Bruxelles, Belgio, mercoledì 29 maggio 1985: Juventus e Liverpool si giocano il trofeo continentale più ambito. La capitale belga ospita per la quarta volta la finale di Coppa dei Campioni, dopo le edizioni del 1958, del 1966 e del 1974. Bruxelles vuole apparire esempio di efficienza ed epicentro dell’Europa che verrà ma lo stadio Heysel (oggi Baldovino II) appare ormai inadeguato.

 

 

Pietre, travi e calcinacci sono a disposizione di qualunque malintenzionato all’esterno dell’impianto. Come front line c’è di meglio. Per di più, la vendita dei biglietti e l’assegnazione dei settori è gestita male. Ai sostenitori italiani sono garantiti i settori M, N e O, agli inglesi le zone X e Y. Lo Z è promiscuo, la vendita dei biglietti di quel settore viene affidata a canali non ufficiali. Un modo gentile per non dire “bagarini”. Tuttavia la mattinata e il pomeriggio che precedono la partita scorrono tranquilli. Niente incidenti o scaramucce, malgrado le avverse tifoserie si incontrino spesso per le strade di Bruxelles.

 

L'omaggio della Mole alle vittime del disastro dell' Heysel

L’omaggio della Mole alle vittime del disastro dell’Heysel, esattamente un anno fa (Ph: Giorgio Perottino – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

Racconta Ian McGregor:

“A quell’epoca ero vicecapo della British Transport Police, il mio compito era assicurarmi che in tutti gli incontri di calcio europei, le informazioni sulla sicurezza venissero comunicate alle forze di polizia del luogo, ai consolati e alle altre istituzioni competenti. Non pensavo che potesse succedere qualcosa. Tutti i passeggeri saliti alla stazione di Liverpool erano stati perquisiti e su treni e navi era stata proibita la vendita degli alcolici. Certo, i tifosi non la presero bene, poi però si rassegnarono all’idea di dover restare sobri. La nostra giurisdizione si è fermata all’attracco della nave in Belgio, a quel punto anche noi siamo diventati semplici cittadini. Ci siamo tolti le uniformi, le abbiamo messe in valigia e abbiamo proseguito il viaggio su treni speciali, in abiti civili”.

 

C’è la convinzione diffusa che il rispetto delle forme burocratiche salverà l’evento. E forse è in parte anche vero, ma l’atmosfera cambia già nel tardo pomeriggio e la tensione sale con l’approssimarsi del fischio d’inizio. Non basta evitare la vendita di alcolici, serve monitorare la situazione. Non tutti quelli che sono in fila ai cancelli posseggono regolare biglietto, problema all’origine di tutti gli sviluppi successivi. Molti devono sedersi sui gradini, ostruendo di fatto i passaggi in entrata e in uscita.

 

 

La struttura comincia a risentire di un peso difficile da sostenere. Se non è sbagliata la città, di certo lo è la scelta dello stadio, ma questa era una valutazione da fare a inizio stagione. Rispetto ai decenni passati il tifo non è più lo stesso, ma la gestione belga dell’ordine pubblico sembra quella degli anni 60. Il settore Z ospita una maggioranza di italiani, stretti fra la tribuna e le zone assegnate ai tifosi inglesi. Sono le 19,30 circa, tra un’ora si gioca.

 

 

I supporters del Liverpool cominciano a ondeggiare forzando il settore Z, il gioco è quello del classico take an end (“prendi la curva”). Altri stanno cercando di sfondare le sottilissime reti divisorie. Non potrebbero creare danni se la struttura fosse adeguata. Il che non è una giustificazione. Nella ressa che segue c’è chi si lancia nel vuoto, altri cercano di scavalcare e di entrare nel settore adiacente, altri ancora si feriscono contro le recinzioni.

