lontananza aveva allargato il solco di alcune ferite, la convivenza vi sparse sale sopra; Greene pensava che la guerra lo avrebbe portato alla morte ma capì che era da vivo che portava infelicità nella famiglia. Ispirandosi alla sua esperienza africana scrisse allora The Heart of the Matter che si rivelò non soltanto il suo più grande successo ma anche la sua più grande fatica, riflettendo l’abisso in cui era precipitato il suo stato emotivo.

 

Graham Greene all’Havana (Photo by Peter Stackpole/The LIFE Picture Collection/Getty Images)

 

 

Il protagonista, maggiore della polizia coloniale britannica e cattolico devoto, si uccide commettendo coscientemente un peccato mortale in nome della pietà che prova per le due donne a cui sa di aver arrecato il male con il suo comportamento ignavo e traditore. Il libro gettò ancor più scandalo nel mondo cattolico di quanto non avesse fatto il prete alcolizzato ma aveva il pregio di anticipare problematiche che Giovanni XXIII volle affrontare nel Concilio Vaticano II.

 

La salvezza, pensava Greene, era nella Chiesa ma qualcosa doveva cambiare e le critiche che gli furono mosse assomigliavano a quelle che Newhouse avrebbe rivolto ad O’Malley.

 

L’ambiguità morale di cui lo scrittore inglese si fece campione lo pose in una posizione scomoda perché, come rilevarono gli inquisitori che esaminarono le sue opere, tra l’ambiguità e l’eterodossia ci sono pochi gradi di separazione. Un problema, quello dell’eterodossia, che sarebbe ritornato quando negli anni dell’America Latina Greene si sarebbe avvicinato alle posizioni sociali della teologia della liberazione in contrapposizione al perentorio “Silenzio!” di Giovanni Paolo II.

 

 

Nel 1943 pubblicò The Ministry of Fear, una storia di spie naziste e sanità mentale ambientata durante il Blitz, e rifiutò l’offerta di Philby di una promozione a capo della sezione Africa Occidentale. Graham Greene lasciò l’MI6 nel 1944 per potersi dedicare nuovamente alla scrittura ma oggi sappiamo, grazie agli immani sforzi del suo biografo Sherry, che come una laboriosa sarta dovette dedicare vent’anni della sua vita a tessere la trama della vita di uno degli scrittori più riservati di sempre, che il rapporto con il Servizio non si interruppe mai realmente.

 

Il quartier generale del MI6 a Londra (Ph Jeremy O’Donnell/Getty Images)

 

 

Catherine Walstone entrò nella vita di Greene sul finire della guerra. Sposata con il barone Walstone, politico laburista, si era convertita al cattolicesimo dopo aver letto i suoi libri e gli scrisse per contestare alcune questioni di natura teologica. Donna complicata, carnale, passionale, possessiva, aggressiva e promiscua tanto quanto lo stesso Greene, la relazione adulterina che ne risultò avrebbe portato alla fine del matrimonio con Vivien ma anche ad un esaurimento nervoso ed alla più profonda elaborazione sul tema del tradimento nella storia della letteratura anglosassone.

 

Per la prima volta dai tempi dell’incontro con Vivien, Graham Greene si innamorò di nuovo. Credeva che l’atto creativo e l’innamorarsi fossero la stessa cosa, generati della medesima sostanza.

 

“Non posso tenere in considerazione”, disse una volta, “un amore che appassisce senza lasciare una cicatrice”. Innamorarsi era per lui più simile ad un atto di guerra che non alla lenta germinazione di una amicizia e, a ben guardare, il rapporto con la Walstone fu una Waterloo sentimentale. Quando Vivien scoprì l’ennesimo tradimento, Greene decise di lasciare la famiglia e in quel frangente burrascoso scrisse la sceneggiatura del film The Third Man.

 

 

Vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 1949, capolavoro del cinema espressionista ispirato ai lavori di Robert Krasker, interpretato da Orson Welles, Joseph Cotten e Alida Valli, il film è ambientato nella Vienna del secondo dopoguerra dove un americano, Holly Martins, vuole scoprire le cause della morte di un suo amico, Harry Lime.

