18 luglio 1976, Giochi Olimpici di Montreal. In poche mosse una ragazzina rumena di 14 anni e 8 mesi riscrive la storia della ginnastica e dello sport. Nadia Comaneci, figlia del comunismo di Nicolae Ceauşescu, è pura arte metafisica. Il mondo sbigottisce durante la prova nel corpo libero e poi alle parallele asimmetriche. Il risultato è il punteggio di 10, inedito e finora mai eguagliato. Ma la sua è un’esistenza che andrà oltre qualsiasi performance o valutazione in decimi. Una vita unica, nel bene e nel male.

 

“Ma che carine, che tenerezza”, esclama qualcuno dagli spalti. Qualcuno che ancora non le conosce. Domenica 18 luglio, la squadra rumena sfila all’ingresso del Forum de Montreal per le prime gare ufficiali. Le favorite sono le sovietiche, guidate dalla ventunenne Olga Korbut. Il tempo di svestire la tuta e la tenerezza è già un ricordo. Altro che carine, sono macchine da guerra.

 

Ce n’è una tra tutte che lascia senza parole: Nadia è una gioia per gli occhi. Leggera ma controllata, pulita nello stile, energica senza frenesie, precisa, infallibile. L’esecuzione alle parallele asimmetriche sembra provenire da un universo più evoluto. Tra lo stupore generale, la votazione dei giudici tarda ad arrivare. Poi il tabellone elettronico mostra accanto al nome dell’atleta un 1,00. Cosa sta succedendo?

 

Nadia Comaneci e il suo perfect ten (Ph: Don Morley/Getty Images)

 

Dall’edizione delle Olimpiadi del 1932 a Los Angeles, la progettazione dei tabelloni è stata sempre affidata alla svizzera Omega. Poco prima di Montreal ‘76, la casa chiede al CIO la possibilità di creare un punteggio massimo pari a 10. La risposta è no: non è possibile che un atleta riceva un perfect ten. Ma quel 18 luglio Nadia smentisce il massimo organismo olimpico. In sostituzione della doppia cifra, i giudici devono inserire il voto 1,00, che va poi moltiplicato per dieci. L’assoluto ha una sua forza intrinseca. Nei giorni successivi, l’attesa per vedere in azione la ragazzina prodigio diventa febbrile. Quando le ginnaste rumene tornano di nuovo al Forum per le altre gare, 15.000 spettatori affollano le tribune, smaniosi di osservare “quella che ha preso dieci”.

 

Se emergere nello sport è da sempre un modo per uscire dall’ordinarietà, in certe realtà questo può essere ancor più vero. All’età di sei anni, Nadia entra a far parte di una società ginnica. Gli allenamenti sono duri ma la piccola non sembra risentirne. Il volto non tradisce mai fatica o disappunto, né emozione. La predestinazione forse non esiste, ma il caso non è mai un caso. Un giorno d’autunno del 1967 la bambina è nel cortile di un istituto scolastico a Onesti, la cittadina dove è nata e vive. Sta giocando a fare la ruota. Un passante la vede e quasi non crede alla perfezione innata dei movimenti. L’uomo si chiama Bela Károlyi, fa l’allenatore di ginnastica artistica assieme alla moglie.

 

“Bambina, ascolta un attimo. Ti devo chiedere una cosa”.

 

Le esercitazioni durano dalle quattro alle sei ore al giorno per cinque o sei volte alla settimana. La scuola federale è molto dura e selettiva ma lei capisce presto di non essere come le altre. A otto anni, ha di fatto lasciato casa. Fa presenza scolastica ma per il resto segue i canoni di una vita da atleta. Molte allieve hanno poca continuità, Nadia Comaneci non sgarra mai. Chi ci scambia qualche parola non percepisce in lei la personalità che qualcuno le attribuisce, ha invece la sensazione di trovarsi di fronte a un robot. Un robot addestrato a vincere. Se oggi esiste un motivo per ricordare i Giochi Olimpici 1976, la ragione essenziale porta un nome di origine russa e un cognome rumeno.

 

L’eleganza della giovane Comaneci è semplicemente unica nel suo genere (Ph: Don Morley/Getty Images)

 

All’età di 15 anni, ottiene il titolo di eroe del lavoro socialista. Visita spesso il palazzo dei Ceauşescu a Bucarest dove viene invitata a banchetti di Stato e a incontri con alti dignitari stranieri. Sente forse che sta per finire inghiottita nella pancia del Leviatano ma continua ad allenarsi e a vincere. Non vede alternativa a una vita segnata dal privilegio ma anche dal dovere assoluto alla performance. Un’esistenza che tutti credono dorata come i trofei in bacheca. Dorata forse, libera no di sicuro. Poi avviene l’incontro con Nicu Ceauşescu. Nicu è l’erede designato del Conducător ed è definito dal regime come Perfetto figlio del popolo o Giovane sole rosso. Il ragazzo tuttavia è tutto fuorché un modello cui ispirarsi. Dicono che sia affetto da seri problemi psichici, è alcolista e megalomane. Scommettitore compulsivo e stupratore seriale.

