La vita di Indro Montanelli si è confusa in continuazione con la grande storia del Novecento italiano. Vero e proprio gigante del giornalismo italiano, Indro da Fucecchio ha rappresentato un punto di riferimento per generazioni di italiani e, in un’epoca segnata dal declino del sistema informativo nazionale, ancora oggi è personaggio di vivissima attualità. Il suo eloquio e il suo stile unici, unite ad un vero e proprio “anticonformismo congenito” hanno forgiato la personalità di un anarco-conservatore che, dal Concilio Vaticano II agli Anni di Piombo, da De Gasperi a Berlusconi, ha saputo offrire considerazioni d’ampio respiro e analisi profonde delle grandi questioni che hanno interessato l’Italia del secondo Dopoguerra e delle opere dei principali personaggi che ne hanno influenzato le dinamiche.

 

Montanelli ha rincorso la storia d’Italia, e la storia ha rincorso Montanelli, in un vortice che ha portato il giornalista toscano a divenire una delle principali voci con cui il Novecento parla al presente; in una fase cruciale per i destini del nostro Paese, tale rincorsa reciproca non è stata esclusivamente metaforica. Montanelli, infatti, ha potuto vedere con i propri occhi da una prospettiva privilegiata gli anni seguiti alla fine della Seconda guerra mondiale, da cui l’Italia era uscita prostrata, distrutta e sconvolta. Nel 1947 e nel 1948 fu inviato dal Corriere della Sera al seguito della carovana del Giro d’Italia; dalla sua esperienza da cronista della Corsa Rosa poté trarre eloquenti considerazioni su un’Italia che riapriva gradualmente gli occhi alla fine dell’incubo bellico, gettando le basi per la rinascita che si sarebbe concretizzata all’inizio degli Anni Cinquanta. Al giornalista parmigiano della Gazzetta dello Sport Andrea Schianchi va attribuito il merito di aver garantito alle corrispondenze di Montanelli dal Giro d’Italia la notorietà a loro lungamente negata nell’ultimo settantennio.

 

Indro Montanelli scrive davanti alla sua mitica Lettera22

Indro Montanelli e la sua mitica Lettera22

 

In Indro al Giro, edito da Rizzoli nell’aprile 2016, Schianchi ha riproposto gli articoli quotidianamente inviati da Montanelli al Corriere al termine di ciascuna delle tappe che hanno animato le edizioni del 1947 e 1948 del Giro d’Italia. Temporaneamente “esiliato” dalla cronaca politica e internazionale a causa del suo passato fascista, sebbene avesse alle spalle anni da “critico” del regime, Montanelli non visse in ogni caso l’invio al seguito della “Corsa Rosa” come una retrocessione. Come scrive Schianchi nella prefazione al suo libro: «[…] Montanelli non si ferma alla superficie, approfitta del Giro per raccontare l’Italia. Ovviamente come appare a lui, non nascondendosi dietro la facile retorica e sempre esprimendo giudizi che, il più delle volte, e nel perfetto stile del personaggio, sono controcorrente».

 

Nell’Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale, il Giro aveva infatti acquisito una profondissima valenza simbolica. Già nel 1946 Bruno Roghi, organizzatore della “Corsa Rosa”, aveva superato difficoltà logistiche di notevoli dimensioni per disegnare un Giro che unisse idealmente, da Trieste a Napoli, le città più colpite dalla guerra e mandare un messaggio di unità a un paese che si era ritrovato frammentato materialmente e ideologicamente. Esaltato nel suo ruolo di caleidoscopio dell’italianità, il Giro d’Italia rappresentò per Montanelli un osservatorio privilegiato per osservare la società e il modo di vita degli italiani dell’immediato Dopoguerra. Nelle sue cronache, assieme ai ciclisti la protagonista è immancabilmente l’Italia: un’Italia che si declina da Nord a Sud attraverso i volti, gli umori, le passioni e i comportamenti dei personaggi incontrati da Montanelli nel corso della sua esperienza. Un’Italia che vive del dualismo tra i grandi campioni, Fausto Coppi e Gino Bartali, ma che al tempo stesso è esaltata nella sua anima strapaesana. Dal ragazzo che accoglie l’ingresso del Giro in Toscana levando al cielo un pollo arrostito ed infilzato sullo spiedo al caporalmaggiore Carlo Regina, un ex bersagliere che scorta pedalando la carovana rosa, i personaggi ritratti da Montanelli sono l’impronta più vivida di un paese in cui, anche grazie al contributo morale di una manifestazione come il Giro, assieme ai muri si ricostruivano le speranze per un futuro migliore.

