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12 Dicembre

È andata come volevamo

Luca Pulsoni

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Max Verstappen è campione del mondo dopo una stagione rocambolesca.

Non poteva non finire così: Max Verstappen e Lewis Hamilton, appaiati in testa alla classifica, a duellare fino all’ultimo metro di un gran premio drammatico in cui uno, Max, cercava la consacrazione e l’altro, Lewis, l’apoteosi. L’ha spuntata il leone più giovane, 24 anni, in Formula 1 da quando ne ha 17, che ha infilato il vecchio campione, 36 anni e sette titoli mondiali, a una manciata di curve dalla bandiera a scacchi dell’ennesima gara rocambolesca. 

Ad Abu Dhabi, ultimo atto della stagione, le scintille diventano fuoco già dalla partenza: Verstappen piantato dalla pole position, Hamilton che lo brucia, il contatto giudicato regolare, poi la solita lotta a distanza tra nervi e strategie. Sembrava l’avesse spuntata Lewis, il campionissimo, a coronare una rimonta che lo avrebbe portato all’ottavo titolo superando il mito Michael Schumacher. E invece è arrivato l’imprevisto, sotto forma di Safety Car, a rimescolare le carte in tavola. L’uomo del destino si chiama Nicholas Latifi, canadese sin qui anonimo: quella del pilota della Williams (motorizzata Mercedes, guarda il caso!) ha ricordato la parabola di Timo Glock, tedesco che spalancò a Hamilton le porte del primo mondiale nell’ordalia di Interlagos contro la Ferrari di Felipe Massa. Era il 2008.

Le bandiere gialle, sventolate a causa del botto del canadese contro le barriere, hanno favorito il ricongiungimento tra i due, Lewis e Max, fuggitivo e inseguitore, ancora fianco a fianco, ruota a ruota.

Verstappen, che fin lì inseguiva Hamilton a undici secondi, entra ai box e monta gomme morbide, più fresche e veloci. Hamilton gira su pneumatici usurati, non è in grado di contenere l’assalto del rivale. Al rientro della Safety Car manca un solo giro al termine del gran premio e l’olandese sfodera l’attacco decisivo. Lewis abbozza una reazione ma incassa il sorpasso nello stesso punto del contatto al primo giro. Il sette volte campione del mondo tenta allora un controsorpasso disperato ma vano, perché Verstappen arriva per primo alla bandiera a scacchi: campione del mondo per la prima volta in carriera.



Gioia e rabbia si mescolano nel paddock: la Red Bull, tornata al titolo otto anni dopo l’ultima volta, porta in trionfo il neo campione, primo iridato con motore Honda dai tempi di Ayrton Senna. Hamilton se ne sta ai piedi del podio con il sorriso timido degli sconfitti. Arriva un abbraccio tra i due, freddo ma sincero. Un briciolo di umanità dopo tanta ferocia, in pista e fuori. Gli uomini Mercedes però non ci stanno e presentano due reclami formali contro le decisioni del direttore di gara, il contestatissimo Michael Masi.

La casa stellata regala l’ennesima scia polemica al mondiale 2021, il più drammatico che la storia recente ricordi, ma anche il primo dello spettacolo pilotato dagli americani dì Liberty Media, proprietari della F1 dal 2016. I patron a stelle e strisce gongolano a fronte di una stagione che sembra partorita dal miglior sceneggiatore hollywoodiano. Le ore dopo il gran premio sono le più critiche: Toto Wolff, team principal Mercedes, si precipita furioso da Masi al termine del gran premio. Christian Horner, omologo in Red Bull, va a colloquio con gli steward con ancora addosso la maglia celebrativa di “campioni del mondo”. I due hanno polemizzato tra loro per tutta la stagione sul fronte politico e regolamentare.

Hamilton, che non ha abbozzato nessuna polemica, non partecipa alla consueta conferenza stampa.

Sono momenti di incertezza. La Mercedes ha presentato due proteste specifiche: la prima sul presunto sorpasso di Verstappen a Hamilton in regime di Satefy Car; la seconda, più corposa, sulla decisione di Masi di concedere alle cinque vetture doppiate tra Hamilton e Verstappen – quelle di Norris, Alonso, Ocon, Leclerc e Vettel – la possibilità di sdoppiarsi superando la Safety Car. Alle monoposto dietro l’olandese non è stato permesso di farlo, mossa che ha consentito a Verstappen di portarsi sugli scarichi di Hamilton. Entrambi i ricorsi respinti: Max Verstappen è campione del mondo. La conferma arriva con un tweet dell’account ufficiale di Formula 1 alle 20.07. Red Bull in festa, da Mercedes bocche cucite.


