«L’avete ucciso con le vostre chiacchiere. Non avete il diritto. Non avete il rispetto. Sono quattro anni che me l’avete torturato, sino a quando non l’avete messo lì dentro. L’avete visto nella bara, siete contenti? Ma ci sarà una giustizia a tutto». Un urlo di dolore spezza il tragico silenzio della piccola chiesa di San Giacomo, a Cesenatico. Un grido rotto dalle lacrime di rabbia, una promessa. Quella di giustizia per un figlio perduto senza sapere il perché. Tonina Pantani, madre di Marco, quel giorno, il 17 febbraio 2004, piange il suo “Marchino”. Se ne è andato nella notte degli innamorati, la più romantica dell’anno. Lui, il Pirata, ultimo alfiere del romanticismo ciclistico che la storia ricordi. Oggi, più di quindici anni dopo, Tonina invoca ancora quella giustizia. Con la stessa determinazione, la stessa rabbia. Nonostante le indagini, le inchieste archiviate e le richieste respinte.

 

Non c’è più il Mortirolo nè il Galibier. Nemmeno le imprese solitarie che sembravano danze angeliche. Non esiste più la poesia, spazzata via dalle inquietudini di un uomo lontano da se stesso. Chi ha ucciso Marco Pantani? O meglio: Marco Pantani è stato ucciso? Secondo la Giustizia italiana no. Il “giallo” che “giallo” non è. Marco Pantani è morto per un’overdose dovuta ad un cocktail letale di farmaci e cocaina. Suicidio. Questo è quanto sostiene la Magistratura dopo un calvario infinito di nuove indagini e archiviazioni. Tante domande che, forse, rimarranno perdute dentro pile di faldoni impolverati. Come se la verità fosse nascosta in mezzo alle carte bollate. Come se il dolore di una madre possa perdersi nell’inchiostro che racconta una storia di solitudine, di abbandono, di morte, di ingiustizia.

 

Lo sguardo di Marco Pantani

 

La prima inchiesta sulla morte di Marco Pantani si è conclusa con quattro condanne per spaccio di sostanze stupefacenti con l’aggravante dell’omicidio colposo. Sulla base di nuovi elementi ha indagato la Procura di Rimini nel 2014, salvo poi chiedere l’archiviazione per mancanza di prove. Nel 2016 è stata la volta della Procura di Forlì che ha provato a far luce su un’altra vicenda oscura nella storia del Pirata: la squalifica dal Giro d’Italia del 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio. Analizzando il contenuto di alcune intercettazioni tra membri di clan affiliati alla camorra, gli inquirenti hanno definito come «credibile» l’ipotesi di una manipolazione delle analisi del sangue di Pantani, a seguito di un controllo antidoping effettuato il mattino della penultima tappa del Giro. Marco sarebbe finito in un giro di scommesse clandestine gestite dalla camorra, la quale avrebbe falsato i risultati del test comportando l’esclusione del Pirata per un livello di ematocrito superiore al consentito. Il sangue di Marco, dunque, sarebbe stato deplasmato attraverso un procedimento poco complesso alla portata di chiunque. Da quel giorno, quando era in Maglia Rosa ed in procinto di vincere il secondo Giro della sua carriera, Pantani non è stato più lo stesso. È stato isolato, abbandonato, scaricato da un mondo che lo aveva eletto a proprio simbolo. Umiliato dalle chiacchiere, dalle malelingue, da una verità sconosciuta. Dopo la squalifica arrivò la crisi, poi la caduta, la depressione, la cocaina e il lento declino sino alla morte.

