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1 Maggio

Senna per sempre

Gianluigi Mazza

1 articoli
Scoprire l'eterno, giorno dopo giorno.

La Formula 1 è avida, assetata, rapace. La Formula 1 è spietata, egoista come una mantide. Trattiene esclusivamente per sé i migliori frutti, detesta la propria incarnazione, non accetta che il pilota la raccolga, se non nella tragedia. I nomi sono tanti, troppi. Quel disgraziato 1° maggio, in un disgraziatissimo weekend che non aveva ancora minimamente dato il tempo di rapportarsi al lutto del giorno precedente – Roland Ratzenberger – pagò la pace firmata, dodici anni prima, con quel fondo indicibile che velatamente soggiorna il mondo delle corse. Il 1982 si portò via, nel giro di un mese, prima l’Aviatore Gilles Villeneuve, idolo di casa Ferrari con il quale il Drake aveva istituito un abissale legame spirituale, e poi il povero pilota italiano della Scuderia Osella Riccardo Paletti. 8 maggio 1982 circuito di Zolder; 13 giugno 1982 circuito di Montréal. Nel 1994 la F1 decise di strapparci, ancora una volta, l’eroe.

Qualcuno, anni prima, in sintonia con il Goya de le ‘pinturas negras’, definì Enzo Ferrari un Saturno che divora i propri figli, quelle Ferrari maledette, troppo pericolose. Questa è forse un’immagine che meglio di altre coglie l’essenza della F1 stessa. Enzo no, Ferrari amava quei figli oltre il vincolo del sangue, ha sofferto per questi con la tenerezza e la straziante sobrietà di chi vede scomparire coloro i quali avrebbero dovuto patire la sua dipartita. Ayrton Senna, anche se lontano dalla Ferrari, prese parte al destino proprio di questi figli, consegnati senza rughe alla memoria. Figure tanto dannate quanto celestiali.

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Ayrton Senna a 3 anni

Senna. La consapevolezza di aver ricevuto senza ragione un talento puro, un argento vivo da saper donare e restituire nella sua più brillante lucentezza. Consapevolezza che porta in sé la tragica ossessione di dover riconsegnare il dono nel più alto grado di perfezione possibile. Nulla poteva andar sprecato. Perché quel dono non era solo affar suo, andava restituito con responsabilità a quel Brasile dilaniato, lacerato e sofferente che nello sport – e non solo come palliativo! – ripone la propria speranza collettiva, vede la possibilità di riscattarsi, di alzare la testa, di trasfigurarsi, di essere redento. Con Benjamin: ‘svegliarsi dai sogni sempre identici del reale per sognare sogni che non si sognano più’.


Non è il sedersi al tavolo e giocare meglio allo stesso gioco a cui giocano gli altri, il Brasile di Pelè non era un Brasile che giocava bene a calcio, era un modo altro di giocare a calcio. Il correre di Ayrton non era semplicemente una maggiore velocità rispetto agli altri piloti, era la visione di poter correre come vivere e vivere come correre, mantenendo sempre un centimetro tra il proprio corpo e il suolo. Terra e cielo. Vivere ma senza coincidere, salvaguardando uno scarto. Ayrton Senna è tutto ciò e molto più, qualcuno che mentre guardi ti sfugge, un’esistenza che non è mai tutta li, dispiegata, disvelata, qualcuno che è davanti a te ma anche altrove. Presenza e mistero.

Con tutto il rischio che ciò comporta. Come, ad esempio, quelle donne che senza dubbio amò, ma che trascurò e sacrificò per la cura ossessiva della missione. Essere vincenti non per guardarsi fieri allo specchio, sventolare la bandiera del Brasile all’indomani dell’eliminazione di un Mondiale di calcio dopo aver vinto il Gran Premio di casa non per autocelebrarsi, per riportare tutto a sé, ma per istituire una relazione. Si può dare trasformazione anche fuori dallo stadio, anche quando sembra tutto perduto. Legame consolidato a pieno con la prima e folle vittoria in casa, Interlagos ‘91.