 

Greene e la sua amata Catherine Walstone

 

 

Greene trascorse diverse settimane nella Vienna occupata dagli Alleati per studiarne atmosfere, night-clubs, passaggi sotterranei, avendo come guida una sua amica, l’attrice Elizabeth Montagu, e Peter Smolka, corrispondente del The Times per l’Europa centrale, il quale lo introdusse ai segreti del mercato nero oltrecortina. Il personaggio di Lime fu probabilmente ispirato allo stesso Philby in un periodo in cui cominciavano a circolare le prime voci su alcune talpe sovietiche infiltrate nelle istituzioni britanniche.

 

 

Nel 1951 Burgess e McLean, primi tra i Cambridge Five ad essere identificati, scapparono in Unione Sovietica e contestualmente iniziò a maturare l’ipotesi che ci fosse un “terzo uomo” non ancora scoperto. È probabile che ad una mente dotata di immaginazione e abituata a sondare le profondità dell’animo umano, come era quella di Greene, le simpatie rosse di Philby non fossero passate inosservate durante la guerra. Eppure egli non lo tradì mai e quando quest’ultimo disertò nel 1963 e scappò a Mosca decise di difenderlo, al punto da accettare di scrivere la prefazione alle di lui memorie (My Silent War).

 

 

Quando si seppe che Philby era una spia sovietica Greene stava lavorando a The Human Factor, storia che denuncia l’ipocrisia occidentale rispetto al regime di apartheid sudafricano e la “variabile umana” che spinge un agente dell’MI6, più passacarte che non James Bond, a vendersi ai Sovietici per aver salva la vita della donna che ama. Tuttavia la diserzione di Philby e la pubblicazione delle memorie di sua moglie, The Spy I Loved, lo costringono a sospendere la scrittura. Decide allora di partire di nuovo e nel 1973 vola in Paraguay, dove risale il corso del fiume Panarà verso il litorale argentino e dove ambienta il suo libro preferito, divenuto poi un film con Michael Caine, Richard Gere e le musiche di Paul McCartney, The Honorary Consul, nel quale la storia ruota intorno all’ennesimo adulterio.

 

Per Greene le persone che indulgono in una vita promiscua e al tradimento portano in sé le stigmate del tormento che, nel suo caso, assume la potenza del senso di colpa cattolico.

 

Ma ciò che è alla base del tradimento, cioè la slealtà e la disonestà, sono per lui la prima caratteristica dell’umano che è alla perenne ricerca della sopravvivenza. “L’uomo leale muore per primo, dunque sii un doppio agente”. La slealtà in Greene diventa virtù e resta profondamente legata anche alla sua carriera di scrittore, ai moventi della sua scrittura che rispondono alla necessità, che egli avverte fortissimamente, di identificarsi con le vittime della storia.

 

Graham Greene tra i lebbrosi alla ricerca del suo cuore di tenebra

 

 

Nella storia le vittime mutano, perciò lo scrittore, per essere parte di quella storia, deve cangiare affinché sia sempre dalla parte dei vinti e contro i vincitori. Graham Greene difese il suo vecchio capo Philby reclamando il diritto ad essere sleali in nome di una concezione più problematica del tradimento e della colpa. In una logica inversa, Philby si era comportato bene perché aveva combattuto per i suoi ideali: lui non si era venduto ai Sovietici ma era un agente sovietico che credeva nel marxismo. La sua scelta di campo era chiara sin dagli anni della guerra, sin da quando era studente a Cambridge. Come il suo alter ego Bill Haydon nel capolavoro di le Carré, Tinker, Tailor, Soldier, Spy (1974), egli avrebbe potuto giustificare il suo tradimento ascrivendolo a ragioni estetiche prima ancora che morali o politiche.

 

“L’Occidente è diventato così brutto”.

 

Greene sapeva inoltre che la storia dei Cambridge Five andava ben al di là della sicurezza nazionale e dei rapporti con gli americani perché aveva sollevato il velo dell’ipocrisia sotto al quale la classe dirigente inglese aveva voluto nascondere la realtà di una società in mutamento.

 

In quel tradimento egli vide condensate le disforie della società britannica del dopoguerra.

