Verstappen in rivolta contro il mondo moderno, di nuovo.
La McLaren del 2025 sembra muoversi tra due mondi: da un lato la competizione più dura del pianeta, almeno a quattro ruote, dall’altro una versione idealizzata della F1, dove le regole interne — le famigerate Papaya Rules — dovrebbero garantire correttezza, fair play, “buona condotta” in gara. L’idea è nobile, forse necessaria in una società ossessionata dall’apparire giusti. Ma le domande che sorgono, al netto della pericolosità di questa “filosofia sportiva” vista la vicinanza degli avversari, sono molteplici e sintetizzabili in due macro aspetti. Che cosa si vuole dimostrare? E perché?
Dicevamo, in pista funziona poco: la realtà agonistica ha logiche proprie, e la cronaca recente lo dimostra con chiarezza.
Al Gran Premio del Qatar, McLaren aveva tutto per consolidare la leadership: ritmo elevato, monoposto competitiva, Piastri in pole e Norris a seguire. Ma al momento decisivo, la safety car ha aperto una finestra strategica che il team non ha sfruttato pienamente, rispettando le proprie regole interne. O semplicemente sbagliando, sotto pressione. Mentre McLaren restava “corretta”, Max Verstappen ha trasformato la situazione in un’occasione perfetta: pit‑stop fulmineo, gomme fresche, aggressività totale. Risultato? Vittoria Red Bull, secondo Piastri, quarto Norris, e margine irrisorio in classifica per il leader del campionato. Con un Piastri maledettamente amareggiato, perché il passo gara era da primo della classe, e le sue chance si stanno assottigliando, a favore di Lando.
Questo episodio non è solo un errore tattico: è l’emblema di un paradosso più ampio. Le Papaya Rules vogliono moralizzare la competizione? Forse trasformarla in un esempio di correttezza da mostrare al mondo. Per dimostrare che cosa, non si è ancora capito, ma come ogni narrazione positiva o positivamente imposta, nessuno pare chiedersi il perché di tutto questo. La F1 non è uno show educativo: è uno sport fatto di scelte decisive, rischi calcolati, audacia, coraggio, cattiveria. La vittoria non dipende dall’intenzione morale, ma dalla capacità di interpretare la gara nel modo più concreto possibile. E anche spietato. Verstappen lo ha dimostrato ancora una volta, vincendo senza filtri, senza preoccuparsi di apparire “politically correct”.
Il tema va oltre il singolo Gran Premio: sembra quasi che la F1, sotto la gestione Liberty Media, si stia trasformando in una piattaforma sociale più che in uno sport. Ogni mossa viene misurata anche in termini di immagine, approvazione, percezione pubblica. McLaren incarna questo approccio, privilegiando la forma sulla sostanza. Ma in pista la sostanza conta. La storia della gara in Qatar lo conferma: chi corre per apparire etico rischia di restare dietro; chi corre per vincere domina. Con buona pace di Zak Brown che si mostrava fiero di “perdere ma rimanendo fedele alle Papaya Rules”.
La morale è chiara e un po’ crudele: la virtù sportiva non coincide con la bontà, ma con l’eccellenza del gesto, l’atto non l’azione si potrebbe dire. L’istinto oltre la ragione per un obbiettivo più alto. La F1 premia chi osa, chi decide, chi interpreta il momento senza paura. Chi preferisce educare, rischia di non correre affatto, ma di fare politica spiccia. La stagione 2025 lo mostra in modo impietoso: le Papaya Rules possono sembrare ideali da seguire, ma rischiano di diventare un ostacolo. E mentre McLaren discute di correttezza, Verstappen corre — e ci crede ancora. E la porta all’ultima corsa, ad Abu Dhabi.