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Calcio
19 Dicembre

Il bel calcio. Storia di un’incomprensione

Giocare per vincere è anti-estetico?

Il primo, grande, e forse unico merito di Maurizio Sarri è quello di aver (già) vinto senza vincere. È una costante nella storia dell’umanità: la forma vince sulla materia, i platonici vincono sugli aristotelici, l’anima ha la meglio sul corpo. Il “Sarriball”, come lo chiamano gli inglesi, sembra aver stregato tutti. Eppure, il Chelsea di Sarri è quarto in classifica, a meno otto dalla prima, il Liverpool. Da chi è stata stabilita, dunque, questa vittoria? Dalla Storia: formalisti, platonici, animisti e sarriani tornano eternamente alla ribalta, e ogni volta da vincitori. Ma alla base di una simile “vittoria”, come abbiamo voluto ironicamente chiamarla, si cela un terribile equivoco. Che il calcio ne sia rimasto a lungo immune è dovuto alla sostanza stessa del gioco del pallone.

La sua essenza è definita dall’obiettivo primo, e ultimo, di segnare un goal in più del proprio avversario. Chi segna più goal (che in inglese significa, non a caso, «obiettivo, fine, mèta») ha vinto la partita. Ma se mettere a segno più goal del proprio avversario definisce l’essenza del gioco, allora vincere è l’unica cosa che conta (Boniperti). Vogliamo pure concedere agli “esteti”che non sia l’unica cosa che conti davvero? E sia. Ma rimane senz’altro la più importante, l’essenziale.

Del Piero e Giampiero Boniperti (foto Valerio Pennicino/Getty Images)

Andando pure al di là dell’essenza e della definizione di «calcio», è nel termine stesso di «bello», oggetto della nostra indagine, che si nasconde un’incomprensione tutta moderna. Per i greci, καλός non significa mai solamente ciò che è «bello esteticamente» e che, come tale – ci permettiamo di aggiungere –, rimanderebbe alla radice puramente estetica, personale o soggettiva, del piacevole. Bello è ciò che è tale anche e soprattutto in un senso armonico, geometrico. Dire che una cosa, o un’azione, è «bella», in altre parole, significa riconoscerne l’intrinseco ordine. Anche il latino bĕllus, d’altro canto, deriva da *due-nŭlus, diminutivo di duenos, forma antica di bonus,«buono».

Dunque, senza perderci troppo nel vasto mare delle etimologie del nostro parlare indoeuropeo, è doveroso sottolineare, anche a proposito di un discorso meramente “estetico”, come il bel calcio, o il bel gioco, possa dirsi tale raggiungendo l’obiettivo primo, ed ultimo, del gioco stesso: la vittoria. D’altronde, quando Dostoevskij, troppo spesso e fuor di luogo citato in causa dai difensori del bello per il bello (o dell’arte per l’arte), ci dice che «la bellezza salverà il mondo», non sta affatto pensando alla mera bellezza estetica o allo spettacolo, per così dire. Sta pensando, in un senso assai più profondo, alla bellezza di ciò che è in sé armonico, e in tal senso compiuto, bello poiché universale (καθολικός), e in quanto tale sempre volto al proprio fine.

 Fedor Dostoevskij (1821-1881), poeta, filosofo e letterato russo

Non ho l’età né la competenza per poterparlare, anche solo minimamente, della prima vera apparizione del bel gioco nella storia del calcio: l’Olanda di Rinus Michels (1974). Ho però l’età, e un briciolo di buon senso (più che di competenza), per poter parlare di Guardiola, di Sarri e di Allegri, tre figure chiave nel nostro discorso. Lascio fuori dal dibattito Mourinho perché non lo ritengo il miglior esempio a sostegno della mia tesi.

Di Guardiola, cos’altro aggiungere alle migliaia di parole spese sul suo conto? Mi limito ad osservare, con buona pace dei sostenitori del bel calcio per il bel calcio, che Pep Guardiola, con il Barcellona, ha vinto tutto. E che col Manchester City, pur avendo vinto già molto, si è posto l’obiettivo di vincere ancora. E che vincere coi citizens in Europa, studiando a tal fine la formula perfetta, sta diventando per lui un’ossessione, l’unica cosa che conta. Quest’ultimo detto mi consente di passare velocemente al caso di Allegri e Sarri. Quando lo scorso anno scrivemmo delle parole, quasi nietzscheiane poiché profetiche, di mr. Allegri, per la prima volta enunciate nel corso di un’intervista al Club di Fabio Caressa, concentrammo la nostra attenzione non sull’aspetto particolare messo in evidenza dall’allenatore della Juventus (quello, cioè, del modo in cui vengono oggi allenati i ragazzi nelle scuole calcio), ma su quello generale (riguardante l’oblio moderno dell’essenzadel calcio). Vogliamo tanto bene al calcio. Non possiamo che voler bene a Massimiliano Allegri, che è riuscito a risvegliarci con un discorso semplice, puro ed essenziale, in un momento storico in cui il calcio sembrava aver preso una determinata, e per certi versi inquietante, direzione. È bello che entrambi gli aspetti, l’estetico e l’etico, siano presenti nel gioco. Ma è tutt’altro che bello, o buono, per richiamarci all’etimo latino, che si innalzi sull’altare del calcio, quasi fosse la rivoluzione degli sconfitti o la vittoria delle idee, il puro estetismo del tiki-taka, dei mini-triangoli sarriani, del possesso palla infinito e sterile. Contrasti è spesso e volentieri stata dalla parte degli sconfitti: ma che siano sconfitti! e non falsi messaggeri della vittoria, poiché incapaci di vincere.

Allegri in azione durante l’ultimo derby di Torino (foto Daniele Badolato – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

Non è nemmeno nostra intenzione, d’altra parte, scrivere un’apologia del catenaccio. Ma è l’aver rinnegato l’origine catenacciara tanto osannata da Brera – che a tal proposito coniò il termine «libero» e titolò, all’indomani della vittoria Mundial degli Azzurri, «San Catenaccio in cima al mondo» – che ha portato, in definitiva, ad una crisi abissale del sistema calcio italiano, a partire dalle giovanili, citando Allegri, e finendo con la nazionale maggiore, più attenta ai numeri del modulo che all’assenza di numeri in campo. Perché è proprio qui il paradosso. Non è il bel gioco a creare, cioè ad esigere, belle giocate individuali; quelle che, per farla breve, ci hanno fatto innamorare del pallone quando eravamo ancora piccoli. Proprio al contrario, sono le belle giocate individuali a creare, semmai, un bel giocointeso nel suo senso originario. Se non si prende coscienza di questo problema, non si sarà mai in grado di rispondere alle seguenti, e urgenti, questioni: perché sono scomparsi i trequartisti? Che fine hanno fatto i fantasisti? Perché chi salta più di tre volte a partita il proprio marcatore è considerato uno che fa la differenza?

Mi scuso con gli esteti del bel calcio, ma ad un triangolo geometricamente perfetto, ad una palla dietro-palla avanti, ad una “copertura preventiva”, preferirò sempre una scivolata pigliatutto, un’illuminante giocata del 10, uno slalom fulmineo o un tiro secco, sotto l’incrocio dei pali. Cos’è il calcio? Ci siamo dimenticati della sua essenza. D’altra parte, ci viene in aiuto la Storia, col suo eterno ritorno dell’uguale. E mentre aspettiamo fiduciosi l’arrivo di nuovi dèi che oscurino, con la loro luce, l’estetismo fine a se stesso, ci rimarrà almeno una sacra certezza: la Vittoria è l’unica cosa che conta.

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