 

Una società ancora ipocritamente legata al defunto “mondo imperiale” ma che fu in grado di anticipare di quasi un decennio il messaggio del Maggio francese e senza bisogno delle barricate. Una rivoluzione all’inglese, all’insegna della spregiudicatezza e della tolleranza. Così si scopriva che non soltanto quelle spie erano cresciute nel grembo dell’aristocrazia e delle grandi università in cui l’ideologia comunista aveva attecchito e messo radici, ma che gli ambienti che frequentavano erano promiscui, favorivano gusti sessuali non propriamente ordinari per la morale dell’epoca, erano dediti all’alcolismo e ad una serie di vizi minori.

 

 

Per Greene invece colpa e tradimento erano legati soprattutto al problema dell’adulterio perché, nel suo valore metafisico più che carnale, ne consumò la vita morale. Il tradimento era l’unica forma di onestà possibile perché rendeva scoperta la ragione conflittuale che germogliava dalla natura umana. Quando nel 1952 si separò legalmente da Vivien, senza chiedere il divorzio, egli dovette riconoscere il proprio fallimento come marito e come uomo.

 

“Ho messo tutto me stesso nei miei libri. Non è rimasto più nulla per la vita o per le persone”.

 

Comprò una casa a Capri, Villa Rosario, piccolo angolo di mondo dedicato soltanto alla scrittura e posto sulla medesima strada dove per qualche tempo si potevano incontrare Curzio Malaparte, Mario Soldati, Alberto Moravia, Elsa Morante, Norman Douglas e Axel Munthe. Dal 1949 al 1980 Greene avrebbe trascorso sull’isola non meno di due mesi all’anno, spesso sosta tra un viaggio e l’altro, e fu lì che scrisse, ispirato dal fallimento del suo matrimonio e dalla sua relazione sempre più precaria con la Walstone, The End of the Affair. Faulkner lo definì “uno delle opere più vere e commoventi del mio tempo”. Pochi mesi dopo la pubblicazione, un ritratto dello scrittore inglese comparve sulla prima pagina del Time insieme alla domanda che racchiude il senso della sua opera: “Può l’adulterio portare alla santità?”.

 

Kim Philby, the double agent (Ph Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)

 

 

La relazione extraconiugale raccontata nel romanzo, straordinariamente simile alle dinamiche vissute con la Walstone e il marito di quest’ultima, termina quando Sarah chiede a Dio la salvezza del suo amante Maurice, ferito dopo l’esplosione di una bomba, in cambio della fine della loro storia. Un voto che lui non riuscirà mai a capire neanche quando, anni dopo, scoprirà che Sarah non ha più frequentato altri uomini all’infuori del marito Henry e che le sue lunghe assenze sono dovute ad una malattia che porterà lei alla morte e lui alla solitudine. È una delle opere di Greene più delicate e potenti al tempo stesso, coincide con l’inizio della fine della sua storia con la Walstone e con il riaffacciarsi di quel desiderio di fuga dall’infelicità che si tramuta in viaggio ed esplorazione.

 

 

Nel 1953 è corrispondente di guerra dall’Indocina durante la guerra tra i francesi e il Viet Minh:

 

“Per la prima volta in vita mia”, scriverà, “odio la guerra”.

 

Segue i soldati al fronte, assiste allo sradicamento delle popolazioni dalle campagne rurali, visita orfanotrofi e aree impoverite, parla con i sacerdoti cattolici vittime dei comunisti e dei buddisti, è testimone di orribili brutalità da parte di entrambi gli eserciti ma, soprattutto, vede con i propri occhi il fallimento delle buone intenzioni americane e il disvelarsi di tutta la loro arrogante ingenuità. È infatti a Saigon quando esplode una bomba nel centro della città che fa strage di civili inermi, bambini e donne. Vede il sangue sull’asfalto, sente la puzza dei corpi carbonizzati, ode le grida dei feriti e sa, o crede di sapere, chi sia il responsabile.

 

 

In effetti Greene è in Indocina per fare il corrispondente pagato da Le Figaro e dal Times ma prima di partire è stato avvicinato dai suoi vecchi colleghi del Servizio. Vogliono informazioni sulle varie fazioni, sulle possibilità di vittoria francesi e sull’esistenza di una “opzione cattolica” da sostenere nella lotta contro la diffusione del comunismo nel Sud-est asiatico. L’esperienza indocinese viene condensata in The Quiet American, libro profetico che preannuncia l’impegno e il fallimento americano in Vietnam. Il protagonista, l’americano tranquillo del titolo, è infatti parzialmente ricalcato su Edward Lansdale, agente della CIA responsabile delle prime operazioni clandestine e di guerra psicologica sia in Vietnam sia nella Cuba di Fidel Castro (Operazione Mangusta).