Spettacolo pilotato, si diceva. Perché è innegabile il cambio di rotta stabilito dai burattinai americani. La ripartenza dalla griglia, in caso di bandiera rossa, è stato uno dei leitmotiv della stagione, così come lo spasmodico ricorso a Safety Car o Virtual Safety Car in presenza di incidenti più o meno gravi. Uno show messo in piedi grazie a un regolamento cervellotico che ha portato l’arbitro della sfida, Masi, a innalzarsi quasi sullo stesso piano dei duellanti. Oro che luccica per quei volponi di Liberty, che ad Abu Dhabi hanno messo su uno show degno del miglior Alì-Foreman in Rumble in the Jungle. Loro combattevano davanti a un dittatore, Mobutu, presidente dello Zaire, Lewis e Max sono diventati invece attori di un kolossal inscenato ad hoc per rilanciare l’immagine della noiosa F1 dell’era ibrida.

Il tutto alla vigilia di un altro cambiamento epocale – dalla prossima stagione – che promette (ma non garantisce) più sorpassi e maggiore equilibrio tra le squadre. 

Un contesto, inadeguato per il livello e la qualità di piloti e team, che fa da contraltare alla rivalità tra Hamilton e Verstappen, feroce, dura, spietata ma terribilmente vera. I due si detestano e non ci vuole molto a capirlo. La pista ha dato conferme: dalla ruota del Tamburello, a Imola, al botto di Max alla Cops, a Silverstone, fino al cinematografico patatrac di Monza e al tamponamento di Gedda. Manna dal cielo per l’immagine e la credibilità di uno sport che, al contrario, strizza sempre più l’occhio allo smisurato fair play e a un politically correct più seccante che altro. Con Hamilton e Verstappen la competizione è tornata sui livelli animaleschi delle grandi sfide del passato: Lauda-Hunt, Senna-Prost e Schumacher-Villeneuve su tutte.

La pista ha restituito l’immagine di due piloti disposti a tutto pur di prevalere sull’altro. La bagarre che si è instaurata tra i due muretti ha tolto epos alla sfida, con la F1 di nuovo relegata nel pantano di regole e pressioni politiche. Un vizio che, nel paddock, non passa mai di moda. Il tutto con il placido benestare degli organizzatori, divisi tra manovre in pista da far west e lo sportainment imposto da politiche green & friendly che il circus ha abbracciato di recente. Liberty è riuscita a capitalizzare tutto il capitalizzabile, godendosi un trionfo di audience che ha varcato i confini del motorismo.



Resta allora l’immagine di Max Verstappen, campione del mondo, e di Lewis Hamilton, sconfitto. Contro l’avversario più ostico che abbia mai incontrato, Lewis non è sceso a compromessi: si è rimboccato le maniche calandosi nella sfida (sportiva e mentale) contro un rivale giovane e spietato. Max è diverso dal mondo: pare freddo, inesorabile, privo di empatia. Eppure, con la corona d’alloro idealmente sul collo, non è riuscito a trattenere un pizzico di emozione. Max, figlio di Jos, gregario di Schumacher ai tempi della Benetton, è il primo olandese a vincere un mondiale di Formula 1.

Ha avuto inoltre il merito di trascinare la sua folla, che ha colorato di orange le tribune degli autodromi di mezzo mondo. Impresa mai riuscita a Hamilton, battuto dopo quattro titoli consecutivi. Lewis dovrà così rimuginare sugli errori commessi in una stagione in cui la conferma sembrava una formalità. Al contrario, è arrivata la crescita esponenziale di Verstappen e della Red Bull che, specie nella prima parte di stagione, ha scoperchiato tutti i limiti di una Mercedes forse appagata da tanta gloria ma soprattutto mai abituata a lottare. 

Dalla sfida emerge un assente illustre: la Ferrari.

Il podio di Carlos Sainz ad Abu Dhabi certifica il terzo posto del Cavallino nel mondiale costruttori e il sorpasso dello spagnolo su Charles Leclerc in quello piloti. Le ultime prestazioni della Rossa, almeno, lasciano in dote una moderata fiducia per l’anno che verrà: in Ferrari sarà vietato sbagliare per non restare ancora a bocca asciutta, con l’ultimo titolo mondiale fermo al 2007. Proprio ad Abu Dhabi, poi, ha chiuso la carriera l’ultimo campione del mondo in rosso, Kimi Raikkonen. Ha salutato nel giorno del giudizio a fari spenti, come da copione. Nel grande film della Formula 1, soprattutto di quella contemporanea, consentiteci di chiudere con lui: l’assenza di un personaggio come Iceman, ne siamo certi, non passerà inosservata.

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