La sua Cremonese è lo specchio di un allenatore dall'identità ormai strutturata.
Di questo passo la Cremonese sfiorerebbe i 50 punti, salvandosi con ampio margine. Ad oggi è a metà classifica e continuando così, nell’ultimo decennio, sono tutti arrivati tra il 9° e l’11° posto, proprio in mezzo al guado. Ma avere questo andamento con una rosa decisamente scarsa rispetto alle concorrenti – è tutto tranne che sinonimo di mediocrità. E se, a ragione, la CBS si è appena chiesta se Vincenzo Italiano fosse l’allenatore “più sottovalutato al mondo” [1] – che cosa dovremmo dire di Davide Nicola, che lo ha appena battuto offrendo una lezione di calcio?
52 anni, piemontese della provincia di Torino, una carriera modesta da giocatore, in gran parte al Genoa in Serie B (oltre 400 presenze in totale tra Fidelis Andria, Ancona, Pescara, Ternana, Torino, Spezia, Ravenna e, appunto, Genoa) e un’unica stagione in A col Siena. Una carriera da allenatore iniziata presto, nel 2010 a 37 anni, e già costellata di piccoli e grandi miracoli dopo un primo periodo di apprendistato in C e B: dei buoni risultati in terza divisione col Lumezzane; poi, alla prima esperienza tra i cadetti, con il Livorno, trova la promozione (poi viene esonerato e richiamato nella stagione successiva, che finisce però male); infine, un’esperienza strana al Bari, sempre in B, dove viene esonerato dopo una buona metà campionato.
L’anno successivo, siamo alla stagione 2016/2017, compie il primo miracolo della sua carriera a Crotone, salvandolo in A all’ultima di campionato (prima permanenza della storia della società calabrese) dopo i soli 9 punti e l’ultimo posto alla fine del girone d’andata. L’anno dopo si dimette con la squadra quindicesima in classifica per forti dissidi col presidente Gianni Vrenna; il Crotone, a fine anno, senza di lui, retrocede.
Poi è il tempo dell’Udinese, dove entra in corsa ma viene esonerato pur avendo mantenuto la squadra fuori dalla zona retrocessione. Nella stagione 2019/2020, invece, prende il Genoa a dicembre con la squadra ultima in classifica e compie il secondo miracolo, salvando i liguri all’ultima giornata (ma viene esonerato qualche giorno dopo).
L’anno successivo, 2020/2021 tocca al Torino, che prende da terzultimo in classifica, a essere salvato (altro mezzo miracolo, e siamo a 2 e 1/2). Anche qui non viene confermato, stavolta senza esonero ma col mancato rinnovo, passa qualche mese della stagione seguente, la 2021/2022 e stavolta compie un miracolo e mezzo (quindi col conto si arriva a quattro): prende la Salernitana a febbraio e salva la squadra all’ultima di campionato dopo averla presa a -8 dalla quartultima e aver collezionato 18 punti nelle ultime 15 di campionato.
L’anno dopo viene esonerato definitivamente alla ventiduesima giornata, dopo un primo esonero poi annullato un mese prima, con la squadra a +4 dalla terzultima. Nel 2023/2024 viene chiamato a Empoli quando la squadra è al 19° posto e trova la zampata salvezza nei minuti di recupero dell’ultima partita: quinto miracolo. Lascia i toscani per ereditare la panchina di Ranieri a Cagliari e compie un suo personale miracolo, quello di portare a termine una stagione dall’inizio alla fine in Serie A – che però, per onestà di critica calcistica, non merita di essere annoverato nella lista delle salvezze prodigiose (anche se il 15° posto con cui chiude il 2024/2025 rimane quantomeno mirabile).
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Oggi, alla guida della Cremonese dopo l’ennesima separazione per differenze di vedute col presidente di turno, stavolta Tommaso Giulini – cerca la terza salvezza nella storia della squadra (a fronte di nove partecipazioni nella massima serie); e se, a questo punto, magari non sarebbe miracolosa la permanenza in A, lo sarebbe di certo portare i lombardi a metà classifica. Il che confermerebbe, inoltre, il trend di crescita di un allenatore finalmente in grado di scrollarsi di dosso la nomea, comunque già eccellente, di tecnico adatto solo alle situazioni critiche, drammatiche, quasi già compromesse – che aveva portato il web a coniare il motto per un campionato perfetto: “da settembre a gennaio Guardiola, da febbraio a maggio Nicola”.
Il punto è capire perché questo allenatore, così bravo a salvare le squadre, a risollevare gruppi di ragazzi da situazioni intricatissime, a ridare loro prima speranza (idee) e poi gioia (risultati) – a metà della sua carriera, stia imparando a progredire, a fare il passaggio successivo, quello di un allenatore da progetto, almeno da squadra che punta all’Europa.