 

 

Il romanzo ebbe un successo straordinario, ne fu tratto un film nel 1958 con Michael Redgrave anche se è probabile che Greene avrebbe preferito la versione con Michael Caine del 2002.

 

Chi non gradì affatto quella denuncia furono gli americani al punto che nel 1959 J. Edgar Hoover, l’onnipotente fondatore dell’FBI, ordinò ai suoi uomini di aprire un fascicolo sullo scrittore e di tenerlo d’occhio.

 

Greene divenne così uno delle migliaia di intellettuali, politici, scrittori, giornalisti, imprenditori che finirono spiati e schedati a causa di una perversa caccia alla streghe che poco aveva a che fare con la Guerra Fredda ma molto con il potere.

 

Apocalypse Now (Ph Patrick Christain/Getty Images)

 

 

Nei tardi anni Cinquanta fu spesso a Port-au-Prince ad Haiti, dove poté seguire l’involuzione della tirannide di François Duvalier, alias Papa Doc. Medico creolo erede di una famiglia colta ed istruita, il dittatore haitiano poté sfruttare la rivoluzione cubana per presentarsi come amico degli americani, pur odiandoli, e porsi sotto la loro protezione. Costruì un apparato repressivo che sfruttava l’ignoranza e la superstizione vudù dell’isola presentandosi come l’incarnazione di Baron Samedi, vestito con la marsina, il cappello a cilindro, sigaro e occhiali scuri, e mescolando antichi riti con il cattolicesimo al punto da incorrere nella scomunica della Santa Sede.

 

 

La sua polizia segreta, i Tonton Macoute, era uno spietato strumento di terrore il cui soprannome derivava dalla mitologia creola, la storia di un uomo nero che percorre le strade al calar delle tenebre, rapendo i bambini ed infilandoli in un sacco di juta senza che di essi si sappia più nulla. Quando Greene arriva ad Haiti è ospite dell’Hotel Oloffson, meta di artisti, celebrità, mafiosi, spie, politici, un mondo ovattato al di fuori del regime di Duvalier che mentre le persone spariscono dietro ai sacchi di juta trascorre il proprio tempo a trinciar sigari e preparare cocktail.

 

 

Il proprietario, Richard Morse, è come tutti i direttori di albergo un silenzioso testimone di migliaia di storie e depositario involontario di centinaia di segreti. Greene lo sceglie come protagonista del suo romanzo, The Comedians, pubblicato nel 1966 e che scatena le ire di Duvalier. Il racconto svela al mondo il volto maligno del suo potere ma al tempo stesso lo ridicolizza, tanto che il dittatore ordina di vietare la lettura del libro e dopo aver pensato di farne uccidere l’autore decide di rispondere di propria mano. Esce così Graham Greene Finally Exposed, un j’accuse del tiranno contro lo scrittore che definisce spia, traditore, adultero, drogato e pervertito.

 

Per parte di Greene, quel pamphlet fu “il più bel regalo che io avessi mai ricevuto”.

 

Negli stessi anni delle avventure haitiane Greene viaggia nella Cuba di Batista assediata dai ribelli castristi sulle montagne; tra casinò della mafia, loschi imprenditori, prostitute e alcool, egli riesce a raggiungere clandestinamente i campi dei rivoluzionari per consegnare loro coperte e viveri per l’inverno. Non nega di avere in simpatia quei giovani guerriglieri marxisti, ne ammira la disciplina e la volontà ma soprattutto il leader, quel Fidel Castro di cui sarà ospite negli anni successivi e che gli farà dono di un quadro da lui realizzato che adornerà la casa francese di Greene ad Antibes. Castro gli suscita un’innata simpatia e non per consonanza ideologica ma perché, in quel momento, è dalla parte degli ultimi. Quando sarà lui potente e tirannico, lo scrittore inglese constaterà amaramente che “tutte le rivoluzioni, per quanto idealistiche, prima o poi finiscono per tradire se stesse”.

