Altri Sport
10 Marzo 2026

La decadenza della Formula 1

I piloti sono incatenati a un sedile elettrico, come se fosse una pena capitale.

Se sono le macchine a guidare i piloti, la Formula 1 non è più motorsport: diventa qualcos’altro. Guardando il Gran Premio di Melbourne la sensazione negli occhi è quella di uno sbiadimento fastidioso, silenzioso, inesorabile. Non per l’orario della sveglia bensì per questa nuova Formula 1. Partiamo dall’ovvio: la F1 è la F1, qualsiasi cosa ci possa offrire. L’hype a inizio stagione è altissimo, soprattutto quando la Ferrari sembra competitiva, e quest’anno l’inizio è stato incoraggiante. Questa magia però la stiamo perdendo. E’ evidente che risulta difficile accettare tutto ciò che il nostro mondo di scienziati ci offre. Questa F1 è figlia del mondo in cui viviamo: per la prima volta nella storia le macchine in rettilineo perdono velocità invece di guadagnarne.

Non è la rabbia di chi vede l’apice del motorsport distrutto bensì è l’amarezza di chi vede il motorsport trasformato in spettacolare finzione.

Non aveva parlato a caso Max Verstappen prima dell’inizio della stagione. Se un pilota deve alzare il piede in pieno rettilineo non è perché ha visto Dio (Ayrton, scusaci) o perché il motore sta esplodendo, ma perché glielo impone un indicatore di carica sul volante: neanche si trattasse di un computer portatile o un cellulare.

La verità? Abbiamo smesso di correre e stiamo facendo qualcos’altro. Può piacere certo, son gusti.

Basta guardare un onboard a caso del Gran Premio per capire che rallentare in rettilineo non può essere definito in nessun modo spettacolo, men che meno sport. I piloti non sono più liberi di esprimere un’arte ma sono incatenati a un sedile elettrico, come fosse una pena capitale. Il problema non è la tecnologia in sé. Il fatto che ci addolora è che abbiamo ucciso l’aura del talento, del limite, dell’arte, della guida. Walter Benjamin diceva che un’opera d’arte perde il suo hic et nunc quando diventa riproducibile. Ecco, i sorpassi del 2027 sono esattamente questo: un pezzo di plastica prodotto in serie da vendere al pubblico consumatore.



Dopo il GP a Melbourne ci rifilano la statistica dei 120 sorpassi come se fosse una conquista: ma di cosa stiamo parlando? Se si toglie la staccata, se togli quel momento in cui il cuore sale in gola, di quale successo stiamo parlando? Un sorpasso regolato, noioso, figlio dell’overtake mode, non è un sorpasso ma è qualcos’altro. Lo sottolinea molto bene anche Mark Hughes, editorialista di “MotorSport Magazine”:

A vederlo superficialmente, sembra fantastico. Ma non ha nulla a che fare con le capacità di guida. Non sono mosse di sorpasso, è più un movimento di traffico che possiamo vedere anche nelle autostrade normali.

Se non c’è nessun talento, cosa resta? