Una triste parabola anticipata da Contrasti.
Su Lele Adani, spiace dirlo, vi avevamo avvisato. In tempi non sospetti, addirittura più di cinque anni e mezzo fa, quando l’aspirante e sedicente cantore del fùtbol era all’apice della carriera e del gradimento, opinionista di lustro negli studi di Sky Sport – Sky Sport che poi, grazie al cielo, si è ricordato di essere di gran lunga il miglior media sportivo italiano e ha agito di conseguenza.
Allora, unicamente da queste colonne si levarono critiche al suo modo di essere e di fare; critiche d’avanguardia che al tempo costarono all’intera redazione l’immediata scomunica e l’imperitura disistima dell’ex difensore (anche a mezzo WhatsApp, ma qui devo custodire la confessione del Direttore), mentre oggi sono verità rivelata e sentimento comune.
Così, in una rassegna stampa raramente tanto unisona e concorde, tutti i quotidiani di oggi hanno decretato l’insostenibile, delirante, egoriferita ed artefatta pesantezza delle telecronache di Adani, evidentemente sprofondato in uno stato d’alterazione che, oltre a tradirne il delirio d’onnipotenza, rischia di anticiparne il definitivo tramonto professionale.
I giornali odierni, dunque, fanno il paio con ciò che Contrasti scriveva a partire da fine 2020 e inizio 2021. Mentre Maurizio Caverzan appunta su La Verità la più ricorrente delle vox populi, e cioè “Che cosa abbiamo fatto per meritarci Lele Adani?”, Tommaso Rodano, sul Fatto Quotidiano, parla di una Rai “ostaggio di Adani”, del suo commento “insostenibile, nella forma e nel volume”, di cui successivamente svela le ragioni.
“C’entrano poco la mistica da racconto di Soriano, la retorica maradoniana, le digressioni cristologiche sulla continuità genetica con Messi: per Adani l’Argentina è un pretesto perché si parli di Adani. La sua partita si gioca altrove: monetizza l’attenzione altrui. È lo stesso mercato che si contendono brillanti mitomani di ogni categoria”.
L’articolo si conclude con una supplica – “Daniele, spostati: facci vedere la partita” – e l’egomania ben colta e denunciata da Rodano è la stessa di cui nel 2022 scriveva su Contrasti Leonardo Arigone, che da queste parti era rimasto, forse l’unico, ad apprezzarne un certo situazionismo:
“Adani rappresenta il Sé ipertrofico che tenta di imporsi sulle circostanze. […] La narrazione di Adani rimane impigliata in dibattiti spiccioli e non può librarsi oltre la logica amico-nemico. […] Il pasionario Adani si propone invece di piegare la realtà alla propria rappresentazione e si smarrisce nei labirinti che la sua stessa ragione ha costruito”.
Sempre nel 2022, il Direttore Andrea Antonioli faceva notare che Rai “trasmette da Roma, non da Buenos Aires e nemmeno da Rosario; e grazie al cielo parliamo della televisione di stato, non di una diretta Twitch della Bobo TV”. Oggi, con gli stessi toni, La Stampa parla di una Rai trasformata in Telefé, e di pari passo Lucia Esposito su Libero tuona: “Qualcuno spieghi ad Adani che siamo in Italia, non in Argentina. Ricordategli che è un opinionista non un tifoso […]. E, se proprio vuole emulare uno dei suoi amati argentini, non scimmiotti (male) i telecronisti sudamericani, ché qui siamo in Rai e non a Telemundo (chissà cosa avrebbero fatto Nando Martellini e Bruno Pizzul avendolo accanto)”.
Tony Damascelli, sul Giornale, ripensa ai fasti del passato Rai per evidenziare il declino del servizio pubblico: “Ciò che maggiormente disorienta è che Rai, la madre di tutte le emittenti, il sacro suolo di Carosio, Martellini, Ameri, Ciotti, Zavoli, Barendson e mille altri, abbia deciso di riservare il podio ad un eccellente imbonitore, uno spacciatore di parole, frasi, citazioni pronunciate con una esaltazione di tono farneticante, non dignitoso dell’emittente pubblica”.
Dunque, la (fu) gloriosa Rai rischia di vedere ancor più compromessa la propria reputazione a causa (anche) dei deliri di una sua voce: un rischio che pare ancor più reale se si considera l’addio ai microfoni di un cronista intelligente e moderato, pacato e competente come Stefano Bizzotto, ai saluti dopo la telecronaca di Francia-Spagna. Oggi più che mai, infatti, con la logica spettacolarizzante dei social che annichilisce e logora ogni narrazione, occorre un servizio pubblico degno della propria storia e fedele alla tradizione, che resti deontologicamente rigoroso e non ceda alla logica delle interazioni e del “purché se ne parli” e cioè, tradotta, circo o meno purché faccia ascolti.
Perciò, mentre di fronte ad un degrado che pare ineludibile e inarrestabile, “l’unica soluzione” sembra essere “il tasto muto”, come suggerisce Il Tempo, lo stato d’animo dei tanti tifosi e appassionati, alla vigilia della finale di domenica, appare lo stesso di Jack O’Malley, che sul Foglio lamenta che per colpa di Tuchel ora dovrà sorbirsi Adani in finale. Merita una breve parentesi anche il suo commento riguardo Inghilterra – Argentina: “L’unica analisi tecnico-tattica della partita che si può fare è questa: Thomas Tuchel è un coglione”.
Comunque, anche O’Malley ha già capito tutto: “Adesso ci toccano altri giorni di […] minchiate in serie di Lele Adani su Dio, patria, mito, leggenda e destino albiceleste e immagini generate con l’AI in cui si vedono Maradona e Papa Francesco esultare insieme in Paradiso (come no…)”. Complimenti e nonostante tutto cheers, sir O’Malley.
Fatto sta che dopo “l’ubriacatura collettiva” degli anni passati per Adani, sembra arrivato per tutti – per noi lo era già da tempo – il momento di voltare pagina, di farla finita con i trend social, le BoboTv, le menate acchiappalike, i reel da 15 secondi che piacciono-ai-giovani, e dunque smetterla di generare personaggi del calibro di Adani. D’altronde, già nel gennaio del 2021, il Direttore appuntava che “Lele nazionale si sente ormai onnipotente, un vero e proprio membro, con merito, dello star system calcistico. Il suo profilo Instagram diventa letteralmente delirante […] Adani ha gettato la maschera da professionista/studioso per diventare anch’egli un personaggio, ‘el filosofo del futbol’ in tutta la sua incoerenza e autoreferenzialità”.
Nulla dura per sempre, nessuno è eterno, e dunque non ci resta che sperare che la parabola calante stia per concludersi e giungere al termine: ci appelliamo al Dios del fùtbol, a “padre tempo” che “opera in silenzio” perché lo scempio cada nell’abisso da cui è provenuto. Poiché solo una volta che metteremo a tacere urla belluine e rantoli di delirio e incompetenza potremo dire “facciamo calcio”. In rigoroso silenzio, ovviamente.