La visione del calcio di Davide Nicola è tutt’altro che lineare. Appartiene a quella classe di allenatori sempre in movimento, in una continua ricerca del livello successivo e del perfezionamento. Abbiamo incontrato un allenatore (e ancor prima un uomo) disperatamente innamorato del calcio, impegnato in un lavoro di incessante progresso e di costante riflessione sui cambiamenti della società e dello sport, come ha dimostrato lo splendido lavoro portato a compimento la scorsa stagione. Nella nostra chiacchierata siamo partiti dalle tematiche calcistiche, andando poi inevitabilmente a toccare ambiti quali la società, la cultura, l’etica economica e la filosofia, delineando così i contorni di una nuova scuola di pensiero e di un rinnovato ruolo dell’allenatore destinati certamente a svilupparsi.

Partiamo dall’inizio: la tua carriera da calciatore professionista si svolge soprattutto in Serie B (dove hai anche contribuito in maniera decisiva alla promozione del tuo Toro) e un anno in Serie A con il Siena. Quali sono le differenze più importanti tra i due campionati, e il salto di categoria è stata un’esperienza utile anche per la successiva carriera da allenatore?

Iniziamo da un semplice presupposto. Le differenze tra le categorie ci sono, ma sarebbe più corretto parlare di diverse caratteristiche, tali da poter condizionare anche squadre di valore e render più complicati i processi di adattamento alla categoria. Sono sostanzialmente tre i fattori chiave. Per prima cosa l’amplificazione e l’importanza data al campionato di Serie A garantisce una risonanza elevata. Il giocatore che accede per la prima volta a questo campionato farà le cose che ha sempre fatto – errori o prodezze – ma con un peso differente, dovuto alla maggiore attenzione mediatica. Ciò crea una destabilizzazione emotiva nel giocatore che richiede un periodo di adattamento, il quale – se non individuato subito – può portare ad un rendimento non ottimale. Il secondo aspetto riguarda le dinamiche tecnico-tattiche e cognitive, la velocità di pensiero e di azione, una percezione più ampia degli spazi ed ovviamente un tasso qualitativo più rilevante, strutture fisiche diverse in un contesto fisico certamente più dominante. Tutto questo richiede una precisa tempistica di adattamento da parte del giocatore. Un po’ come nel passaggio dello studente dalle scuole medie a quelle superiori.

 

Il terzo aspetto riguarda quei calciatori stranieri che giungono in Italia provenendo da culture calcistiche diverse. Un calciatore ad esempio argentino avrà una tempistica di adattamento differente rispetto ad uno dell’Europa dell’Est. Bisogna quindi avere la pazienza e la perseveranza di conoscere, analizzare e determinare alcune qualità del giocatore ed essere fiduciosi di portare avanti un percorso di inserimento. È successo anche a me, nonostante abbia vestito importanti maglie come quella granata, quella del Genoa e tutte quelle che ho indossato. Con il salto di categoria anche io ho vissuto questo “sfasamento” nonostante avessi già abbastanza esperienza. Ricordo quando Gigi Simoni chiese di marcare Adriano: mi accorsi immediatamente del divario, ma anche che avrei potuto attenuarlo con la determinazione e la consapevolezza. Successivamente, da allenatore, ho condiviso subito con i miei ragazzi queste dinamiche. La mia personale esperienza mi è stata d’aiuto.

Davide Nicola mentre catechizza i suoi (Foto di Maurizio Lagana/Getty Images)

Hai passato un anno e mezzo a Crotone, una realtà non abituata a grandi palcoscenici. Una “non-abitudine” calcistica ma soprattutto organizzativa, in una città isolata, senza stazione e aeroporto disponibili. Questo è certamente un ostacolo, ma è possibile che sia anche garanzia di un’innocenza e di una passione antica per il calcio come fenomeno sociale?