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Ayrton Senna durante la Formula Ford del 1981

Dentro il casco urla di una gioia incontenibile. Poi quasi lo svenimento. L’abbandono dei sensi, il dissolversi della coscienza. La fatica, le lacrime, l’affanno nel sollevare il trofeo sul gradino più alto a prova di quanto impegno, quanta creazione, quanta sofferenza e quanta gratificazione ci fossero dietro a quel legame istituito con la propria gente. Dolore e riconoscenza. Come quando, durante l’agiata infanzia, Ayrton scendeva in strada a giocare insieme agli altri bambini con una maglia più bianca, con delle scarpe più nuove ed allora bisognava sporcarsi per primo, macchiarsi subito. Sporcizia che lavava, che puliva e disinfettava da diseguaglianze ingiustificabili.

Inoltre la fede, quel credere di cui timidamente parlava senza gridare. Rapporto intimo. Intensità da preservare. Quel Dio che nel colloquio, nella corrispondenza, gli aveva insegnato la distanza. Come egli stesso riportò, questo Dio gli si era reso manifesto attraverso cenni, per far sì che l’uomo, anche nel più alto stato di grazia e di perfezione quale Ayrton era a Montecarlo nell’88 sulla sua McLaren bianca e rossa, restasse sempre nel dominio della finitezza.

Qualcuno usava questa fede per rimproverargli la troppa aggressività in pista, come se quella gli avesse fatto credere di poter essere immortale e sfrenato, il brasiliano rispondeva con le sue paure, le paure di ogni pilota, il pozzo scuro di chiunque corra tra rischio e libidine.

ayrton senna tomba
La tomba di Senna nel cimitero di Morumbi, con l’incisione: “Niente mi può separare dall’amore di Dio”

Gli stessi petti gonfi che poi lo portarono sino alla vendetta, ma non ad una bieca vendetta personale, al gretto affaruccio troppo umano, non è solo questo l’incidente di Suzuka ‘90, non può essere solo questo. È piuttosto quel legame col mondo, quella capacità di macchiarsi che si opponeva a faziosi giochi di potere che iniziavano a contaminare l’ambiente della F1. Ambiente che invece sarebbe dovuto restare il teatro di un puro ed originario agòn. A prova di ciò, nonostante tutto, quel paradossale “Alain, mi manchi” durante il giro di lancio per quella che fu la sua ultima qualifica. Come per salutare in modo grato il suo più grande ed acerrimo rivale, consapevole che solo attraverso l’autenticità del conflitto ci viene reso possibile accedere alle nostre essenze, rispondere ai nostri destini. Ora, a distanza di 28 anni, siamo ancora lì.

L’ultima immagine. Quel volto prima visibilmente turbato, premonitore, crucciato, agitato. Espressioni di chi per la prima volta si sarebbe voluto fermare, di chi già sapeva che essere padroni del proprio destino è una mezza bugia. Poi gli occhi chiusi. Discontinuità tra l’ombra più fonda della vista e la luce più chiara della visione. Il viso fattosi caravaggesco che per un istante si trasfigura, sciolto, esce dal turbamento, impercettibilmente alleggerito da fatiche e meriti, e nella sua compostezza, trascendendo, ora sì, il mondo e la carne, si acquieta ripensando a quanto quella stessa ultima mattina aveva letto: “Dio gli avrebbe fatto il dono più grande di tutti, Dio stesso”. Così fu. Non prima del tuono che aprì il Gran Premio. Ma d’altronde, come scrive quel poeta, ‘deve andarsene a tempo colui attraverso il quale parlò lo Spirito’.

E dunque, tra l’inizio di una primavera che spirò via qualsiasi possibilità di pensare una sinistra italiana in piedi dopo il disincanto dell’89 e l’estate di un rigore calciato oltreocenao e finito troppo in alto (proprio contro il Brasile di Senna), Imola, il tempio emiliano, ci strappó anche quell’irriducibile esistenza, ombrosa e raggiante, nostalgica ma festosa, legata e slegata, come forse solo l’esistenza di un brasiliano può essere. Quell’anno italiano, allora, forse, fu cantato da Elis Regina proprio nella sua lingua:

É pau, é pedra, é o fim do caminho
É um resto de toco, é um pouco sozinho
É um caco de vidro, é a vida, é o sol
É a noite, é a morte. 

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