 

Lo spietato François Duvalier (Ph Keystone/Getty Images)

 

 

Alla fine degli anni Cinquanta Graham Greene è un uomo ricco e famoso all’apice del successo ma moralmente e psicologicamente bruciato. L’esperienza indocinese, quella haitiana e la rivoluzione cubana lo hanno duramente provato. Si sente come un medico bloccato in un villaggio afflitto da una malattia di cui egli conosce i sintomi ma non la cura. Vivien non c’è più, i figli non ci sono forse mai stati e Catherine non vuole lasciare la famiglia per lui.

 

 

Sente la vena creativa inaridirsi, la letargia e la spossatezza pervadere ogni aspetto della sua vita, la noia ghermirlo al punto da pensare di sottoporsi a sedute di elettroshock. Un po’ come quando da giovane aveva finto di avere un ascesso per farsi anestetizzare con l’etere. Di fronte a questa ricaduta riprende il passaporto e scappa, torna in quell’Africa profonda da dove tutto era cominciato quasi trent’anni addietro. Nel 1959 non è più l’uomo di The End of the Affair, ammette di aver perduto la fede e spera che girovagando nel Congo belga, tra le colonie dei lebbrosi, possa ritrovare un sentiero da seguire.

 

 

Si ricorda di ciò che gli disse la sua psicanalista quando era ancora soltanto un ragazzino bullizzato a Berkhamsted e così si mette a scrivere di nuovo, terapia della contraddizione in cui è caduto: è uno scrittore cattolico che non crede più e non riesce più a scrivere proprio perché, forse, non sente più Dio.

 

In tutta la sua opera vi è da un lato la sofferenza che si abbandona alla disperazione, dall’altro la strada che porta ad una sorta di redenzione.

 

Il Congo, il contatto con la carne malata e con quei poveri diavoli che ogni civiltà nella storia ha cacciato fuori delle mura della cittadella, gli fa riscoprire i colori del vivere. Nei successivi tre anni sperimenta una rinascita emotiva e spirituale che gli permette di scrivere romanzi e racconti come A Burnt-Out Case, romanzo sulla lebbra della carne e dell’anima ispirato alla sua storia personale ma il cui protagonista è ricalcato sul medico Michel Lachat che a Yondo si occupava di lebbrosi

 

Una panoramica dal Congo profondo (Ph H. Goldstein/Central Press/Getty Images)

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Dopo essere stato colpito dagli strali di Duvalier, Greene viene contattato nel 1967 dal regista Peter Glenville per realizzare un film su The Comedians con Richard Burton, Elizabeth Taylor e Peter Ustinov. Durante le riprese lo scrittore scopre però di essere sul lastrico; il suo consulente finanziario, lo stesso di altre celebrità come Charlie Chaplin, gli è costato tutti i suoi risparmi ed una indagine tributaria da parte dei giudici inglesi. Per scampare un processo ingiusto lascia il Regno Unito e va in esilio in Francia, ad Antibes, un cambiamento che apre una nuova fase della sua carriera. Dopo Haiti, Cuba, l’Indocina, Greene ha capito non soltanto di avere una voce che si sa fare ascoltare ma anche un certo potere politico.

 

 

Scrive allora centinaia di lettere a giornali o personalità, critica le foto delle torture in Vietnam, si interroga sulle responsabilità americane nell’aggravarsi del conflitto ma non risparmia critiche neanche oltrecortina. Attacca l’involuzione di Breznev in URSS e lo scempio di Praga, denuncia la condizione di scrittori ed intellettuali russi rinchiusi negli ospedali psichiatrici e imbottiti di droghe.

 

“Difendere gli altri è un dovere morale perché un giorno, Dio non voglia, potremmo aver bisogno di qualcuno che difenda noi”.

 

Nel 1971, anticipando i temi sollevati dalla Guerra al Terrore dopo l’11 settembre, accusa i metodi brutali usati nel carcere di Long Kesh in Irlanda del Nord contro i detenuti dell’IRA. Secondo Greene la questione non riguarda soltanto la dignità dei terroristi in quanto persone ma quella del popolo inglese nella sua lotta contro il terrorismo e contro il comunismo.