Mi fa sempre un piacere immenso parlare di Crotone e della Calabria. Non solo per i successi sportivi, ma per la genuinità del territorio. Crotone è l’ambiente ideale per giocare ed allenare, perché non ci sono pressioni e distrazioni rilevanti, ed il contatto con l’ambiente è tangibile. Ho visto quel sano orgoglio che il popolo calabrese possiede: una terra logisticamente penalizzata, ma bellissima e con un patrimonio storico e culturale che chiunque dovrebbe conoscere. Il club negli anni ha sempre cercato di migliorarsi: la sua abilità è stata quella di seguire un percorso virtuoso fatto di piccoli passi, ma sempre in crescita.

A tal proposito, il grande tema del XXI secolo è la globalizzazione. Come si possono conciliare le esigenze del capitale finanziario e internazionale con la tradizione dei club e la passione dei tifosi? È un modello socialmente sostenibile quello in cui ci sono gli americani a Roma e i cinesi a Milano? Soprattutto considerando che una volta c’erano i vecchi patròn, da Sensi a Moratti a Berlusconi…

Parlo in generale, senza riferirmi a situazioni specifiche. Vi è conciliazione quando i capitali sono strumentali a un progetto di lungo periodo che porta valore nel territorio e nel contesto in cui insiste. Nel caso contrario si avviano processi speculativi, slegati da ogni passione sportiva. Questo settore ha integrato meccanismi ed esigenze finanziarie un tempo impensabili e sempre più distanti dal calcio “romantico” degli scorsi decenni. Ma i modelli di successo esistono a tutti i livelli, sia in Italia che all’estero, ed è da questi che bisogna trarre esempio.

Ci sono squadre, anche ad altissimi livelli, che rimangono visceralmente attaccate alla propria tradizione. In Germania è il caso del Bayern Monaco: qui negli ultimi anni si sono succeduti Guardiola e Ancelotti, che per motivi differenti non sono riusciti ad entrare in sintonia con l’ambiente. Ad entrambi non era mai successo, e i fatti ci dicono che l’ultimo trionfo europeo bavarese è avvenuto col tedeschissimo Jupp Heynckes, lo stesso tecnico che quest’anno ha dato un cambio di rotta alla squadra. Coincidenze?

Parliamo di due allenatori preparatissimi che hanno raggiunto importanti traguardi. Se si discute del triplete è da sottolineare come Jupp sia stato particolarmente abile. Tra l’altro quel Bayern giocava un calcio emozionante, veloce, con una grande qualità tecnica. Sembrava occupassero gli spazi in maniera ‘’armoniosa ed efficace’’. Sia Ancelotti che Guardiola hanno portato al successo la propria squadra e prodotto un ottimo calcio, seppur non raggiungendo i traguardi di Jupp. E’ possibile che alcuni allenatori in certi contesti abbiano una capacità superiore di sfruttare situazioni e uomini, ma è anche vero che parliamo di squadre che hanno una solidità ed una importanza tale da essere considerate delle big anche in annate meno ‘’positive’’. Heynkes è riuscito a fare l’ottimo lavoro che ha fatto conoscendo certamente bene l’ambiente. L’abilità nel calcio moderno sta proprio nell’individuare un insieme di strategie che – rispetto al contesto in cui si attuano e ai mezzi a disposizione – riescano ad essere anche efficaci. Chi ci riesce è bravo.

Il custode della tradizione (Foto di Dennis Grombkowski/Bongarts/Getty Images)

Bukowski non si fidava molto delle statistiche, poiché «un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media». Forse aveva ragione perché in fondo, anche nell’epoca della rivoluzione tecnologica compiuta, dei big data e dei programmi innovativi, i tecnici più vincenti sono straordinari interpreti di uomini e situazioni. Qual è allora oggi lo spazio dell’uomo-allenatore?