Provo a dare una risposta in punti. Davide Nicola si informa molto, legge molto (il che non è proprio comune nel calcio). Lo dimostra il fatto che sa citare bene e a dovere anche Platone e Giovanni Falcone (e anche Coelho, sic! – ma nessuno è perfetto…). Nicola si aggiorna molto, sa usare i social (cosa forse ancora più rara nel mondo del calcio rispetto alla passione per la lettura di cui sopra), nel senso che conosce la differenza tra canali diversi per raggiungere pubblici diversi usando forme diverse — ma esprimendo lo stesso concetto. Sa stare anche fuori dai social, come dimostra un personale (e ottimamente strutturato) sito web.
A livello calcistico, si prepara maniacalmente col suo staff anche quando non è in carica, quando è appiedato, e lo fa come lo si fa tra amici, giocando al “come se…” (domandandosi, cioè, col suo gruppo di lavoro mentre guardano le partite, che cosa farebbero in quel preciso momento), format tipico della pedagogia infantile che, a torto!, non viene poi applicato molto anche alla pedagogia degli adulti.
Nicola sembra aver interiorizzato il concetto di unitas multiplex (avrà letto pure Morin?), capendo che l’essere umano, nello specifico i suoi calciatori, sono unità nella molteplicità e molteplicità nell’unità, e che questo intreccio si forma e riforma nel tempo.
L’allenatore della Cremo ha ben compreso che il vero obiettivo di qualsiasi lavoro è di lasciare quel posto, una volta poi terminato, migliore di come era prima, perché evidentemente sa che i processi di crescita sono tali solo se proseguono con persone diverse ma soprattutto al di là delle singole persone (molto hegeliano, il caro Nicola).
Nicola sa che oltre ad allenare bene, un allenatore deve anche rappresentare i valori, diversi di piazza in piazza, dei sostenitori della squadra perché, parole sue, vuole trasformare il pubblico in tifoseria per fare in modo che si uniscano idealmente ai giocatori, formando un solo corpo. Parla schietto, è simpatico, ha saputo trasformare il dolore per una tragedia familiare in un approccio di relatività nei confronti delle cose che è tutto tranne che relativismo e che gli permette di avere una sorta di visione dall’alto, fondamentale per comprendere le situazioni. Un tipo di esperienza che è poi diventata mainstream col drammatico caso di Luis Enrique.
In fin dei conti, Davide Nicola sa che il calcio è un gioco ma non è solo un gioco, che è, come noi, paradossale e meraviglioso. E lo sa, certo, pur essendo intriso di retorica pallonara (cita spesso la cultura del lavoro e coltura del tanto inflazionato fuoco interiore) — ma sapendo scegliere, in mezzo ai vari tipi di retorica, quella sana, che esiste eccome e di cui c’è tanto bisogno.
Soprattutto a fronte di una narrazione pallonara malaticcia, nostalgica, incoerentemente vetero-nazionalista, un po’ pomposa e tanto ignorante, di cui il calcio italiano è pieno. E, in fin dei conti, quell’ardore a parole lo incarna, alla Klopp, con la grinta sul campo, l’aggressione nel campo, la copertura del campo. Insomma: nella Cremonese di Davide Nicola a metà classifica non c’è niente di mediocre – anzi c’è un allenatore che fa tutto, tranne che arrendersi alla mediocrità. [2]
[1] https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Bologna/23-11-2025/bologna-italiano-e-la-domanda-della-cbs-e-l-allenatore-piu-sottovalutato-del-mondo.shtml
[2] La mediocrità, oggi stigma negativo, per Orazio (che s’è inventato il concetto di aurea mediocritas, cioè l’esaltazione per la moderazione d’oro, per l’aurea via di mezzo) era la migliore della condizioni possibili, l’unica, in perfetto stile epicureo, capace di permettere all’essere umano di godere, senza eccessi, dei piaceri della vita. L’unica via per confermare che est modus in rebus (sempre Orazio eh), cioè che c’è una misura giusta nelle cose. Ma se lo stare in mezzo, il trovare una strada che non scada negli eccessi può essere una buona norma per una vita morale (anche se non ne sono poi così convinto) — certamente va rifuggito come la peste bubbonica quando ci si muove nel panorama sportivo. Vi prego: già dobbiamo stare in mezzo tutti i giorni, fare i moderati, badare a non far vedere le nostre fisiologiche perversioni, nascondere le nostre piccolezze e le nostre gigantezze, gli estremi tra cui, in fondo in fondo, tutti noi viviamo — almeno nello sport, almeno nel calcio, lasciateci (pardon: lasciamoci — visto che dipende da tutti noi concederci questo lusso) essere eccezionali, o meglio, essere delle eccezioni. Lontani dalla moderata mediocrità, cerchiamo e troviamo l’oro ai poli dell’esistenza del calcio; nelle urla, non nelle strette di mano, nell’amore, non nell’amicizia, nelle curve, non nelle tribune. In fin dei conti, in Davide Nicola.
copertina: Inside Foto