 

 

Per non essere schiacciati, tutto diventa lecito. Dal versante opposto dello stadio i tifosi italiani ascoltano le voci dello speaker e quelle dei due capitani che invitano alla calma generale. Pochi si rendono conto di quello che sta accadendo. Quelli del settore Z sono costretti ad arretrare ammassandosi contro il muro opposto alla curva dei sostenitori del Liverpool.

 

Il dramma umano dell' Heysel vissuto nel Settore Z

Il dramma umano dell’Heysel vissuto nel Settore Z

 

 

D’improvviso la barriera crolla, un numero imprecisato di persone viene travolto, schiacciato e calpestato nella corsa verso una via d’uscita che in realtà non c’è. Il tutto sotto lo sguardo inerme delle sparute forze dell’ordine locali. Mobilitato, un battaglione mobile della Polizia belga, di stanza a un chilometro dallo stadio, giunge dopo più di mezz’ora per cercare di salvare il salvabile. I tifosi che sono riusciti a mettersi in salvo si sono rifugiati all’altra estremità dello stadio, dove si trova il tifo organizzato bianconero. Sono le 20,15. Lo stadio è ormai un campo di battaglia e gli spalti sono sotto assedio.

 

 

Huguette, figlia di Hervé Brouhon, allora borgomastro (sindaco) di Bruxelles, il cui operato sarà contestato da tutta l’opinione pubblica italiana racconta:

“Vidi mio padre e il capo della polizia tornare dal settore Z, poi insieme abbiamo attraversato il salone principale e qualcuno ha chiuso la porta. E ricordo una persona che ha detto: ‘Ok, ora dobbiamo prendere una decisione: la finale si gioca o no?”.

 

Mentre Ian McGregor al riguardo dichiara:

“Io credo che si sarebbe potuto trasmettere un annuncio per comunicare che era accaduta una tragedia, che alcune persone erano morte o erano rimaste gravemente ferite. E che in segno di rispetto la partita non si sarebbe giocata. Per questo motivo, gli spettatori erano pregati di lasciare lo stadio in modo calmo e ordinato. Io credo proprio che i tifosi l’avrebbero fatto”.

 

La preoccupazione di Platini in quella maledetta notte di maggio

 

 

Nel frattempo le notizie che arrivano sono poco rassicuranti: si parla di decine di morti e centinaia di feriti. Il conto finale sarà di 39 vittime e oltre 600 feriti. Anni dopo, le cronache diranno che le più violente incursioni aeree americane durante le guerre in Iraq mietevano un numero inferiore di vittime. Motivi di ordine pubblico spingono dunque le autorità di Bruxelles a far disputare una partita che ha ormai perso i crismi dell’evento sportivo. All’inizio il presidente Boniperti vorrebbe ritirare la squadra, ma poi si lascia convincere. Nel frattempo l’Europa calcistica è davanti al televisore, ma quella che vede non è una partita di calcio.

“Mi sono preoccupato – racconterà anni dopo Boniperti – del fatto che i giocatori non fossero al corrente di quello che succedeva in tribuna, oppure là, nella famosa curva. E allora sono andato subito dall’allenatore, ho avvisato lui e il medico e ho detto: ‘Qui non deve entrare nessuno’ “.

 

Non è dello stesso parere Huguette Brouhon:

“Durante la riunione gli italiani non dissero mai chiaramente di volere o non volere giocare la partita, sono stati gli altri ad insistere. Per ragioni di sicurezza bisognava giocare quella partita”.

 

Ricorda altro Francesco Morini, direttore sportivo della Juventus nel 1985:

“Il presidente Boniperti ha detto chiaro: ‘Va bene, se voi volete così, noi giochiamo. Ma la partita è valida, insomma il punteggio e tutto?’ E allora quelli del Liverpool hanno risposto: ‘Se noi giochiamo, vogliamo giocare per il risultato vero’. Da qui la decisione dell’UEFA: ‘Sì, il risultato che viene fuori è valido’ “.