 

“Come possiamo alzarci in piedi e difendere i nostri valori se siamo i primi a violarli?”.

 

È in quell’anno che inizia un’avventura nuova per un uomo che sta invecchiando ma che non perde la curiosità ed ha continuamente bisogno di nuove sfide. Viene invitato dal generale e dittatore panamense Omar Torrijos, al potere dal 1968 e deciso a trovare un accordo con gli Stati Uniti per riprendere il controllo del Canale. Un famoso scrittore notoriamente critico della politica estera del colosso del norte avrebbe potuto legittimare ulteriormente la causa di Panama.

 

 

La relazione con il generale crebbe in fretta, legata com’era a quel miscuglio di rivendicazioni sociali e resistenza al potere che tanta presa avevano su un uomo come Greene. Per un certo periodo di tempo egli assunse il ruolo ufficioso di un consigliere diplomatico, tanto da essere invitato alla cerimonia della firma dei trattati Torrijos-Carter del 1977 e da aggirare i divieti di ingresso dell’FBI negli Stati Uniti grazie ad un passaporto diplomatico panamense.

 

7 Maggio 1981: combattenti dell’IRA rendono omaggio a Bobby Sands durante i suoi funerali (Ph Hennessy/Keystone/Getty Images)

 

 

Greene raccontò spesso di temere per la sorte del presidente in quanto, dalla sua prospettiva, Torrijos era un altro Lumumba, un altro Allende, un altro Arbenz, un altro Mossadeq, un altro Diem. Quando morì nel 1981 in un incidente aereo, credette che fosse stato vittima di un attentato. “Non ho mai perso un amico migliore”, dichiarò. Nel contesto della Guerra Fredda in America Latina, Greene iniziò a sostenere i sandinisti in Nicaragua nella loro lotta contro i guerriglieri contras foraggiati dagli Stati Uniti di Reagan. Più volte ospite a Managua del presidente Daniel Ortega, la sua presenza fu usata dal regime sandinista in favore di propaganda e non parve dispiacersene. Il successore di Torrijos, Rubén Paredes, gli chiese di incontrare Castro in via riservata per comunicargli che nulla sarebbe cambiato nei rapporti con l’Havana dopo la morte del suo predecessore.

 

“Fidel, io non sono il messaggero. Io sono il messaggio”, disse a el Comandante quando fu ricevuto.

 

In segno di gratitudine, Paredes gli regalò il famoso Rolex d’oro con cinturino di cuoio che lo scrittore portava al polso. Questo moto di simpatia per i diseredati e i vari caudillos latinoamericani, conseguenza della sfiducia nei confronti della globalizzazione, delle multinazionali e della politica estera americana, lo spinse a guardare con favore la teologia di liberazione, ponendosi in rotta di collisione con la posizione di Giovanni Paolo II e la reprimenda di quest’ultimo a Ernesto Cardenal Martinez. Nondimeno le simpatie umane di Greene non assunsero mai colore politico ma rimasero sempre grezzo insieme di moti d’animo e sentimenti, cioè quanto si richiede ad uno scrittore.

 

 

Nel 1976 Greene aveva ormai più di settant’anni ma non volle concedere spazio alcuno alla vecchiaia. In Spagna Francisco Franco era morto da meno di un anno quando insieme ad un suo caro amico, padre Leopoldo Durán, iniziò il primo dei suoi quindici viaggi nel paese. I lunghi passaggi in macchina attraverso le campagne, i deserti andalusi e le paludi del Guadalquivir fornirono il materiale per la pubblicazione di Monsignor Quixote nel 1982, una pastiche di Cervantes sulla transizione, sul post-franchismo e sul rapporto tra cattolicesimo e marxismo. Ma il Don Quixote e il Sancho del romanzo, rispettivamente un prete insano e l’ex sindaco comunista di El Toboso, che si muovono a bordo di una Seat 600, metafora di Rocinante, assomigliano incredibilmente a Greene e Durán.

