La tradizione sportiva, c’è poco da fare, o ce l’hai o non ce l’hai: basta vedere l’atteggiamento del pubblico di New York, agli Us Open, durante tutta la durata del torneo e nel corso degli anni. D’altronde sarebbe anche inusuale stupirsi, vista la “cultura” a stelle e strisce, sportiva e non solo. Gli americani sono tutt’oggi accecati dallo spettacolo: ne hanno bisogno per vivere, come fosse benzina indispensabile per alimentare il motore. Il tennis al contrario rimanda a una concezione dello sport profondamente differente, britannica, in cui il pubblico è tenuto a rispettare i giocatori e ritagliarsi un piccolo ruolo fuori campo, in questo caso veramente da spettatori, come fossero a teatro (qui un articolo del Telegraph sul perché Wimbledon sia il polo opposto di Flushing Meadows).

“Agli Us Open, il pubblico si aspetta lo show. E se non ottiene ciò che vuole, è pronto a fare in modo che qualcosa accada. Nessun pubblico come quello newyorchese sente l’odore del sangue e come un branco indirizza i propri attacchi verso chi tradisce una debolezza”. (Mats Holm, tratto dal libro Game, Set, Match)

Il problema degli Stati Uniti è che non hanno alcuna cultura sportiva nel senso britannico, più in generale europeo o anche sudamericano del termine: negli Usa lo spettacolo deve prevalere sullo sport, un modello nefasto che purtroppo si sta imponendo anche in Europa e che non tiene conto dell’enorme fenomeno sociale e culturale in cui si ritrova un tifoso. Questo spiega perché il calcio non è mai esploso in Nordamerica (eccezion fatta per il gentil sesso, ma anche qui è stato il risultato di una tattica commerciale della Nasl, che mirava alle famiglie e ottenne le donne, essendo troppo presi gli uomini dagli “sport picchiali e sfondali”).

 

Fuochi d’artificio e bandierone a stelle e strisce per masturbare l’ego collettivo: il riassunto di una Nazione malata di spettacolo e onnipotenza

Per il tennis tuttavia il discorso è molto diverso: si tratta semplicemente di ignoranza, maleducazione, assenza di cultura sportiva intesa come rispetto. Quest’anno, come al solito, la lista degli atleti che hanno discusso con il pubblico è nutrita e tendenzialmente sempre giustificata: da Novak Djokovic, fischiato solo perché ritiratosi al terzo set con Wawrinka – tra l’altro dopo aver provato in ogni modo a resistere al dolore alla spalla -, al semifinalista Daniil Medvedev, passando per la giovane tennista Andreescu fino ad arrivare ai leggeri fastidi malcelati degli stessi Federer e Nadal (too loud, troppo forte, è uno sfogo degli atleti in campo che ricorre ogni anno).

“È stato tutto molto bello, tranne l’atteggiamento del pubblico. Non è affatto una bella situazione quando tutti stanno urlando durante il mio servizio, mi chiamano il doppio fallo e cose simili” (Bianca Andreescu).

Il tutto avviene poi tra continui rimbombi di aerei, odore nauseante di hot dog – con annesse urla dei ciccioni americani che berciano per avere il loro hot dog – e gente che si alza e si muove di continuo, costringendo puntualmente i giocatori ad aspettare che tutti, con colpevole ritardo, si siano seduti al proprio posto. Il pubblico di New York in definitiva se ne frega dei tennisti, ma pensa solo a se stesso: non ha una cultura tennistica e, come detto, quando mancano le basi è difficile aspettarsi gli effetti. Chiudiamo allora con le parole del nostrissimo Ernests Gulbis, tennista nel tempo libero ma uomo controcorrente, allergico al politicamente corretto e sempre senza peli sulla lingua:

“un campo da tennis è un campo da tennis. Non porti patatine, non porti bevande. Fa parte del rispetto dei giocatori, del rispetto di ciò che fanno. E se vuoi farlo dopo, vai alla fine in un bar, nessun problema”.