 

L’entusiasmo travolgente di Bartali (in scia Coppi)

 

Le cronache di Montanelli sono un capolavoro di neorealismo giornalistico: le storie raccolte dal grande giornalista toscano nei Giri del 1947 e del 1948 e i personaggi da lui incontrati, infatti, ben figurerebbero nei capolavori di Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. Anche ai corridori Montanelli dedica particolare attenzione; non essendo un commentatore “tecnico”, preferisce delineare un loro profilo psicologico e morale, trasformando le azioni dei concorrenti del Giro d’Italia in archetipi dei valori a cui è più legato o in metafore delle dinamiche che si stavano producendo sullo scenario politico-istituzionale nazionale. Il Giro è così definito come “squisitamente saragatiano”, Bartali è paragonato a De Gasperi per poter consentire a Montanelli di esprimere in maniera indiretta la grande ammirazione da lui provata per lo statista trentino e il “Ginettaccio” nazionale.

 

Montanelli ritiene una “gran ventura” il fatto che “l’Italia, fra artigianato e capitalismo, si sia fermata alla bicicletta, cioè nel giusto mezzo” e solidarizza particolarmente con i cacciatori di tappe, coi gregari lanciati contro tatticismi, logiche di classifica e schemi precostituiti, ritenendo l’anarchia degli aspiranti eroi di giornata la quintessenza del ciclismo. Sono analisi autenticamente degne del miglior Indro, incisive frasi controcorrente, rapidi corsivi che aiutano a puntualizzare una personale, originale e ben costruita visione del mondo. In un memorabile resoconto, Montanelli stigmatizza la scelta di concludere la sesta tappa del Giro del 1948 nel bel mezzo dei Fori Imperiali a Roma perché “gli scrupoli archeologici” degli organizzatori della Corsa Rosa hanno impedito al suo prediletto corridore, il “gregario anarchico” per eccellenza Angelo Menon, di guadagnarsi una meritata vittoria.

 

Eterni rivali in bicicletta, Fausto Coppi e Gino Bartali (1951).

Eterni rivali in bicicletta, Fausto Coppi e Gino Bartali (1951)

 

Il messaggio probabilmente più importante che con le sue corrispondenze Montanelli ha trasmesso all’Italia a lui contemporanea è di natura strettamente personale: a più riprese traspare l’invito al pensiero anticonvenzionale, a una “disobbedienza” costruttiva, a non piegarsi ai dogmatismi e al conformismo. “Italiani, disobbedite, disobbedite sempre, anche al Giro d’Italia! È solo così che si mandano all’aria le dittature dei capitani”, scrive Montanelli il 5 giugno 1947 al termine della Foggia-Pescara, dodicesima tappa del Giro d’Italia. Un invito chiaro e netto, il riassunto migliore di un’esperienza di spessore che ha contribuito a forgiare quello che è diventato il miglior giornalista italiano del Novecento.

 

Un uomo di altissimo livello la cui mancanza si fa sentire sempre più profondamente negli anni in cui dominano i pennivendoli e la stampa irreggimentata. Le corrispondenze di Montanelli dal Giro, a distanza di tanti anni, permettono una lettura lucida di una nazione che, dibattendosi con coraggio per superare una montagna di difficoltà e contraddizioni, faceva dello sport un motivo d’orgoglio e un elemento unificatore, leggendo nella “domenica perenne” del Giro d’Italia le premesse per una rinascita che non avrebbe tardato a manifestarsi.