Fu Ben Parker a pronunciare al nipote Peter (alias L’Uomo Ragno) la celebre frase “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Benché in quel caso fosse riferita a un Supereroe, la stessa riflessione interessa anche noi comuni mortali: basta sostituire il talento al potere e il gioco è fatto. E siccome ognuno di noi possiede sin dalla nascita un talento, nessuno può sentirsi al di sopra di questa legge non scritta. A maggior ragione se la quantità di talento in dotazione è particolarmente generosa. Perché è del tutto evidente che la responsabilità di cui siamo investiti è direttamente proporzionale all’entità delle nostre capacità.

 

“Un capitano”, l’autobiografia di Francesco Totti scritta insieme a Paolo Condò, in questo senso si potrebbe considerare un manuale di riferimento, trattandosi di una storia di talenti sviluppati e di responsabilità assunte di buon grado. Anzitutto dall’attore protagonista. Totti è stato il più grande calciatore della storia della Roma, e uno dei “numeri dieci” italiani più forti di sempre insieme a Gianni Rivera e Roberto Baggio, scegliete voi in che ordine. Va da sé che raggiungere simili vette calcistiche è possibile solo attraverso il possesso congiunto di talento purissimo e determinazione massima. Le due qualità devono viaggiare a braccetto per tutta la durata della carriera, senza lasciarsi mai. Altrimenti il risultato cambia. Bastano un paio di sbandate per perdere in competitività e derubricare un fuoriclasse a campione o a buon giocatore.

 

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Il primo goal in Serie A contro il Foggia (LaPresse / Publifoto)

 

Questo ovviamente per quanto riguarda la responsabilità verso se stessi. Ma Totti era intestatario anche di un’altra missione, quella di aiutare la squadra della sua città a vincere lo scudetto. “Condanna” che incombeva su Francesco sin da quando era un ragazzino e la sua fama di baby fenomeno cominciava a circolare sempre con maggiore insistenza: ad appena 16 anni, età del suo debutto in Serie A, già rappresentava l’investimento emotivo massimale della Roma giallorossa. I tifosi sapevano che solo con Totti si poteva tornare a essere protagonisti, e il fatto che quel bimbo prodigio fosse romano e romanista faceva evolvere questa speranza in un qualcosa di più impegnativo: un vero e proprio destino manifesto. Si può dire che Totti era stato “costretto” a ricambiare quella passione oceanica testando sulla propria pelle la validità del verso dei Beatles che chiude la canzone “The End”: “Si ama nella misura in cui si è amati”. Il download del “no” al Real Madrid era partito già nel 1993.

 

Come detto, “Un capitano” è una storia di responsabilità condivise, e anche il “regista” di questo progetto editoriale non fa eccezione. Parliamo di Paolo Condò, naturalmente. Il giornalista si è mosso con un tempismo perfetto, attingendo al talento del cronista del recente passato da inviato della Rosea. Messosi sulle tracce di Totti prima della fine del campionato 2017, fiutando il rialzo delle quotazioni dell’ipotesi-ritiro rispetto al vaglio delle proposte dorate pervenute al Capitano da Arabia Saudita e Stati Uniti, Condò si è portato avanti con il lavoro strappando il più esclusivo dei “Sì” al fuoriclasse giallorosso. Quando poi l’addio al calcio di Totti è diventato realtà, non restava che dare esecuzione a quel contratto preliminare. Così, la stesura del libro è iniziata quasi subito, novembre 2017, e l’obiettivo era quello di farlo uscire nell’ottobre dell’anno successivo. Tuttavia in un secondo momento, in ossequio a una strategia distributiva rivelatasi poi vincente, Rizzoli ha chiesto a Totti e Condò di giocare d’anticipo e licenziare il manoscritto ad agosto per far sì che la pubblicazione coincidesse con il giorno del compleanno di Francesco: 27 settembre e presentazione al Colosseo in grande stile. Come del resto è avvenuto.

 

 

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Un ritaglio della copertina di ‘Un capitano’, edito da Rizzoli.

