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Diego Mariottini
2 Aprile 2022

Entrenamos en suelo argentino!

Diego Mariottini

52 articoli
Lo sport argentino nel conflitto delle Malvinas.

2 aprile 1982, è venerdì, in Italia e in buona parte del mondo. In Argentina ha inizio proprio quella sera l’Operazione Rosario. Obiettivo: occupare con mano militare le Isole Falkland appartenenti alla Gran Bretagna e renderle Malvinas Argentinas. Per uomini e donne, sia pure di età, estrazione sociale e posizioni politiche differenti, le Falkland/Malvinas non sono un posto qualunque. Ci sono ferite collettive che bruciano anche a distanza di tempo, e pure nello sport. I calciatori Ardiles e Villa ne sanno qualcosa.


LA REVANCHA


Dal 1976 una dittatura militare ha preso il potere grazie a un colpo di stato, all’apparenza uno dei tanti nella storia argentina. Il risultato è un regime diverso dagli altri e non in meglio. Durante gli anni di governo della junta militare, Parlamento e sindacati sospesi, partiti politici e governi provinciali, vietati. Abolite le garanzie costituzionali. Decine di migliaia di persone sono ritenute arbitrariamente appartenenti all’ala sinistra sovversiva, accusate di cospirazione contro lo Stato, tratte in arresto, fatte sparire per sempre. Ma a inizio anni 80 l’inflazione diventa iperinflazione, la povertà non risparmia neppure i ceti medi e il malcontento popolare cresce. Reprimere non basta più: bisogna prendere qualche provvedimento che generi consenso verso la junta.

Il generale Leopoldo Fortunato Galtieri Castelli è al potere dal dicembre 1981, dopo la caduta del generale Videla e del successore Roberto Eduardo Viola. Aperture democratiche, non se ne parla, miglioramenti salariali neppure. Serve una trovata a effetto per recuperare consenso senza dare nulla di concreto alle masse. Il governo decide di giocare la carta del revanscismo e rispolvera la questione delle Isole Falkland/Malvinas, antica rivendicazione da parte dell’Argentina per motivi di prossimità geografica e per importanza geopolitica.

Il progetto è un delirio che si fa ordine marziale, l’opinione pubblica è distratta rispetto ai veri problemi. Disoccupazione, instabilità generale, libertà negate passano in second’ordine. Chi soffriva la fame, ora si affligge per le Malvinas. Il conflitto raggiunge il punto di dissidio più sensibile a fine marzo del 1982, quando una cinquantina di militari argentini in borghese sbarcano nella Georgia del Sud issando d’arbitrio la bandiera del loro Paese. Il 2 aprile Galtieri dispone la conquista senza indugi. È convinto di poter contare su una guerra lampo e pensa che le Nazioni Unite non si opporranno. 

«Ha ben altri problemi da risolvere, l’ONU», dice sprezzante ai collaboratori. 

Port Stanley viene presa e ribattezzata Puerto Argentino. Una nuova bandiera sventola sui pennoni e lo spagnolo diviene d’imperio la lingua ufficiale. Una delle prime decisioni imposte ai poco più di 2000 abitanti ha valore simbolico e serve a chiarire in modo inequivocabile la nuova situazione: gli automobilisti isolani dovranno guidare tenendo sempre il lato destro della strada, non più quello a sinistra secondo la consuetudine britannica. Cambia di conseguenza anche la posizione dei segnali stradali. 



LA LADY DI FERRO


Dopo due governi consecutivi di marca laburista, nel 1982 in Inghilterra è al potere un esecutivo a guida conservatrice. La premier si chiama Margaret Thatcher. L’aria è tutt’altro che conciliante, la bonarietà è tutta di facciata. Nella sostanza la Thatcher manifesta fin da subito una visione della politica pragmatica ma soprattutto tradizionalista. Le Falkland/Malvinas sono isole e le isole sono a loro volta sinonimo di mare. E per gli inglesi la parola mare è immediatamente riferibile al concetto stesso di dominio commerciale e di forza coloniale. 

«È così da sempre e non saranno certo gli argentini a modificare questa realtà», sostiene la Thatcher. 

La risposta militare è pronta, la guerra durerà 2 mesi e mezzo: 649 i morti tra i militari argentini, 258 i caduti britannici. Malvinas? No, Falkland. Così era, così sarà. Le conseguenze politiche saranno opposte: dopo la fine della guerra aumenta ulteriormente il dissenso verso il governo militare e i movimenti di piazza affrettano la caduta di Galtieri. Nel Regno Unito invece, il governo esce notevolmente rafforzato dalla vittoria overseas.

La Thatcher governerà a più tornate fino al 1990. In Argentina le libere votazioni del 1983, le prime dai tempi del colpo di stato del ‘76, segnano in modo inappellabile la fine alla dittatura militare. I rapporti politici commerciali e diplomatici fra i due Paesi riprenderanno pian piano a essere normali e disciplinati ma nulla sarà lo stesso. Lo sport rimane uno dei terreni di incontro, ma anche di possibile prosecuzione dello scontro per una guerra che forse non è mai finita e per un conflitto latente che potrebbe sempre riesplodere, almeno in sede diplomatica. 