 

L’ultima speranza, mamma Tonina e papà Paolo l’hanno riposta in Umberto Rapetto. Dopo alcune analisi effettuate sulla repertazione del caso, l’ex generale della Guardia di Finanza ha depositato un dossier di 56 pagine alla Commissione Parlamentare Antimafia affinché il caso venisse riaperto. È stato lo stesso Rapetto a presentarsi in audizione davanti alla Commissione sostenendo come, in base al supplemento di indagine, Marco non si trovasse da solo la sera in cui è morto. Il generale ha posto l’attenzione anche sulla posizione del braccio del Pirata: «Impossibile che sia stato Pantani a spostarlo». Rapetto fa anche riferimento alle intercettazioni camorriste sul caso Madonna di Campiglio. Secondo il generale, Pantani «sapeva benissimo che tutti i prelievi per i test antidoping venivano fatti sui primi dieci. Non sarebbe mai stato così stupido da esporsi ad un rischio così grande». Tesi sposata anche dai familiari e avallata dalla lettera che il criminale Renato Vallanzasca spedì a Tonina Pantani alla fine del 2014, in cui parlava dell’ombra delle scommesse clandestine dietro la squalifica del Pirata a Campiglio.

 

Il Pirata assieme alla madre Tonina

 

Della tragica fine di Marco Pantani si è tornato a parlare negli ultimi giorni, in seguito all’intervista rilasciata a Le Iene da Fabio Miradossa, che patteggiò cinque anni per aver venduto l’ultima dose di cocaina al Pirata, forse quella letale. L’ex spacciatore ha smentito l’ipotesi del suicidio, alimentando le perplessità della famiglia Pantani. Miradossola sostiene che quello del Pirata sia, a tutti gli effetti, un omicidio e non una morte da overdose. A sostegno della propria tesi, ha parlato di un prelievo effettuato dallo stesso Pantani a Milano, poco meno di una settimana prima della morte. Circa 22 mila euro in contanti che servivano per acquistare altra coca. Miradossola dichiara di aver dato lo stupefacente a Marco senza pretendere il pagamento immediato. Sta di fatto che quel denaro non è mai stato trovato. Il mistero si arricchisce di un altro capitolo.

 

Nonostante gli elementi emersi nel corso degli anni, i sospetti, le illazioni, i misteri delle ferite sul capo e su quella quantità così elevata di cocaina nel corpo (circa sei volte la dose letale), la Magistratura ha sempre confermato la prima ipotesi di suicidio lasciando un profondo senso di vuoto e di perenne malinconia. Soprattutto nei confronti di ha conosciuto Marco Pantani. Di chi lo ha supportato dopo i tremendi infortuni. Di chi lo ha visto conquistare Giro e Tour nella stessa estate. Di chi lo ha visto cadere, sprofondare, scomparire. Di chi lo ha pianto. Di chi lo ha amato. Di chi lo ricorda. Di chi lo rimpiange. Di chi invoca ancora giustizia. Perché la verità è lontana, sommersa, nascosta dietro la fragilità di un uomo solo e incompreso, abbandonato e umiliato.

 

Umiliato e abbandonato: Pantani meritava ben altro (Photo credit: PASCAL PAVANI/AFP/Getty Images)

 

L’abbandono è un tema cruciale in questa triste storia. La solitudine come prigionia, la cocaina per cancellare i ricordi di un mito invincibile ed ormai caduto, la morte avvolta nel mistero come ultimo atto di un’esistenza epica e dannata, magnifica e maledetta. Pantani è stato l’angelo delle montagne di un ciclismo puro e semplice. È stato la primavera nel bel mezzo della tempesta, lo scalatore venuto dal mare che rinvigoriva il ciclismo delle lunghe cronometro.

 

Nel giorno dell’ultimo saluto, in mezzo alla folla c’è un signore con una lunga barba bianca. Ha il volto scavato dalla sofferenza. È malato di alzheimer, qualche anno prima ha sconfitto la dipendenza dall’alcool. La sua mente custodisce ancora qualche nitido ricordo. Come quel giorno da tregenda sul Monte Bondone. Era il 1956. Neve, vento, ghiaccio. E un angelo che saliva in volo lungo quell’inferno. Si chiama Charly Gaul, e Pantani lo considerava il suo maestro. Quel giorno, nel gelo inedito di una Cesenatico vestita d’inverno, l’Angelo del Bondone è in piedi tra la folla, sorretto da un bastone di legno, con gli occhi gonfi di lacrime. È malato. Ma è lì. Per rendere omaggio al Pirata. Per chiedersi, anche lui, i perché di una fine senza senso. E senza verità. E senza giustizia.