 

Giampiero Boniperti, John Elkann ed il General Manager del Liverpool Christian Purslow durante la cerimonia di commemorazione della strage dell' Heysel in quel di Torino in data 29 maggio 2010

Giampiero Boniperti, John Elkann ed il General Manager del Liverpool Christian Purslow durante la cerimonia di commemorazione della strage dell’Heysel in quel di Torino in data 29 maggio 2010 (Ph: Claudio Villa/Getty Images)

 

 

In segno di lutto e per rispetto delle vittime, anche Renzo Arbore fa sentire la sua voce. Quella sera la trasmissione “Quelli della notte” non andrà in onda. Il messaggio vuole essere forte e chiaro ma non tutti alla RAI devono pensarla come il presentatore. Poco prima, la diretta televisiva di Liverpool-Juventus su RAI 2 si era aperta con il video volontariamente oscurato e con il commento costernato di Bruno Pizzul, che tenta di attribuire l’imprevisto a cause tecniche. Peccato che nello stesso istante il TG1 riporti le immagini degli incidenti e degli spettatori che cadono a decine dalla scalinata. Costretto a giocare a carte scoperte, Pizzul promette di commentare le immagini della partita nel modo più asettico possibile.

 

 

Alle 21,40, in un’atmosfera irreale, le due squadre entrano in campo. Malgrado l’atmosfera, la partita è combattuta e viene decisa da un rigore di Platini, concesso al quarto d’ora della ripresa: Boniek s’invola in contropiede verso la porta di Grobbelaar ma viene steso da un difensore avversario appena fuori dall’area di rigore. Per l’arbitro il fallo è avvenuto dentro. Michel Platini mantiene la giusta freddezza e segna. Tre ore e mezza dopo la morte in diretta, la Juventus batte il Liverpool 1-0. Per la prima volta nella sua storia, i bianconeri hanno vinto la Coppa dei Campioni.

 

Festeggiamenti quantomeno dal sapore amarissimo

 

 

I tifosi rimangono sugli spalti per festeggiare con i giocatori. Platini, Boniek, Rossi e gli altri mostrano ai supporters il trofeo appena conquistato. Il gesto serve – dichiareranno – per tentare di stemperare. Si dirà che in quel momento i giocatori siano costretti a manifestare esultanza per motivi di ordine pubblico. Ma una volta tornata la squadra a Torino, i giocatori della Juventus saranno ancora immortalati sulle scalette dell’aereo, aria felice e Coppa in mano. Un comportamento che innescherà polemiche, in Italia e all’estero.

 

 

Nel corso degli anni solo Marco Tardelli si scuserà in modo esplicito per aver preso parte a festeggiamenti apparsi del tutto fuori luogo. Non di meno, la parte peggiore dell’Italia antijuventina darà fondo al cinismo, al disprezzo per le disgrazie altrui e al pessimo gusto con scritte sui muri del genere “Grazie Liverpool” oppure “Juventus 1 Liverpool 39”. Senza nemmeno sapere che non tutte le 39 vittime sono italiane.

 

 

Ci vuole una notte intera per stilare il bilancio consuntivo di una carneficina: le vittime italiane sono 32. A seguito della strage dell’Heysel, l’UEFA e poi la FIFA decidono di sospendere le squadre inglesi dalle competizioni internazionali per almeno cinque anni. Le autorità belghe non sembrano altrettanto ferme nella condanna, né solerti nel condurre le indagini: ci vorrà la fine del decennio per portare a processo 27 hooligans. Forse non dovrebbero essere soltanto loro alla sbarra, ma tant’è.

 

 

La Corte stabilirà che i principali responsabili della tragedia sono 14 inglesi. Gli altri 13 imputati vengono assolti. In ogni caso subiscono una condanna anche il segretario della Lega Calcio belga e il responsabile del servizio d’ordine. Solo la condizionale li salva dal carcere. Nemmeno i capri espiatori sono davvero tali. L’Heysel è essenzialmente un lutto italiano ma anche una tragedia europea, vissuta in diretta da oltre 100 milioni di telespettatori.