 

Il duce ereditario ha dieci anni più della nuova fiamma e la tratta come un oggetto. La picchia, a volte la violenta, la condivide con gli amici quando intende punirla. Nessuno in Romania ha il potere di fermarlo, nemmeno il padre. Figuriamoci se può dire qualcosa la moglie di Nicu. La relazione va avanti per anni. Per la prima volta la carriera procede ad alti e bassi ma è il regime a stabilire se un fiore è appassito o meno. Nadia Comaneci riesce a tornare in forma grazie a diete ferree e a un ricondizionamento tecnico ad personam. Vince tre medaglie d’oro e una di bronzo agli Europei di Essen del 1979 ma a osservarla bene, il suo sguardo, dapprima soltanto algido, appare infelice. Il sorriso è puramente istituzionale.

 

Poi prende parte alle Olimpiadi di Mosca nel 1980. Nell’individuale offre una prova di altissimo livello ma arriva a pari merito con la sovietica Yelena Davydova. I giudici impiegano quasi mezz’ora a formulare il verdetto: vince la Davydova. Nadia però mantiene il titolo olimpico alla trave e vince l’oro a pari merito con Nelli Kim, un’altra sovietica, nel corpo libero. La Romania guadagna inoltre la medaglia d’argento a squadre. L’ultimo acuto della campionessa avviene nel 1981, quando Nadia fa sue cinque medaglie d’oro alle Universiadi. Seguono anni di anonimato fino all’annuncio del ritiro ufficiale a 22 anni, poco prima delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.

 

I Ceauşescu: un quadretto di famiglia (solo) apparentemente impeccabile

 

La campionessa è allo stremo delle forze psichiche: la relazione con il rampollo del Conducător l’ha distrutta, anche se non lo ammetterà mai. Nella seconda metà degli anni 80 la ragazza scompare, non se ne parla più. Quasi rimossa dalla memoria comune. Sembra avanti con l’età senza essere stata né una bambina, né un’adolescente. Una gioventù negata, una sofferenza nascosta dietro la carta da parati delle medaglie conquistate per il regime. Eppure è una ragazza di venticinque anni, un tempo amatissima in patria, ricordata per un celebre e inarrivabile 10. Sono anni bui, ma anche momenti in cui la storia individuale e quella collettiva procedono in parallelo e viaggiano, senza saperlo, quasi alla stessa velocità.

 

Novembre 1989. Durante una festa a Bucarest Nadia Comaneci conosce Constantin Panait. Tipo piacente, modi affabili, le promette di aiutarla a fuggire in cambio di 5.000 dollari. Il 25 novembre, Nadia e Panait si danno appuntamento nel cuore della notte. Arrivano in macchina al confine con l’Ungheria e proseguono a piedi per poi raggiungere Vienna in treno il giorno successivo. Tutto facile, perfino troppo. Presso l’ambasciata americana ottengono asilo politico e volano a New York, ma una volta oltreoceano Panait si mostra per quello che è. Requisisce i documenti di Nadia, la tiene reclusa in un albergo.

 

Nel frattempo la Romania è in subbuglio, il Muro di Berlino è appena caduto. Ceauşescu non gestisce più la situazione interna e viene destituito. La mattina di Natale del 1989 il dittatore e sua moglie vengono eseguiti al termine di un processo a dir poco sommario. Se Nadia Comaneci avesse aspettato un mese, non avrebbe avuto bisogno di un aguzzino per lasciare il Paese. A inizio 1990 i giornali americani annunciano che Nadia Comaneci parteciperà a un talk-show televisivo. Bart Conner, un ginnasta statunitense immortalato nel 1976 mentre baciava Nadia con un certo trasporto, legge la notizia e prende un volo per Los Angeles dove si trovano gli studi della CBS. Conner è un apprezzato commentatore sportivo e non gli risulta difficile partecipare al programma. Si presenta con un mazzo di rose rosse, Nadia ha un sussulto.

 

Nadia e Bart: un grande amore

 

Lui intuisce che la donna ha bisogno d’aiuto e a trasmissione conclusa le dà il numero di telefono invitandola a chiamarlo. Ma lì per lì lei finge di non capire. All’improvviso Panait si dilegua con 100.000 dollari racimolati chissà come e un’automobile. Sparirà nel nulla. Nadia si ritrova senza un soldo ma libera. Prende ad allenarsi con Conner e a fare esibizioni riacquistando una forma accettabile. Dopo qualche tempo i due vanno a vivere insieme in Oklahoma e anni più tardi decidono di sposarsi, il 26 Aprile 1996.

 

A 44 anni Nadia Comaneci diventa mamma. Oggi è proprietaria, assieme al marito, dell’Accademia di Ginnastica Bart Conner a Norman, 40 minuti di macchina da Oklahoma City. È inoltre presidentessa onoraria della Federazione di Ginnastica del suo Paese, del Comitato Olimpico e ambasciatrice dello sport per la Romania. Non sarà l’ennesimo 10 conseguito alle parallele o alla trave, e nemmeno il lieto fine di una storia, ma di certo è il presupposto di una seconda vita ancora tutta da vivere.