El amor al futbol no se aprende, direbbero in Spagna: non lo si può insegnare con la teoria, è ineffabile, come direbbero i letterati. È un amore originario che qui si sente ad esempio nelle spiagge, in cui è impossibile non trovare un gruppo di ragazzi palleggiare sul bagnasciuga al grido “Qué no caiga!”, impegnati come sono a non macchiarsi della vergogna di esser sconfitti dalle leggi gravitazionali di Newton. Si sente nei pueblos dell’entroterra, dove i bambini nei vicoli angusti popolano le strade spoglie di automobili, rincorrendo il pallone tra una carambola al muro e una saracinesca che fa da porta.

 

Si vede negli spazi pubblici, in quei più di 7.000 campi comunali che rendono la Spagna uno dei paesi del mondo con la maggior presenza di terreni da gioco per abitante. Quasi come un cliché, la Catalunya primeggia in questa particolare classifica con più di 2.000 campi sportivi. Ma anche una cittadina come Villarreal, squadra capace di lottare per l’Europa giocandosela a viso aperto per molti anni, che conta appena 50.000 abitanti, dispone di un campo da gioco ogni 3000 persone.

 

La Spagna in questo si trova nel mezzo tra l’America Latina – in cui si gioca principalmente per strada – e l’Italia, in cui il calcio spontaneo va ormai esaurendosi

Il risultato di questa cultura del gioco e per il gioco è un incremento esponenziale del livello tecnico di base. A ciò bisogna aggiungere un ingrediente di programmazione, di sistema: la RFEF, l’equivalente della nostra FIGC. In Spagna sono ben 70 i centri federali dislocati sul territorio (l’Italia ne ha avuti 5 fino al 2016, mentre oggi sono diventati una cinquantina grazie alla riforma post-presidenza Tavecchio). Il sistema spagnolo è stato anche tra i primi a promuovere l’inserimento delle seconde squadre – il corrispettivo del nostre squadre Primavera – nelle leghe inferiori del calcio professionistico. Così nel 2010, dei 23 campioni del mondo in Sudafrica, sono addirittura 20 quelli passati dalle rispettive seconde squadre, crescendo in campionati professionistici da quando avevano 18 anni.

 

Non è un caso, allora, che il calcio spagnolo tanto a livello di club quanto a livello di nazionale, abbia scandito il ritmo a cui il calcio europeo ha ballato l’ultimo decennio. Prima l’egemonia blaugrana del Tiki Taka partita con Pep Guardiola, proseguita nel segno di Tito Villanova e Luis Enrique – una filosofia fondamentale anche per la La Roja, che da Barcellona ha attinto a piene mani sia nel gioco che negli interpreti, costruendo le proprie fortune internazionali (2 Europei e una Coppa del mondo tra 2008 e 2012).

 

Al cambio di ciclo blaugrana, è presto susseguita la trama imposta dal Real Madrid, capace di inanellare 4 Champions League in 5 anni, con due finali vinte ai danni degli odiati rivali dell’Atletico Madrid. Colchoneros che nel segno di Simeone si sono almeno potuti consolare, in campo internazionale, con 3 Europa League. Stesso bottino per il Sevilla, il quale sotto la guida di Emery ha sollevato 3 coppe in fila tra 2014 e 2016. Con questi presupposti, non stupisce vedere tanti talenti emigrare perché, chiusi dai grandi nomi internazionali nelle squadre di alta classifica della Liga, sono destinati a diventare una plusvalenza a bilancio.

 

Tre ragazzi, dalla Masia blaugrana, che passavano lì per caso (Photo by David Ramos/Getty Images)

L’impronta del calcio iberico e la sua influenza, quindi, non si limitano più ai confini della penisola. Basti pensare a un giovane David Silva in uscita nel 2010 dal Valencia, che poi scriverà la storia del Manchester City e della nazionale. Più di recente, talenti cristallini come Thiago Alcantara e Rodri rappresentavano per Barcellona e Atletico Madrid due centrocampisti dal sicuro affidamento per gli anni a venire. Ma nel 2014 il Barca preferì sacrificare il fratello di Rafinha, chiuso da Xavi, Busquets e Iniesta, sull’altare del mercato, e la stessa sorte è toccata a Rodri in questa campagna estiva, ceduto al City di Guardiola, per completare il quadro spagnolo formatosi in estate con Aleix Garcìa e Angelino, oltre al già citato David Silva.

 

In Italia ci siamo abituati a leggere i nomi di Borja Valero, Callejòn, Albiol, Reina, Suso, Castillejo, Fabiàn Ruiz… un patrimonio calcistico importante, che ha elevato notevolmente il tasso tecnico del nostro campionato. Ma non siamo certo i soli. Se osserviamo oggi la rosa delle migliori squadre d’Europa il quadro che emerge è di facile lettura: gli spagnoli, nelle squadre che vincono, non mancano mai (il Liverpool di quest’anno si iscrive al registro come eccezione a conferma della regola, con le sole 5 presenze stagionali di Alberto Moreno).