 

Fidel Castro durante un comizio a Cuba negli anni ’60 (Ph Keystone/Getty Images)

 

 

La Spagna che incontrano non era poi molto cambiata da quando Eugene Smith l’aveva fotografata nel 1950, tesoro dell’arte fotografica, schietto, brutale ritratto dell’arretratezza del paese sotto l’incudine del franchismo. Tuttavia l’interesse di Greene per la penisola iberica non si esauriva nella ricerca letteraria: nel periodo in cui fu con più frequenza sulla Seat 600 di Durán, a Londra si incontrava con Maurice Oldfield, amico di lunga data ma soprattutto capo dell’MI6. L’intelligence inglese era interessata a conoscere la possibile evoluzione della transizione, i rapporti tra i baschi dell’ETA e la P-IRA ma anche la forza, la crescita ed i programmi dei partiti socialisti e comunisti.

 

 

Nel 1974 la rivoluzione dei garofani in Portogallo era sfuggita a tutti ma, al di là delle conseguenze che la caduta del regime clerico-fascista di Salazar aveva provocato in Angola e Namibia, del piccolo paese iberico importava a nessuno. La Spagna era un’altra storia ed evitare una debacle simile a quella portoghese, soprattutto se il pericolo arrivava da sinistra, era nell’interesse dei paesi occidentali.

 

Nei suoi diari padre Durán racconta dell’ossessione per la riservatezza di Greene, della pretesa di passare inosservato e delle decine di incontri che ebbe con leader della sinistra socialista e comunista come Tierno Galván o Santiago Carrillo.

 

Le preoccupazioni del Foreign Office erano condivisibili ma alla fine le minacce alla neonata democrazia giunsero dal frondista Tejero e dalle bombe degli indipendentisti baschi più che dai comunisti. Con il passare degli anni, nonostante continuasse a scrivere ogni mattina come parte di una sua personale disciplina, Greene pubblicò sempre meno. Sentiva di non aver più nulla da raccontare mentre era desideroso di vedere più mondo possibile ed esprimere le sue opinioni politicamente scorrette e non richieste. Nel 1987 fu invitato da Gorbaciov per i saluti finali al Forum per la Pace di Mosca, occasione che gli permise di tornare in Unione Sovietica dopo più di vent’anni dal suo ultimo viaggio nel 1961.

 

Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev a colloquio alla Casa Bianca nel 1987 (Ph White House Photos/Getty Images)

 

 

Durante il suo intervento non perse l’occasione per sferzare gli americani e la loro politica estera, auspicando altresì che un ambasciatore sovietico potesse prendere servizio presso la Santa Sede. Greene ammirava Gorbaciov così come aveva stimato precedentemente Jurij Andropov perché “qualunque cambiamento nell’URSS non potrà che arrivare dal Kgb. Reclutano i più giovani e i più brillanti, li formano e poi li mandano all’estero dove imparano a conoscere il mondo. L’Armata rossa è poco meno che un gruppo di vecchi ufficiali napoleonici”. Un cosmonauta sovietico, probabilmente Georgy Shonin, gli fece dono di una copia del suo libro, Our Man in Havana, con una dedica personale.

 

 

Quel romanzo gli aveva tenuto compagnia nei cinque mesi trascorsi nello spazio con la missione Soyuz 6 e durante una trasferta a Cuba l’aveva utilizzato come guida turistica. Il ritorno in URSS fu anche l’occasione per ricongiungersi con il suo vecchio capo Kim Philby. I due si erano scritti non meno di otto volte nei vent’anni precedenti e Greene gli aveva inviato una copia inedita del manoscritto de The Human Factor dopo che Philby aveva risposto alle critiche che aveva mosso ai Sovietici per il trattamento inumano riservato agli intellettuali. Tra il 1987 e il 1988 si incontrarono tre volte, furono ospiti a cena della suocera russa di Philby, bevvero vodka e trascorsero il tempo a ricordare la guerra. Non sappiamo se discussero mai del tradimento e della diserzione, Greene non volle parlarne mai, ma conosciamo l’amarezza di Philby.

 

 

I russi non lo trattarono come un “colonnello onorario del Kgb” ed un “eroe dell’Unione Sovietica”, piuttosto lo misero sotto stretto controllo, relegandolo in un appartamentino moscovita ed affidandogli incarichi umili come si confà a coloro i quali non sono degni di fiducia. La pena per aver tradito, in fondo, fu peggio della prigione perché fu condannato alla solitudine e all’ingratitudine da quegli stessi compagni per cui aveva lottato. Charlotte Philby ne ha recentemente ricostruito le amarezze in un bellissimo racconto, The Spy Who Loved Me, atto d’amore di una nipote per il nonno che non poté conoscere.

