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Andrea Antonioli
10 Marzo 2021

C’era una volta il Catenaccio

Andrea Antonioli

79 articoli
E funzionava pure, a detta di molti.

Nelle ultime ore, dopo l’eliminazione bianconera per mano del Porto, si è parlato molto del tema dell’ “identità”: nel caso della Juventus non solo quella italiana, allegriana, “difensivista”, bensì un qualsiasi tipo di identità di cui la Vecchia Signora – al momento ma in realtà già da un paio d’anni – sembra essere totalmente sprovvista. La verità è che consolidare uno stile di gioco immediatamente riconoscibile, qualunque esso sia, è una missione più difficile del previsto. Al momento in Italia sono poche le squadre che possono vantare una reale identità: forse lo Spezia di Italiano, sicuramente l’Udinese di Gotti, il Verona di Juric, il Sassuolo di De Zerbi.

Salendo in parte la Roma di Fonseca e il Milan di Pioli (neanche troppo), un po’ di più la Lazio di Inzaghi ma soprattutto, in alta classifica, l’Atalanta e l’Inter. Queste due sono al momento le squadre con l’identità più immediatamente riconoscibile e “forte” (in tutti i sensi) che abbiamo. La prima è un caso unico dettato dalle condizioni, non riproducibili, che consentono di fare lì quel tipo di gioco con un lavoro fisico e una programmazione ambientale insostenibili per i grandi club. Insomma, l’eccezione che conferma la regola, replicabile al massimo da un Verona ma non certo da una Juventus, da un Milan o da una Roma.

La seconda, invece, sta veleggiando verso il titolo ripescando i manuali tattici del grande Helenio Herrera: Conte ha ritrovato se stesso e l’attenzione difensiva che lo ha sempre contraddistinto, ha registrato la squadra – partendo dalla difesa – e oggi segnare all’Inter diventa un “obiettivo” (gli inglesi dicono goal) assai ambizioso. Davanti poi si affida alle ripartenze – scusate, oggi si dice transizioni offensive – e ovviamente a Romelu Lukaku.

«Nel calcio i risultati contano molto di più delle statistiche del possesso palla. Con l’Atalanta l’Inter ha sofferto, ha fatto quello che ai miei tempi si chiamava catenaccio. Ma le vittorie non si ottengono mai per caso. Occorrono umiltà, determinazione, rispetto dei valori fondamentali.

Se i nerazzurri stanno vincendo tenendo poco il pallone e ripartendo molto, significa che hanno trovato un modo fecondo di imporsi in questa Serie A».

– Fabio Capello, dall’intervista a Gabriele Gambini (La Verità, 10/03/2021)

Queste a tal proposito le parole di Fabio Capello, che non si accontenta dell’Inter di Conte e anzi (contro)attacca: «pensiamo all’Inter di Mourinho: si diceva che piazzasse il pullman davanti alla porta, quando necessario. Una metafora fantasiosa per indicare un sistema di gioco preciso, che ha pagato». Ecco, come dirlo meglio: una metafora fantasiosa, perché di questo si tratta. Ma ci torneremo a breve.

Nelle stesse ore Italo Cucci, un altro grande signore del calcio (che non lo ha visto dalla panchina, ma raccontato dalla tribuna), affondava sulle colonne del Corriere dello Sport: «oddio come rosicano gli esteti. Sono costretti alla parolaccia – Contropiede – che gli brucia la lingua addolcita dalle ripartenze; e alla bestemmia – Catenaccio – ormai da anni affidata al Sant’Uffizio ché comminasse scomuniche: e infatti da tempo in certe chiese non mi ci fanno più entrare, i santuzzi – ultimamente sarriani – mi aspettano col capo coperto di cenere. Poi arriva l’Inter – tiè – rispolverando, unica, il grande calcio italiano».

Helenio Herrera, il cui testimone è stato raccolto prima di Josè Mourinho e poi – forse – da Antonio Conte (Norman Quicke/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)

Allora fa quasi sorridere pensare al ritornello mediatico, iper-abusato, per cui le Italiane non vincono in Europa perché non propongono; insomma, a causa del loro calcio biecamente speculativo. Lo si è ripetuto talmente tante volte, in talmente tanti studi e su talmente tanti giornali, che ha finito per diventare un luogo comune: per citare la celebre massima di Goebbels “ripeti una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. In realtà questa frase il gerarca nazista non la disse né scrisse mai ma, a forza di attribuirgliela, è diventata sua, in una parossistica dimostrazione del meccanismo di realtà prodotta.

Tornando a noi e al ritornello, riproposto ad ogni occasione utile dai semplificatori di ogni risma, esso certo può reggere – per qualcuno – nel momento in cui il “reazionario” Allegri viene eliminato dall’Ajax del totalvoetbal 2.0. Inizia invece a vacillare quando l’Inter di inizio stagione, offensiva e propositiva, chiude al quarto posto nel girone con più gol subiti che fatti; quando formazioni più “internazionali”, es. la Roma di Fonseca, si sciolgono come neve al sole appena sale il livello; quando per giocarsela la Lazio rischia un’imbarcata storica; quando lo stesso Napoli di Sarri, squadra “europea” per eccellenza, raccoglie in tre anni un ottavo di champions, un’eliminazione ai gironi e due sedicesimi di Europa League (segnando però il record di punti del club in Serie A).