Rispondo a tono con un’altra citazione. «Non tutto ciò che conta può essere contato e non tutto ciò che può essere contato conta». Alla base di tutto ci sono sempre gli uomini che sfruttano le tecnologie e le interpretano, i dati sono un modo semplicissimo per oggettivare una percezione o una valutazione. Un chiaro esempio anche sul piano umano è dato dal fatto che, molto spesso, noi ci inganniamo. Quello che vediamo non è ciò che vediamo oggettivamente, ma ciò che nella nostra mente abbiamo già costruito come idea. La nostra attenzione è selettiva e si concentra solo su ciò che stiamo cercando. Possiamo definire questa come osservazione? Credo di no.

 

Un bravo allenatore deve avere la capacità di prescindere dalle emozioni e riuscire ad oggettivare ciò che accade in campo. I big data nel calcio servono esattamente a supportare questo esercizio. La sfida è quella di riuscire a utilizzarli correttamente soprattutto in ragione della grande quantità di informazioni a disposizione: alcune di queste servono subito, altre in futuro, altre sono attualmente inservibili, altre ancora non avranno mai alcuna utilità. In questo momento siamo all’anno zero. Ma sarebbe un errore quello di perseguire attraverso i dati una perfezione fine a se stessa. Una delle fobie del mondo moderno è l’errore, il fallimento. Credo sia una stupidaggine colossale da qualsiasi punto di vista: l’errore è assolutamente fondamentale in ottica di ‘’apprendimento’’. E’ l’errore che ti fa progredire e non la certezza.

In un’intervista rilasciata a Ultimo Uomo hai affermato di credere in un “approccio olistico”, secondo cui un atleta lavora sempre nella sua interezza – tecnica, atletica, mentale – e ogni aspetto influenza l’altro, così come ogni calciatore influenza i suoi compagni. Ci spieghi meglio il concetto e, soprattutto, come ti regoli per mettere in pratica questo approccio?

Il calcio è un gioco di squadra. Dal punto di vista tecnico-tattico trovo utile lavorare tenendo in massima considerazione tutti quei fattori interni ed esterni che si verificano o possono essere riscontrati durante la partita: utilizzo gli stessi spazi, lo stesso numero di uomini, cerco di replicare episodi e situazioni variegate. Ripropongo negli spazi, nei modi, nei tempi e nelle condizioni psicologiche quelle stesse dinamiche che potrebbero verificarsi in partita. Perché nulla sia lasciato al caso o vissuto come inaspettato o non conosciuto.

«I difensori della Juventus sono eccezionali quando sono piazzati ma non quando vengono presi in contropiede. Abbiamo fatto questo tipo di lavoro e così abbiamo segnato tre dei nostri gol della finale». Queste le parole di Luka Modric all’indomani della finale di Champions League vinta. Il fatto che Zidane, l’allenatore del Real Madrid, abbia preparato la partita contro l’italianissima Juventus sulle transizioni positive (ciò che una volta si chiamava contropiede) cosa ci fa capire del calcio contemporaneo? E a questo proposito, negli ultimi anni abbiamo assistito ad una reazione al gioco fondato sul possesso palla, che con Guardiola aveva trovato la sua realizzazione più alta. È troppo filosofico parlare nel calcio di fasi della storia o di cicli, proprio come capita per altri ambiti della vita?

Nell’evoluzione moderna del calcio, quando gli spazi sono così ridotti e le velocità così elevate è verosimile che il gioco prenda le forme di quello impostato da Guardiola: ma in Spagna non tutte le squadre giocano come il Barcellona. Questa è l’unica squadra ad avere una simile natura, avendo intuizione, giochi di posizione, dissoluzione dei ruoli, capacità di interpretare spazi diversi e una grandissima abilità del dominio della palla. Il Real Madrid dal ’55 al ’60 o l’Inter di Herrera avevano ancora un altro tipo di filosofia, ugualmente distintiva e singolare. La bellezza del calcio, come la bellezza della vita, sta proprio nella diversità e nel cambiamento che si può constatare nel corso degli anni. Esattamente il contrario rispetto alle esemplificazioni cui stiamo assistendo di recente in Italia, con la contrapposizione tra “calcio bello e calcio brutto”.

