Il Giro attraversa ogni anno da Nord a Sud la penisola, accompagna i suoi scorci e le sue nicchie più pittoresche, mostra la cangiante varietà di culture e paesaggi del nostro Paese, rappresentandone un simbolico fattore unificante con il dispiegamento del suo tracciato. Emblema del rapporto del Paese col mondo globalizzato, più che mai in un anno che ha visto un vincitore, l’ecuadoriano Richard Carapaz, venire “dalla fine del mondo”: l’Italia che mostra al mondo la sua eterogeneità e il tentativo di ricondurla ad unità. Il Giro pedala nella storia d’Italia chilometro dopo chilometro.

 

Quando il Giro riunì l’Italia

 

Snodandosi attraverso migliaia di chilometri di strade italiane, dunque, il Giro acquisisce la funzione di trait d’union tra le varie componenti locali, unendole idealmente tra di loro al di sopra di campanilismi e rivalità di ogni sorta. Come ha fatto dal suo inizio, nel 1909, come ha fatto in un’epoca cruciale per la storia del Paese, quella di poco successiva alla fine del secondo conflitto mondiale. Nel 1946 Bruno Roghi, leggendario direttore della Gazzetta dello Sport, ebbe l’idea di presentare un Giro d’Italia che fosse dimostrazione di unità nazionale, toccando le principali metropoli del Paese e, tra queste, Trieste, città ferita e contesa tra Roma e la Jugoslavia titina. Nell’epopea del Giro è entrata la resistenza alla sfida dei facinorosi titini che tentarono di compromettere l’arrivo della carovana nella città giuliana e, sotto il profilo sportivo, negarono alla Wilier Triestina, squadra che sfoggiava l’alabarda simbolo di Trieste sulla divisa, e al suo capitano Giordano Cottur il sogno di una vittoria casalinga. Ma quel 30 giugno nulla avrebbe potuto fermare la corsa rosa. I corridori usufruirono del passaggio di una squadra di veicoli delle truppe americane e fecero il loro ingresso nella città che sin dalle prime ore del giorno attendeva l’arrivo del Giro. Trieste visse ore meravigliose, narrate splendidamente da Roberto Degrassi nel suo libro “Trieste in maglia rosa”. Così l’autore racconta gli attimi più importanti di quella sensazionale giornata:

 

“I ciclisti vengono sbarcati a Grignano per completare il percorso fino a Montebello. Barcola, viale Miramare, la gente ai bordi della strada è impazzita. Una sfilata fino all’ippodromo? Forse, o forse no. Cottur aveva un sogno la sera prima: arrivare primo al traguardo. Il gruppo capirà. Attacca dove aveva previsto, non è una rasoiata feroce, gli altri non reagiscono. Qualche decina di metri che gli basta per arrivare per primo a Montebello. Un trionfo. L’estasi. Non si poteva rinunciare a una gioia così. Fiori, baci, occhi lucidi, applausi. Una città che diventa un infinito abbraccio per un uomo solo. Potenza dello sport: quell’omino lì in maglia alabardata sembra un gigante”.

 

“Viva Trieste italiana”

 

Il Giro, l’Italia e il mondo

 

Il Giro, il duo Coppi-Bartali e il Grande Torino furono i capisaldi sportivi della riunificazione nazionale. Ma anche oggi, in un XXI secolo che corre veloce, il valore del Giro come fattore di unione non è certamente calato. L’idea espressa dalla Corsa Rosa, unificatrice delle varie anime locali d’Italia, è la stessa trasmessa dai più nobili simboli della religione civile nazionale. Come del resto ha espresso l’Osservatorio Globalizzazione parlando del senso delle celebrazioni del Due Giugno, da intendersi come l’invito a riscoprire “una Repubblica plurale, indivisibile, che sia lo spazio d’espressione per le qualità dei suoi laboriosi cittadini e promuova un’appartenenza che troppo spesso è vista antitetica rispetto ai localismi, al frazionismo politico, regionalista o socio-economico. Perché il particolarismo, di per sé, non è assolutamente un disvalore e, anzi, sotto diversi punti di vista fondamentali per la nostra società e cultura (dal patrimonio artistico senza paragoni alla ricchezza enogastronomica, passando per la diversità di folklore e dialetti) è un elemento da tenere assolutamente in conto per conoscere appieno l’Italia. Ma mai bisogna pensare all’esistenza di un conflitto di valori con l’appartenenza, comune, a una patria e a una Repubblica più grande della somma dei suoi componenti”.

 

Una Patria i cui simboli sono, anno dopo anno, omaggiati dalla corsa. Quest’anno è toccato a Gino Bartali, Indro Montanelli (che del Giro fu cronista e cantore), Leonardo da Vinci e Padre Pio. Il Giro è il caleidoscopio dell’italianità. In questo senso molto diverso dal Tour de France, espressione di grandeur e del rapporto gerarchico tra centro (Parigi) e periferia dell’Esagono, pensato come in orbita attorno a un pivot insostituibile, il Giro ci ricorda come l’Italia sia sempre, al contempo, centro e periferia. Il differenziale tecnico tra Giro e Tour, il fattore di imprevedibilità aggiunta nella corsa rosa, è dato dalla faglia geografica e geopolitica del nostro Paese. In Francia il Tour affronta le montagne decisive alle estreme periferie del Paese, su Alpi e Pirenei, in Italia all’arco alpino (ampiamente eterogeneo), si aggiungono gli Appennini, spina dorsale e limes interno, che frastagliano il Paese e al tempo stesso la carovana rosa. Dalla diversa conformazione geografica e dalla diversa storia politica e sportiva dei due Paesi derivano le diverse ratio di Giro d’Italia e Tour de France.

 

Bartali a caccia sulle curve selvagge dei Pirenei

 

La Grande Boucle è bonapartista: costruita per avere un dominatore, si presta ad eleggere imperatori di lungo corso (Merckx, Indurain, il destituito Armstrong, Froome), riducendo l’imprevedibilità con le lunghe tappe di trasferimento che attraversano le campagne di Francia. Il Giro d’Italia è machiavellico: sovente premia i corridori capaci di sovvertire logiche, gerarchie e pronostici sfidando quella che Montanelli chiamava “la dittatura dei capitani”. I fini trascendono i mezzi, nella politica come nel ciclismo: e il Giro è lotta mentale prima ancora che fisica. Logiche diverse per manifestazioni sportive di rilevanza mondiale ma capaci di mantenere un profondo radicamento nella terra di origine. A testimonianza di quanto lo sport sia radicato nella cultura e nel sentire comune di un popolo, di una nazione, di uno Stato. Il Giro non finisce di pedalare al finire della ventunesima tappa. È sempre in moto raccontando il viaggio di una nazione alla continua riscoperta di sé stessa.