 

L’assottigliarsi dei tempi di consegna ha costretto gli autori a intensificare gli incontri di scrittura compatibilmente con gli impegni di lavoro di entrambi. Incontri in cui – immaginiamo – la primadonna è stata la “selezione”. Già. Scrivere una biografia è tutt’altro che agevole, quando poi il protagonista è un calciatore dalla storia così ricca, una vera e propria leggenda vivente, il compito si complica non poco. Perché bisogna trovare il giusto compromesso tra quantità e qualità: in effetti non è molto diverso da ciò che serve in un campo di calcio. La tentazione di far prevalere il primo aspetto è chiaramente forte, perché la vita di un personaggio come Totti è necessariamente tutta interessante, si vorrebbe raccontare davvero ogni singolo passaggio della carriera sportiva e del privato. Poi però verrebbe fuori un’opera enciclopedica che rischierebbe di diventare un mero raccoglitore di aneddoti, deviando da quello che dovrebbe essere lo spirito che deve informare un lavoro del genere: restituire al lettore la dimensione umana del campione e non una banale cronistoria degli eventi. Insomma, anche la gestione di quel preziosissimo materiale di prima mano rappresenta un privilegio, un potere, e pertanto implica una bella dose responsabilità.

 

La scelta mirata degli episodi più significativi e il loro opportuno “montaggio” hanno dato vita a un libro di 500 pagine, una “sintesi” che soddisfa appieno la richiesta di equilibrio di cui sopra. E che soprattutto lascia, a lettura ultimata, la netta sensazione di conoscere per davvero Francesco con il vantaggio di non importunarlo per strada: tra gli aspetti trattati nella biografia infatti non poteva mancare il riferimento alle “privazioni” della privacy che in tutti questi anni Totti ha dovuto subire per via dell’amore viscerale della città che gli impedisce di andare in giro liberamente senza doversi “nascondere”.

 

Come abbiamo fatto nel caso di Herr Pep e per non anticipare troppo ai lettori interessati, anche perché di questo volumetto non va persa nemmeno una virgola, ci limitiamo a suggerire tre tracce-titolo che secondo noi rappresentano dei punti-chiave nonché alcuni dei motivi che devono indurre ogni appassionato, non solo il tifoso della Roma, a leggere “Un capitano” ed entrare così a far parte della ricca community di persone che l’hanno già fatto (si parla ad oggi di oltre 200.000 copie vendute).

 

La presentazione ‘in pompa magna’ al Colosseo nel settembre del 2018 (Getty)

 

LEGGEREZZA

 

La prima traccia che indichiamo è leggerezza. In molti passaggi la lettura è proprio divertente. E non solo per via dell’immancabile romanesco che descrive in maniera pittorica i momenti decisivi della carriera, per esempio quelli vissuti da Francesco con Mazzone allenatore; ma anche per la denominazione dei capitoli, a nostro giudizio quasi geniale. L’argomento di volta in volta trattato è infatti introdotto con delle “sintesi” che sono al contempo ironiche e spietate. Prendete il titolo “Stella” del capitolo IV, per esempio. Si tratta dell’appellativo con cui Zeman chiamava e chiama tuttora Totti: un soprannome che esprime da un lato tutta la considerazione del boemo per il suo pupillo, e dall’altro il suo sottilissimo senso dell’humor. Scorrendo le pagine si percepisce con grande nitidezza il tono un po’ canzonatorio con cui Zeman lo pronuncia.

 

Un altro titolo interessante è “Batman e Robin”, capitolo VII. “Stella” forse poteva depistare anche il tottiano più esperto, mentre questo non ammette repliche: è chiaro sin da subito che si sta per parlare di Totti e Cassano, per sintonia e intelligenza calcistica una delle coppie-gol più forti di sempre e non solo nel panorama italiano. Diversi sono gli aneddoti legati a questa amicizia tormentata, molti davvero succosi, che ci restituiscono anche le fragilità di Cassano. “Antonio è il giocatore più forte con cui abbia mai giocato”, a un certo punto dice Totti. Una sentenza tanto lusinghiera quanto amara: se Cassano, a proposito di fuoriclasse derubricati, non si fosse limitato a mostrarci “il solo 30% del suo potenziale” avremmo visto una coppia inedita di Supereroi: Batman e… Batman, altro che Robin.

 

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Batman e Robin nell’anno precedente l’acquisto di Cassano da parte di Franco Sensi.