Insomma, il problema non è il tipo di gioco (fatta eccezione proprio per le eccezioni, come l’Atalanta, modello come detto non replicabile ad alti livelli): il problema è il gap tecnico e fisico con le altre big europee. “È molto semplice”, direbbe qualcuno.

Siamo chiari, ciò non significa che il “difensivismo” sia la risposta – già li sentiamo, i progressisti nel pallone pronti ad accusarci di oscurantismo e reazione – significa semplicemente che il loro ritornello è falso, tendenzioso, tanto mediatico quanto infondato. Ce lo dimostrano i risultati della Juventus di Allegri e dell’Atletico Madrid del Cholo (due finali di Champions a testa), mentre i vari Ajax, Manchester City, Borussia Dortmund o Napoli registravano al massimo l’exploit biancorosso della semifinale. Ah nel frattempo, ça va sans dire, vincevano semplicemente i più forti. È molto semplice, parte 2.

«Nel calcio, come nella vita, è tutta questione di equilibrio». (Emilio Andreoli/Getty Images)

Insomma, non c’è un unico e solo modello possibile: per questo noi non vogliamo cristallizzare il vecchio calcio all’italiana, ma non intendiamo nemmeno relegarlo in soffitta. Uno stile impostato su difesa bassa e transizioni offensive veloci e organizzate non è “superato”, così come in altri contesti sono più efficaci il pressing alto, il dominio del gioco e del possesso: semplicemente, tutto dipende. Basta con i dogmi, le verità per tutte le stagioni, le ideologie progressiste che sono le più intimamente totalitarie. Il paradosso è allora che noi, accusati di essere conservatori nel pallone, chiediamo semplicemente varietà: squadre diversi, stili di gioco differenti, mentalità tattiche opposte.

La nostra non è un’apologia del catenaccio e contropiede 2.0, bensì un elogio delle differenze. Un punto di vista che rifugge l’omologazione, il “si dice”, le “ideologie alla moda”, per citare Battisti.

Per questo ci fa sorridere leggere migliaia di nuovi esperti di calcio, narratori, scrittori, giornalisti aspiranti o finiti che ridicolizzano i vari Allegri, Capello, Cucci: signori del calcio che ne hanno viste di tutti i colori, imbrigliati oggi nella retorica ignorante del “progresso calcistico”. Il calcio invece va a fasi, a cicli, a momenti; è mutevole come il pensiero eracliteo e si adatta ai vari contesti con varianti su varianti (ci perdonerete, di questi tempi, l’allusione). Da sempre trova misure e contromisure: il calcio non progredisce, semplicemente muta. Si muove in una concezione ciclica del tempo, a proposito di Eraclito e dei Greci, non in una visione rettilinea come quella cristiana, che è il presupposto per una semplificazione chiamata “progresso”.

Oggi, con il pensiero unico calcistico, ci ritroviamo un Adani che sparla a sproposito di Allegri, o un millennial che liquida i ragionamenti di Fabio Capello come retaggio di un vecchio mondo, deliri di un uomo “superato”. Poco importa se Capello ha vinto Champions League e Campionati, coppe e supercoppe: ci provassero i fautori del calcio propositivo a vincere uno scudetto a Roma, ancor più difficile che alzare una Coppa dei Campioni a Milano. Il calcio non è solo campo, e quelli che oggi vorrebbero renderlo una scienza troppo spesso non considerano le variabili esterne, come quell’architetto che costruì una splendida biblioteca ma non considerò il peso dei libri.

Imporsi adattandosi, e non avere mai dogmi che vengano prima dei calciatori. Questo il pensiero di Fabio Capello (da Sky Sport)

Per questo preferiremo sempre la vecchia scuola italiana (Capello, Ancelotti, Allegri) alla nuova scuola globalizzata: non perché gli uni siano speculativi e gli altri propositivi, ma perché i primi sono eclettici e i secondi, troppo spesso, dogmatici. Per citare ancora Capello: «dipende da che tipi di giocatori hai. Non è che uno arriva e dice: “voglio giocare 4-3-3”. Ma se non hai esterni veloci, con dribbling etc cosa giochi? Fai il gioco dell’avversario. Tu arrivi in una società, ci son già dei giocatori, non ti comprano quelli che tu vorresti per giocare come tu preferiresti. Soprattutto devi capire dove vai a lavorare, in quale città, che società trovi”.

Non potremmo essere più d’accordo con queste parole. Nessuno qui ha mai scritto che si vince solo con il catenaccio; abbiamo sempre detto, invece, che si vince anche con il catenaccio (che piaccia o meno). E ancora nessuno ha mai condannato la costruzione dal basso; abbiamo invece ricordato che esiste anche la palla lunga codificata, non solo e sempre l’uscita palla al piede. Non si tratta di un derby tra offensivisti e difensivisti, semmai di una battaglia tra dogmatici e resto del mondo. Ci passa tutta la differenza del mondo ma, a quanto pare, la logica delle differenze non può nulla contro le certezze dell’omologazione.

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