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OSSIE E RICKY


Osvaldo César Ardiles si sente doppiamente vittima della guerra nelle Falkland/Malvinas, come cittadino argentino e come calciatore. Per anni colonna dell’Huracán di Buenos Aires, nel 1978 vince il campionato Mondiale con la maglia albiceleste. Il Paese è in festa per un trionfo che segnerà il picco di massimo consenso popolare verso la dittatura. Il centrocampista di Córdoba ha 26 anni e si trova all’apice della carriera. Il successo mundial dell’Argentina gli dà una visibilità che varca i confini nazionali. Dall’Inghilterra arriva una richiesta d’ingaggio interessante: lo vorrebbero i londinesi del Tottenham Hotspur. Affare fatto. Sulle ali dell’entusiasmo generale, nell’estate del 1978 arriva a Londra anche un altro centrocampista campione del mondo, di minore qualità tecnica ma con più presenza fisica. È Ricardo Julio Villa, proveniente dal Racing Club de Avellaneda.

I due, Ardiles in particolare, diventano i beniamini dei tifosi. Per loro Ardiles non sarà più Osvaldo César ma più affettuosamente, Ossie. Palla al piede sa incantare e, a dispetto di un’aria trasognata e quasi sonnolenta, dà la scossa alla squadra, quando serve. Nel 1981 il team di Londra vince l’edizione numero 100 della Coppa d’Inghilterra. Nel 1982 Ardiles e Villa stanno per compiere 30 anni, ma incombono fatti che agiscono troppo sopra le loro teste. Dal mese di marzo in poi i fatti precipitano. I venti di guerra soffiano anche sul mondo del calcio e nessuno, nemmeno una star del pallone, può dirsi più al sicuro. Ad aprile Ardiles è costretto a tornare in patria alla svelta perché, in quanto cittadino argentino, gli viene revocato il permesso di lavoro in Gran Bretagna. 

«Go away, man» gli urlano un giorno per strada, con aria di disprezzo. 

Villa invece rimane in Inghilterra in virtù di una doppia nazionalità e di un passaporto italiano: vince anche la FA Cup 1982, sempre con il Tottenham, ma anche per lui l’aria di Londra è diventata irrespirabile. La guerra ridimensiona senza preavviso le aspettative di due giocatori argentini, “colpevoli” di trovarsi in luogo ostile nel momento sbagliato. È un dolore per tutti: per i diretti interessati ma anche per larga parte dei tifosi degli Spurs, che proprio non riescono a considerarli nemici. Ardiles tornerà in Inghilterra nel 1987, dopo che le prodezze di Maradona avranno fatto giustizia sommaria di una guerra persa all’altezza dello Stretto di Magellano cinque anni prima.

Giocherà nel Blackburn Rovers e poi nel Queens Park Rangers, per chiudere con la maglia dello Swindon Town. Terminata la carriera, ne inizierà un’altra, stavolta di allenatore, prima in Gran Bretagna e poi in giro per il mondo. Villa invece partirà da Londra nel 1983 per non tornarvi mai più. Eppure dalle parti dello Stadio del Tottenham ancora oggi lo amano e ogni tanto ne invocano il nome: addirittura tra i sostenitori degli Spurs ci sono tifosi che in pieno terzo millennio innalzano vessilli con il suo volto. Come se fosse Ernesto Che Guevara, il guerrigliero argentino cui Ricardo Julio Villa, capelli lunghi e barba incolta, al tempo vagamente somigliava. 



MARADONA, PASSARELLA E GLI ALTRI


Hola mi Paìs“. Così Lidia Elsa Satragno, conosciuta in Argentina con il nome d’arte di Pinky, alle ore 20.00 di sabato 8 maggio 1982 apre una delle dirette televisive più memorabili nella storia degli studi di Buenos Aires: Las 24 horas de las Malvinas. La affianca un altro volto noto della Tv di Stato, quello del presentatore Cacho Fontana. Il canale che ospita il programma è l’ATC, il più importante di Argentina. É nato in occasione del Mondiale casalingo vinto dall’albiceleste nel 1978. Lo sport e soprattutto il calcio giocano un ruolo di primo piano. Una figura su tutte catalizza l’attenzione ed è naturalmente quella di Diego Armando Maradona. Isole Malvinas e el Diez erano già state messe in relazione durante il notiziario “60 minutos” sempre su ATC.

In un’intervista a un gruppo di soldati di stanza in una base militare, sulla parete delle loro camerate spicca proprio un poster di Maradona. Mentre un primo piano mostra la foto e un tango di Gardel fa da sottofondo, il pezzo si conclude con un’ode al calciatore, ora più che mai considerato il vero “simbolo della Nazione”. È lui il catalizzatore delle speranze e dei sogni del popolo argentino. Per quel motivo, nel giorno dedicato alle Malvinas, il ruolo del pibe de oro è fondamentale tanto quanto quello del calcio. Non è un caso se il fútbol rimane nei notiziari al fianco dei bollettini di guerra. Basti pensare che c’è già stata una partita amichevole della Nazionale, contro l’Unione Sovietica, anticipata da un minuto di silenzio per i caduti in difesa della patria. E la guerra è iniziata soltanto da 20 giorni.