 

Con l’ombrello in mano, nella migliore tradizione inglese (Ph Evening Standard/Getty Images)

 

 

Greene trascorse le rimanenze della vita nella sua casa di Antibes per essere più vicino ad Yvonne Cloetta. Di questa donna, sebbene avesse passato quasi trent’anni con lo scrittore, si è sempre saputo poco. Si erano conosciuti nel 1959 a Douala, nel Camerun francese. Più giovane di diciotto anni, intrappolata in un matrimonio infelice e sterile, la sua fresca giovinezza fu un antidoto alla depressione. Per Greene quelli furono gli anni del crollo, della perdita della fede e dell’allontanamento della Walstone ma in Yvonne scoprì una compagna che viveva di emozioni tanto quanto lui, disposta ad accettare un rapporto fatto di lunghe assenze, indifferenza e ricadute maniaco-depressive.

 

 

Dal cuore di tenebra in cui era precipitato alla fine degli anni Cinquanta lo scrittore non avrebbe mai potuto uscirne senza di lei. Per questo la volle il più vicino possibile negli ultimi anni. Nel 1990 pubblicò The Last Word and other stories e come il protagonista del primo racconto anche lui scoprì di avere il cancro e che il tempo era agli sgoccioli. Lasciò la Francia dopo aver perso una causa in seguito ad un duro j’accuse (The Dark Side of Nice) lanciato contro l’amministrazione cittadina di Nizza per la corruzione e le connivenze con il crimine organizzato. Tuttavia nel 1994 il sindaco Jacques Médecin fu arrestato per associazione a delinquere e lo scrittore inglese ottenne la sua vittoria postuma, una storia che ha ispirato la produzione Marseille con Gerard Depardieu.

 

 

Nel 1990 raggiunse Vevey in Svizzera per stare con Yvonne, con la figlia Caroline e passeggiare sul lungolago con l’amico Chaplin. Gli chiesero spesse volte se non fosse amareggiato per non aver mai ricevuto il Nobel per la letteratura, lui che più di tanti altri l’avrebbe meritato, ma con fare sardonico rispondeva che stava aspettando un premio più grande: la morte.

 

“D’altronde è come essere stupidi, è doloroso solo per gli altri”.

 

Rifiutò decine di premi e di onorificenze nel corso della sua carriera ma vinse tutti quelli a cui fu candidato. Fece una eccezione per Elisabetta II la quale volle onorarlo con l’Ordine al Merito delle Arti, classe che può essere conferita a non più di venticinque membri in vita. Dopo un collasso quasi fatale ricevette una lettera da Vivien. Cinquant’anni erano passati dalla loro separazione. Le rispose che non aveva paura di morire e che avrebbe continuato a scrivere anche nei pochi giorni che gli rimanevano, forse pensando, come il prete prima dell’esecuzione nel cortile della caserma di Tabasco, che in fin dei conti sarebbe costato così poco essere un buon marito e risparmiare alla sua famiglia tante sofferenze.

 

“Penso di aver realizzato poco e di aver fallito tanto. Ho scritto qualche buon libro ma non ne sono poi così sicuro. Ho fallito invece in tutti gli aspetti più importanti della vita”.

 

Aveva smesso di andare a messa e di ricevere la confessione negli anni Cinquanta ma nell’ultima parte della sua vita l’amicizia di padre Durán riportò la pecorella smarrita verso casa ed in Spagna ricevette di nuovo i sacramenti.

 

“La mia fede vacillante si è fatta più solida”. Disse di credere nel Purgatorio, “che per me ha più senso dell’Inferno”.

 

Probabilmente pensava all’idea dantesca di quel secondo regno/ dove l’umano spirito si purga/ e di salire al cielo diventa degno. Nel 1991, all’età di ottantasei anni, la leucemia scrisse la parola fine all’opera più bella e triste di Graham Greene, quella della sua vita. Di lui ci rimangono libri che sono la cronaca del viaggio che fanno gli uomini nel mondo, nella consapevolezza che nessuno può viaggiare così lontano da essere al di fuori della portata dello spaventoso mistero della misericordia di Dio.