 

Più che sostenere due concetti culturalmente superficiali come bello o brutto, io parlerei di “armonioso ed efficace’’ come due termini per ridefinire il bello. Il bello può essere ricercato anche semplicemente nel gesto estetico perfettamente eseguito o nell’abilità del singolo. Il concetto collettivo di bellezza possiamo definirlo attraverso un possesso di palla finalizzato a disorganizzare gli avversari, trovare spazi e fluidificare il gioco. Ci sono poi squadre come quelle di Klopp, dove vi è un’estremizzazione del calcio in verticale, e dove una bellissima ripartenza coordinata è altrettanto emozionante. Ma non vi è nulla che possa essere oggettivamente definito come bello, e di ciò si potrebbe discuterne all’infinito. Il bello sta nell’interpretazione, nell’organizzazione e nell’unicità di una squadra: quando una squadra è armoniosa nelle sue espressioni di gioco è sempre da ricordare.

Il Liverpool di Jurgen Klopp e la splendida armonia del gioco in verticale

 

Questa sera scenderà in campo per la prima volta una rappresentativa nettamente rinnovata rispetto a quella che ha mancato la qualificazione mondiale. Quali sono state a tuo parere le carenze della nazionale? Si è trattato solo di mancanze tecniche e tattiche o di problemi di più ampio respiro?

Quando un risultato non arriva vi sono sempre delle considerazioni e analisi da fare. Dal punto di vista della cultura sportiva e del rispetto della nostra professione di allenatori, ritengo che un’analisi condotta superficialmente dall’esterno non può mai essere esaustiva. Mi astengo pertanto da commenti. La nazionale non si è qualificata, vero, è ciò non è stato un bene. Ma in questo preciso momento abbiamo l’occasione di fare una riflessione. La Svezia ha passato il turno dimostrandosi squadra, sfruttando delle strategie che erano prettamente legate alla loro idea di calcio. Valutiamo la nostra idea di calcio, le nostre strutture, la nostra organizzazione. Serve una riflessione effettuata nelle sedi opportune e dalle persone preposte. Dal caos a volte può nascere qualcosa di importante.

Sappiamo invece che ad inizio Aprile sarai a Valencia per assistere ad un incontro della squadra giallorossa. Secondo te, perché la Spagna in quanto a produzione e crescita di talenti sembra stare in un altro universo rispetto a noi?

Per rispondere alla domanda dovremmo partire da lontano, dalla redistribuzione dei diritti, alle seconde squadre, ai settori giovanili, dove la preparazione assume un ruolo importante. Il punto di forza del sistema spagnolo sta nel seguire il calciatore in tutto il suo percorso di crescita, passo dopo passo, attraverso una accurata preparazione.

Tre ragazzi passati lì per caso, usciti dalla cantera (Foto di David Ramos/Getty Images)

Rimanendo oltre-confine, da buon amante di questo sport sei anche un grande appassionato del calcio internazionale. Quale squadra vedi in questo momento in Europa meritevole di una menzione particolare, e perché?

Seguo le altre squadre, lo faccio partendo da un’analisi sul nostro campionato. Il fatto che il calcio italiano sia stato fortemente influenzato da un sistema di gioco propositivo è un dato di fatto. Mi piacciono quelle squadre in grado di avere un certo dinamismo, non statiche, che riescano a conquistare spazi ed a giocare, che non siano improduttive. Con un qualcosa di geometricamente costruito, ma che allo stesso tempo garantisca gli spazi di cui un genio necessita per esprimersi. Le emozioni sono importantissime nel calcio, e determinate squadre offrono un certo piacere nell’osservarle. Il mio gioco cerca di ispirarsi a tutto ciò, non essendo qualcosa di schematico ma basato sulle soluzioni, sulle situazioni e sulla ricerca di spazi, dove l’imprevedibilità è costituita dal fatto che il ruolo è solo un concetto legato alla fase di non possesso. Per il resto è un continuo interscambio. Questo tipo di gioco, questo tipo di innovazione di cui si fa portatore certamente Guardiola è stata quella più apprezzata dall’ambiente.