L’aura di Maradona piomba nell’Estudio2 di Buenos Aires prima in maniera immateriale. È una sorta di preparazione al suo arrivo fisico. È l’allora procuratore Jorge Cyterszpiler ad annunciare la donazione da parte di Diego di 100 milioni di pesos per il Fondo Patriótico. In seguito fa il suo ingresso una delegazione della Selección. Ci sono Ossie Ardiles, Daniel Passarella, Patricio Hernández e naturalmente LUI. Annunciano immediatamente la donazione alla causa di 100 milioni di pesos più una partita a La Plata il cui intero ricavato sarà destinato al Fondo. Prende la parola Maradona e si esprime proprio come la situazione richiede.

Dice che se servisse dare la vita per la causa, lui darebbe la sua senza pensarci due volte e si auspica di poter andare un giorno a giocare nelle Malvinas.

Non nelle Falkland, nelle Malvinas, sia ben chiaro. Le sue parole, come tutta l’intervista ai quattro calciatori, sono mixate coniugando spettacolo ed emotività collettiva. Così si alternano i sorrisi e le battute di Maradona all’immagine del busto della Vergine di Luján, “la custodia de todos los argentinos“. Il calcio, ancora una volta, rappresenta appieno l’identità degli argentini. Il potere politico-militare lo sa benissimo e ne approfitta appieno. È proprio lo sport a costruire l’epica del pueblo, quella in cui tutti possono identificarsi e sentirsi pienamente rappresentati. Non solo il pallone, ma anche il tennis con Vilas, il quale non interviene nel programma ma fa sapere di aver donato 2 milioni di dollari, l’automobilismo con Carlos Reutemann e il pugilato con Monzón, sono presenti e pronti a dare il loro contributo alla vittoria.

A pochi minuti dalle ore 20.00 di domenica 9 maggio 1982, la trasmissione sta volgendo al termine. Lolita Torres, straordinaria cantante e attrice, intona commossa la canzone “Esta hermanita perdida“, che parla proprio delle Malvinas, mentre passano sullo schermo primi piani della bandiera e riprese che mostrano le folle nelle piazze. I conduttori rendono note le cifre ufficiali, che verranno poi largamente ritoccate. Pinky e Fontana escono dallo studio come due vere star, mentre risuonano ancora una volta le note di “Vamos argentinos“. La telecamera riprende un altro primo piano della bandiera, stavolta con “el Gauchito“, la mascotte del Mondiale del 1978. Un’ultima immagine calcistica, poi parte il segnale acustico.

Diego, minuto 4.10: “Si nos piden la vita, seguro la daremos”

PARA COMPETIR EN SUELO INGLÈS...


Sebbene siano passati 40 anni, le rivendicazioni argentine sui territori insulari nel Mare di Scozia sono ancora vive e la ruggine fra le parti sembra rivestita da una vernice leggera. Talmente leggera che nel 2012 – proprio nei giorni del trentennale della guerra – uno spot propagandistico commissionato dalla Presidenza della Repubblica Argentina, rischia di far scoppiare un caso diplomatico dagli esiti imprevedibili. A pochi mesi dall’inizio dei Giochi Olimpici di Londra, gli atleti argentini sono in procinto di partecipare a quell’edizione nella terra degli ex nemici giurati. Un video di un minuto e mezzo, commissionato espressamente dalla Presidenza della Repubblica Argentina, reclama in modo esplicito la sovranità di Buenos Aires sulle Falkland, denominate Malvinas dai sottotitoli finali. Nello spot compare un atleta piuttosto noto in patria, Fernando Zylberberg, capitano della nazionale di hockey sul prato, il quale si allena correndo per le strade di Port Stanley.

Lo slogan dello spot istituzionale non lascia spazio a interpretazioni: Para competir en suelo inglès, entrenamos en suelo argentino (Per prepararci a competere in terra inglese, ci alleniamo in terra argentina). 

La provocazione centra in pieno l’obiettivo fissato. Lo spot indigna gli inglesi, gli stessi abitanti di Port Stanley e dintorni temono una nuova invasione. A far insorgere le autorità delle Isole britanniche c’è in particolare una sequenza: Zylberberg si arrampica con una certa noncuranza, quasi a sfregio, su un monumento dedicato alle vittime del conflitto. 

Oggi i rapporti fra Gran Bretagna e Argentina sono civili ma una cosa è chiara. La questione è da considerare tutt’altro che risolta e se in futuro qualcuno, per interesse personale o per altri possibili motivi, dovesse soffiare ancora una volta sul fuoco, l’esito della faccenda potrebbe non essere del tutto scontato. L’espressione Volveremos (Torneremo) non è stata eliminata dal dibattito politico argentino, quando l’argomento “Falkland/Malvinas” viene rispolverato. E ciò non appare frutto del caso o di una qualche dimenticanza nell’agenda governativa.

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