Estero
27 Dicembre 2024

Cosa non torna nella narrazione su De Zerbi

Il profeta del Belgiochismo tra finzione e realtà.

Roberto De Zerbi assomiglia al protagonista de L’avversario di Emmanuel Carrère: Jean-Claude Romand. Tutti lo stimano, chiunque lo ritiene simpatico, intelligente, carismatico: ma nessuno può dire di conoscerlo davvero. Nel romanzo dell’autore francese, questo fatto porterà a tragiche conseguenze, per Jean-Claude e per chi gli sta attorno. Nel caso di De Zerbi, la superficialità di chi lo circonda, stampa (compiacente) e addetti ai lavori (sulla carta, perlomeno), gli ha permesso di arrivare ad allenare una delle più gloriose squadre del pianeta: l’Olympique Marsiglia. Questo dopo averlo spinto in Premier League, al Brighton & Hove Albions, in seguito all’esperienza ucraina con lo Shakhtar Donetsk, dal Sassuolo, dove il suo lavoro è stato ricoperto di miele e ornamenti barocchi, senza contradditorio possibile.

Il suo merito più grande, ovunque abbia allenato, già dai tempi del Foggia e poi (meno, in virtù della retrocessione) al Benevento – non al Palermo, dove non resiste neanche tre mesi alla ghigliottina Zamparini –, è senza dubbio quello di non essersi mai fatto dei nemici. Come potrebbe averne, d’altra parte, un allievo di Bielsa, meglio del bielsismo, la più grande fake news calcistica indorata dai credenti del belgiochismo? Come Bielsa, De Zerbi risponde solo dei propri principi, con quell’attitudine romantica che esalta a tal punto il sentimento da dimenticarsi la ragione, o che fa dell’utopia – per utilizzare un linguaggio à la Bielsa – non la mèta di un percorso teso alla perfezione, ma la bussola di una rotta senza capo né coda.

Il calcio per il calcio, come l’arte per l’arte, figli entrambi di un’epoca priva di contenuti, egocentrica, onanista, superba.

Soprattutto superba. In un’intervista al Messaggero, da neo allenatore del Brighton, De Zerbi ha dichiarato che i problemi che ebbe da giocatore di calcio furono essenzialmente legati al modulo, « il rigido 4-4-2 » che « sacrificava » quelli « come lui », i tecnici. Chissà cosa ne pensa di queste dichiarazioni Jeremie Boga, uno dei migliori talenti passati in Serie A negli ultimi 10 anni, primo per dribbling riusciti per due anni di fila, costretto a disciplinarsi – fino a sfiorire – sotto i dettami di De Zerbi, per stessa ammissione dell’allenatore bresciano: « Io ho cercato di migliorare Boga prima di tutto dandogli un ordine in campo ».



Avere – o credere di avere – il calcio infuso ti porta ad essere dogmatico, ad infondere nei tuoi giocatori la convinzione – naturalmente fuorviante – che dalla tattica si produca la tecnica, e non viceversa. In una filosofia di tal fatta, non c’è spazio per i ripensamenti, i compromessi, gli accordi. Il dogma tattico impera sul singolo. Ma a quali risultati porta, sul lungo periodo, un atteggiamento di questo tipo? Le squadre di De Zerbi tendono a stancarsi dei suoi dettami, sempre uguali e martellanti, proprio come accade per le squadre di Bielsa – e ci mettiamo pure Sarri, che su questo aspetto assomiglia parecchio ai colleghi sopracitati.

Il Brighton lo ha capito in tempo, affidando – dopo l’undicesimo posto della passata stagione – la panchina al tedesco Fabian Hurzeler, che sta guidando i gabbiani ad un’ottima stagione in Premier League. In una intervista rilasciata al Telegraph il mese scorso, Hurzeler faceva notare, in opposizione al suo predecessore: « ho allenato in quarta serie giocando un calcio posizionale, con molto possesso. Sono stato testardo. Ho detto: ‘Continuerò a giocare così perché è il mio stile di gioco, voglio avere il possesso’. Ma è andata molto male. Pensavo sempre che dovessimo vincere la partita facendo un bel gioco. Ho imparato che non è quello il punto. L’ho imparato davvero » . . .

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