 

Ma il picco è raggiunto dal combinato disposto dei capitoli XVI e XVIII, vale a dire “Il primo magico Spalletti” e “Il secondo tragico Spalletti”, dove anche la metrica musicale è rispettata. Al rapporto prima idilliaco e poi conflittuale tra Totti e l’allenatore toscano viene data l’inevitabile centralità con dovizia di particolari. Per rendere l’idea della tensione relativa allo Spalletti “tragico”, riportiamo una frase pronunciata dall’attuale tecnico dell’Inter che più di tutte dà la misura dello strappo tra i due nell’ultimo periodo romano: “Tu ormai sei come gli altri, dimenticati di quando eri insostituibile”. Rimandiamo al libro per la risposta di Totti.

 

 

SINCERITÀ

 

La seconda traccia-titolo suggerita la chiamiamo “sincerità”. Una caratteristica fondamentale di ogni biografia e che in “Un capitano” abbonda. Totti ci parla davvero a cuore aperto, illustrandoci tutti i suoi privilegi, anche quelli materiali: emblematica la “gestione” del primo assegno staccato dall’AS Roma con il suo nome scritto sopra; così come le sue consapevolezze, senza falsa modestia: “Ero tra i primi cinque giocatori più forti del mondo”. Ma accanto a queste ammissioni di segno positivo ve ne sono delle altre. E ci riferiamo allo sputo a Poulsen nel 2004 all’Europeo portoghese o al calcione rifilato a Balotelli nella finale di Coppa Italia del 2010. Episodi di cui ancora oggi Francesco si rammarica. C’è spazio anche per confessioni più intime, come la doppia paura vissuta a strettissimo giro nel 2006: di non tornare più a giocare dopo l’infortunio con protagonista Vanigli e, poche ore più tardi, il terrore della sala operatoria; così come la timidezza con le donne, in particolare con quella che sarebbe diventata la donna della sua vita, Ilary. Stravolgendo in parte anche quei luoghi comuni che vorrebbero i calciatori come dei conquistatori sicuri di sé che non devono chiedere mai. Certamente partono da una posizione privilegiata che consente loro di saltare diversi passaggi, ma l’amore, quello vero, è uguale per tutti. Anzi, per Totti.

 

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17 giugno 2001: è l’acme della vita calcistica di Francesco Totti in giallorosso, la Roma è campione d’Italia (Getty)

 

ESTETICA

 

L’ultima traccia la chiamiamo “estetica”. Totti è appartenuto alla categoria dei fuoriclasse assoluti, ovvero coloro che oltre a decidere le partite interpretano il calcio in chiave artistica. Molte giocate di Totti sono dei veri e propri capolavori suscettibili di interpretazioni infinite. Torna sempre utile la frase di Italo Calvino sui classici della letteratura, “Libri che non hanno ancora finito di dire quello che hanno da dire”. Questo significa che quelle magie sono dotate di inesauribilità, perché hanno la capacità di condurci attraverso sentieri emozionali sempre inediti. E emozionarsi vuol dire rinnovare la propria personale relazione con l’opera d’arte – da qui il “giudizio estetico” – per arrivare a nuove letture, nuove sensazioni e nuove parole. La prosa scorrevole e “sentita” con cui Condò ci descrive il gol alla Sampdoria (2006) o quello all’Udinese (2001) – due sinistri al volo di rara bellezza – è la prova provata che il giornalista non solo se li è andati a riguardare, ma che si è emozionato un’altra volta. Allo stesso modo per i due rigori più importanti della carriera di Totti, siglati entrambi con la Nazionale: il cucchiaio all’Olanda nel 2000 e il destro secco contro l’Australia nel magico 2006. Due esecuzioni accomunate dalle notevoli implicazioni psicologiche cui il giornalista di Sky restituisce dignità letteraria perché il primo a riviverle è lui. Del resto, come diceva il pittore Henri Matisse, “Chi ha qualcosa da dire vi è spinto dalla sua emozione”.

 

Di spunti interessanti ce ne sarebbero ovviamente tanti, ma per questo e molto altro vi rimandiamo alla lettura del libro, non prima però di avervi dato un ultimo consiglio. Si tratta di un suggerimento metodologico: cominciate la lettura dalla fine, ovvero dal toccante addio al calcio di Totti in occasione della partita contro il Genoa e dai suoi umani dubbi sul futuro senza pallone. Sì, toglietevi subito questo dente e immergetevi in “Un capitano” a ritroso. Sarete percorsi dalla sensazione che il meglio deve ancora venire.