Tempo fa parlavamo del divario tra il calcio italiano e quello europeo. Un divario che è prettamente tecnico, fisico e caratteriale. Un articolo di Fabrizio Salvio, uscito ieri sulla Gazzetta dello Sport, non fa che confermare quanto già sostenevamo.

 

Secondo Salvio, che si basa su dati Opta, il tempo effettivo in Serie A è maggiore di quello della Premier League, della Bundesliga e della Ligue 1 francese. Diverso è il discorso in Champions League, dove si giocano in media 3 minuti in più a partita. A fare la differenza, però, è soprattutto il ritmo delle altre competizioni.

 

All’estero i giocatori vanno più forte e mantengono in media una velocità maggiore. A incidere in maniera sostanziale, in Italia, c’è anche l’aspetto arbitrale. I nostri direttori di gara sono quelli che fischiano di più. Nei dati poi non compare il numero di discussioni dopo ogni fallo, ambito in cui l’Italia eccelle senza alcun dubbio. Detto in altre parole: all’estero non ci sono i vari Bonucci e Mertens e alle decisioni degli arbitri non seguono quasi mai simposi filosofici.

 

L’arbitro Pasqua, bersagliato da Rebic e da tutto il Milan nel corso dell’ultimo match (Marco Luzzani/Getty Images)

 

Autorevole e importante è poi il pensiero di Maurizio Viscidi, coordinatore delle nazionali giovanili azzurre. Secondo Viscidi, il problema maggiore che affligge il nostro calcio è la modalità con cui si allenano i giocatori. La tecnica è ormai totalmente trascurata: pochissimi allenatori basano gli allenamenti essenzialmente sul pallone e sulla sua trasmissione fatta ad alta velocità. I calciatori non sono abituati a esercitarsi nell’uno contro uno.

 

Ecco perché ci vengono in mente le parole recenti di Massimiliano Allegri (guarda caso l’italiano che più è andato vicino al successo in Europa di recente) su Barzagli e Chiellini pronunciate al club:

 

in allenamento mi divertivo a osservare Barzagli e Chiellini nell’uno contro uno. Era incredibile vedere quanto godessero ad affrontare l’uomo e si esaltassero nelle situazioni di difficoltà”.

 

Per Viscidi, poi, in Italia si fa troppa tattica. Fin da bambini i giocatori italiani sono educati con mille nozioni tattiche, che li vincolano e frenano la loro fantasia. Le informazioni sono troppe (e quasi solo sulla fase difensiva) e soprattutto quasi mai applicate a situazioni in cui è previsto un normale 11 contro 11. Banalmente, si presuppone che gli insegnamenti tattici possano essere trasmessi e basta, senza avere un riscontro reale sul campo.

 

Per citare nuovamente Allegri, non si producono “giocatori pensanti”, ma robot schiavi di un tatticismo eccessivo. L’uso costante della tecnologia si riflette poi anche nel lavoro fisico. In Italia si fa un uso esasperante della telemetria e dei GPS, non abituando mai i giocatori ad andare oltre alla soglia della fatica. Quando in Italia si arriva al limite, ci si ferma. All’estero invece si continua. In questo modo i benefici sono molti, anche psicologici: è così che si abituano i calciatori alla sofferenza e alla disponibilità al sacrificio.

 

Ci dispiace citare nuovamente Allegri, ma praticamente nessuno in Italia fa come lui, che per scegliere gli undici titolari spesso si affida all’intuito, stando attento soprattutto alle gambe nell’allenamento di rifinitura. Un po’ come si fa con i cavalli. Dunque, il fallimento europeo ha soprattutto una base tecnica, fisica e caratteriale. Non facciamone una questione tattica. Anzi, facciamo meno tattica: qualcosa potrebbe cambiare in meglio.