Un'Italia che era già superata, sconfitta dalla storia.
Bulimia Pasolini. È acuto e intelligente l’articolo di Giulio Silvano, sul Foglio di tre anni fa, nell’indagare la progressiva proliferazione di libri, occasioni e commemorazioni intorno alla figura di Pier Paolo Pasolini, morto all’idroscalo di Ostia cinquant’anni fa esatti. Anche la passione calcistica dell’autore è ormai cosa nota, così com’è la celebre definizione che l’autore diede del calcio quale “ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. In questo senso, prezioso e ancora relegato ad una nicchia di curiosissimi, c’è un documentario capace non solo di sfuggire alla “bulimia” pasoliniana, ma di costituirvi un antidoto: L’Ultima Partita di Pasolini(2021), di Giordano Viozzi.
L’opera, complici un’accuratissima originalità e una sapiente critica, rifugge la retorica ed offre molteplici chiavi di lettura: sull’autore, sul gioco del pallone, sulla “mutazione antropologica” in corso. I materiali sono inediti, la coincidenza è delle più poetiche: Pier Paolo Pasolini disputò l’ultima sua partita di calcio allo stadio Ballarin di San Benedetto del Tronto, un luogo – anzi, un iper-luogo – intriso di storia, memoria collettiva e passione, il cui destino risultò tragico, al pari di quello dell’autore.
D’altronde, nella fitta e intricata vicenda biografica di Pasolini – figlio di un gerarca fascista, con un fratello ucciso dai partigiani comunisti nell’eccidio di Porzus – nulla avvenne mai per caso, nemmeno in ambito calcistico. Dunque, di Pasolini e di poesia, di calcio e di modernità abbiamo la fortuna di parlare con l’autore.
Giordano, due vite tragiche, due destini che a tratti si specchiano e sovrappongono. L’esistenza di Pasolini, furiosa di vita, e il Ballarin, un bollore di gioie e passioni esauritosi nel rogo dell’81.
Sì, due destini simili per certi aspetti, accomunati dalla dolorosa poesia della tragedia, da una fine tremenda: massacrato Pasolini, a fuoco il Ballarin nel giorno che doveva essere di festa. Il Ballarin per San Benedetto è un luogo più che comunitario, quasi spirituale, espressione di una memoria collettiva molto forte. Attraverso il documentario ho avuto modo di registrarlo ancora intero, prima della sua parziale dismissione.
Per quanto riguarda la partita Vecchie Glorie Samb contro la Nazionale Artisti, giocata il 14 settembre 1975, fu una felice coincidenza: Pasolini venne a trovare Ninetto Davoli, a San Benedetto per il film Il vizio ha le calze nere, e non si fece scappare l’occasione di una partita di beneficienza. Da amante del calcio, sensibile alla profonda vocazione sociale del pallone, aveva fondato la Nazionale Artisti, che tra l’altro a San Benedetto esordì con la maglia ufficiale.
Cos’è stato il calcio per Pasolini?
Innanzitutto, un fatto poetico e insieme sociale. Il rettangolo verde era un teatro, il gioco poteva essere una coreografia e il calcio diventava insieme resistenza e reazione all’inarrestabile omologazione, alla “mutazione antropologica” in corso, al capitalismo nuovo fascismo. Di più, è stato una forte passione interiore, intima, personalissima e tremendamente seria: Pasolini viveva il calcio con fortissimo agonismo.
Era competitivo, non accettava di perdere e anzi a tutti i costi voleva vincere: le vecchie glorie della Samb raccontano delle sue lamentele riguardo i suoi compagni e la loro scarsa concentrazione in campo. Un approccio scansonato che Pasolini non poteva sopportare. Anche in questo senso, il calcio non era per lui solo un gioco.
Cosa ti ha colpito nel raccontare Pasolini in un paese della costa adriatica, tra pescatori, portuali e l’Italia dei consumi?
Colpisce che Pasolini si trovò immerso in tutto ciò che stava criticando: il passaggio da un mondo autentico, da una civiltà sull’orlo del finire, alla nuova e progredita umanità, fatta di edonismo e consumi. Prima della partita, si strinse al suo seguito un codazzo di politici, giornalisti e personalità, che volevano promuovere San Benedetto, la nuova “riviera delle Palme”: in realtà Pasolini schifò questo modello urbano, divenne scontroso e perentorio nello stroncare l’omologazione in cui San Benedetto stava cadendo.
Della città disse, infatti, “è davvero bella e ancor più bella poteva esser conservata, solo che avesse mantenuto l’aspetto primitivo, originale, di borgo marinaro. Perché modernissimo non deve significare necessariamente distruzione dell’antico”. Un’espressione del suo pensiero profondo, del suo intimo amore per l’autenticità dei luoghi, delle comunità, della società.
Dal Ballarin all’analisi antropologica, dunque, il tuo documentario è molto pasoliniano.
Certo. Quell’Italia di contadini e pescatori non esisteva ormai più: Pasolini fu deluso, rammaricato nel constatare che marinai, pescatori e portuali stavano abbandonando le loro vecchie case per i nuovi condomini, verso uno stile di vita definito borghese, che di certo però era più sostenibile. Ne abbiamo parlato anche con Emidio Clementi dei Massimo Volume, anche lui sambenedettese: dal confronto è emerso che i marinai non volevano più vivere stipati in piccole case del centro (da Via Laberinto a Via Vasco de Gama, ad esempio), ma si spostano nei condomini.
Cambiamenti, nuove possibilità e prospettive che significavano per loro una rivalsa sociale: questo inesorabile cedere al nuovo, alla modernità, era l’aprirsi di una vita migliore, più agevole. Ciò conduce poi alla questione dei consumi, dei piaceri, degli eccessi e quindi anche della droga: su questo aspetto Pasolini cercò di indagare, ma venne rifiutato dagli intervistati, ex calciatori, come da una società che non vuole ammettere i propri errori controsensi.
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Dal piano di vista urbanistico, San Benedetto stava crescendo senza un piano regolatore: dal punto di vista sociale e antropologico, così come l’Italia tutta, stava anche cambiando (e perdendo) le proprie abitudini e regole morali. Nel lungomare piceno in cui Pasolini gioca a calcio, che Pasolini critica, c’è il riflesso di quello ostiense, che nel giro di un mese e mezzo l’avrebbe visto massacrato in circostanze infami e mai chiarite.
Era già stanco, Pasolini, già desueto e sconfitto dalla storia, forse, in un’Italia che non era più la sua, che non era più vera: le cronache dell’epoca scrivono “quasi inconsciamente ci rendevamo conto della infinita tristezza che il sorriso mesto accentuava nel cuore dell’interlocutore”. L’autore dichiarò, quasi intuendo il suo destino, “me ne andrò presto da questo paese”. Pasolini, dunque, era come consapevole della sua inadeguatezza e della sua fine: l’Italia – vittima della propria modernità, senza più intellettuali, lontana da una cultura autenticamente popolare – ancora no.