 

In generale il gioco è diventato veloce, ne è la prova la partita di qualche settimana fa tra Real Madrid e Psg: una gara velocissima, condita da tecnicismi e da grandi campioni, ma non priva di errori da entrambe le parti. La cosa bella è che la proposta di un sistema di gioco così dinamico non è arrivata da una sola squadra, altrimenti non avremmo visto questo genere di sfida, ma da entrambe. Nel nostro calcio dovremmo forse cercare di sviluppare maggiormente una nostra precisa identità. Mi hanno ultimamente colpito lo Shakhtar e il Tottenham di Pochettino, hanno delle idee concrete, dove dalla fase di costruzione non si cerca più di perder tempo, ma si sfruttano tutti i novanta minuti dal primo all’ultimo cercando la vittoria.

Torniamo in patria, e non possiamo non chiederti una considerazione sul duello-scudetto più appassionante degli ultimi anni. Che impressioni hai avuto affrontando la Juventus di Allegri e il Napoli di Sarri? E quest’ultimo lascerà qualcosa al calcio italiano, o sarà solo una bellissima ma isolata esperienza?

Il nostro si sta dimostrando il campionato più avvincente, è ancora apertissimo, con un margine davvero minimo sia tra le prime due che tra le ultime. Il punto di forza della Juventus sta nella grandissima imprevedibilità, dal momento che può cambiare modo di stare in campo a seconda delle esigenze di gioco, ma anche a partita in corso: ciò genera la necessità di studiare e attuare differenti contromisure, cosa che complica il lavoro di preparazione di una gara. Il Napoli è una squadra che adotta quel tipo di possesso palla di cui parlavamo prima e che tanto mi piace, fatto di grande fantasia ma anche qualità e velocità nello sviluppo del gioco. Sarri ha avuto la grande capacità di sopperire alla mancanza di Higuain e inventandosi Mertens in quel ruolo dove sta dando grosse soddisfazioni. Qualcuno può ancora obiettare sulla differenza tra le due rose, io però credo che questo campionato possano realmente vincerlo entrambe.

Il maestro e l’allievo, un rapporto di reciproca dipendenza (Foto di Francesco Pecoraro/Getty Images)

In una recente intervista Simone Inzaghi si è espresso in maniera negativa nei confronti del Var, sottolineando la il suo aspetto “non lineare” alla centenaria tradizione calcistica (i ritmi partita spezzati, le anormali attese e il timore di commettere errori da parte della terna arbitrale). Qual è il tuo parere?

Avere la percezione che esista qualcosa di più oggettivo in determinate partite può essere un fattore positivo, tuttavia è impossibile pensare che il Var vada subito a regime, dal momento che è ancora in fase sperimentale. Conclusa questa fase avremo un quadro chiaro, trarremo conclusioni e apporteremo le modifiche necessarie a rendere il sistema ancora più puntuale e preciso. E’ chiaro che determinate incongruenze non potranno scomparire, ma è altrettanto vero che questa tecnologia ha fornito un grosso supporto. Condotto nel modo giusto, questo esperimento favorirà un cambio di cultura di cui saremo i pionieri.

Per concludere, quali sono i progetti a breve e lungo termine di Davide Nicola?

Spendo molto tempo a fare ciò che amo. Proietto la mia immagine in un futuro dove riesco a dimostrare le mie idee, attraverso una continua crescita. Ho cominciato ad allenare in Lega Pro, la mia carriera da allenatore si è sviluppata in crescendo fino alla massima categoria, ma non sono ancora pago. Vivo questo lavoro con molta serenità, non ho pressioni. E’ ciò che mi piace fare, perciò desidero progredire, raggiungere sempre un livello successivo. Voglio essere un Davide Nicola in continua evoluzione. Sono ambizioso e ho grandi obiettivi