 

La tendenza più forte si registra forse in Inghilterra. Nell’ultimo Chelsea di Sarri, i vari Kepa, Marcos Alonso, Azpilicueta o Pedrito hanno rappresentato un’ossatura imprescindibile per i risultati della stagione del tecnico toscano. I tifosi del Tottenham, orfani dell’uragano Harry Kane nella parte più importante della stagione, hanno trovato in Fernando Llorente un sostituto all’altezza, capace di portare in finale di Champions League i ragazzi di Pochettino. Lo United, vittorioso lo scorso anno in Europa League, può contare su David De Gea tra i pali e un Juan Mata la cui carriera si è sviluppata maggiormente nella vecchia Albione, più che in Spagna. Senza scomodare il City, con alla guida uno spagnolo e con una forte presenza iberica.

 

Uno dei tanti miracoli di David De Gea in casacca United. Qui quella su Kane della passata stagione (Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

 

La macchia Roja arriva fino in Germania. Dove nel Bayern Monaco campione in Bundesliga, i nomi di Thiago Alcantara e Javi Martinez sono oggetto di cori, esultanze e festeggiamenti. Il Borussia Dortmund ha ritrovato in Paco Alcàcer un attaccante da 19 gol in 32 presenze e in Achraf (ex Real Madrid) un terzino di sicuro affidamento. Anche a Parigi è partita in estate la “spagnolizzazione” della rosa, con Bernat (ceduto dal Bayern Monaco), Sarabia (ex Sevilla) e Ander Herrera (proveniente dallo United) che hanno raggiunto Jesé – a dire il vero, rimasto ai margini del progetto.

 

Questa “fuga di cervelli” porta in dote un’importantissima contropartita economica nelle casse dei club. Il solo Atletico Madrid, dal trasferimento di Fernando Torres verso Liverpool, anno 2007, e arrivando al mercato ancora in corso, ha incassato una cifra pari a 334M di euro dalle sole vendite di giocatori provenienti dalla cantera. Il Real Madrid è di poco sotto, con 250M incassati grazie a La Fàbrica negli ultimi due lustri. Qualcosa in meno lo ha fatto il Barcellona, che da questo punto di vista propone anche un approccio diverso: i giocatori usciti dalla Masia che hanno più mercato, tendono a prima ad essere a chiamati a dimostrare di poter rientrare nel progetto della prima squadra. Un elemento che, di fatto, abbassa la valutazione di “giovane astro nascente” per via delle poche presenze all’attivo dopo un anno in Primera Divisiòn. Se invece quel giocatore di presenze ne ha collezionate molte, allora, è più probabile che continui a vestire i colori blaugrana ancora per qualche anno.

 

Questa tendenza tutta spagnola di essere la cantera d’Europa sembra lontana dal termine. La Rojita è infatti fresca di vittoria di europeo Under 21 con la squadra capitanata da Jesus Vallejo, uno che a 16 anni giocava per il Real Zaragoza i playoff di Segunda Divisiòn da capitano – qualche settimana più tardi fu prelevato dal Real Madrid e parcheggiato in anno all’Eintracht. Oppure Dani Ceballos, che dopo aver incantato al mondiale Under 20 (vinto, neanche a dirlo, dalla Spagna) e mostrato colpi da capogiro col Betis e nelle poche apparizioni in maglia merengue, è stato l’oggetto dei desideri del Milan di Giampaolo per poi sposare la causa dei gunners di Emery. Senza scordarsi del meno blasonato Pablo Fornals, punto cardine delle squadre allenate da Calleja negli ultimi due anni, passato dal submarino amarillo di Villarreal al West Ham per la somma di 25M.

 

Dani Ceballos, neo-Spurs, protagonista assoluto dell’ultimo Europeo U21 (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

Nel frattempo i tre tenori de La Liga portano avanti campagne acquisti milionarie, favorendo l’esodo di questi stessi talenti: il Real ha già speso più di 300M e all’attivo non figura un solo nome spagnolo. Il Barcellona ha portato in Catalogna il suo nuovo top player, Antoine Griezmann, niente di più lontano da un canterano. L’Atletico Madrid dal canto suo ha già investito i soldi incassati dalle cessioni eccellenti, portando quegli stessi 120M di Griezmann nelle casse del Benfica per il 19enne Joao Felix.

 

Il calcio italiano, da un paio d’anni a questa parte, risponde con un graduale abbandonato di quella direzione ostinata e contraria al gioco propositivo, e quindi alla qualità, che è stata per anni schiacciata da in difensivismo che non paga più gli stessi dividendi. Si intravedono segnali positivi in un sistema che ha premiato per decenni il fisico sulla tecnica, la prontezza al tempo per costruire, lasciando spazi marginali alla crescita e raffreddando i cuori di tifosi e pallonari appassionati.

 

Ormai avulsi al gioco tecnico, ci siamo abituati ad esaltare le trovate tattiche perché sul campo mancano quelle giocate per cui il cuore batte. Gli unici profili che l’Italia ha saputo coltivare ed esportare con successo sono quelli di allenatore. Ma se la speranza deve farsi dura a morire, è perché la qualità, quel tema così strettamente connesso al sentimento puerile e incondizionato che ci emoziona, sembra essere piacevolmente tornata uno dei Leitmotiv nel discorso calcistico nostrano.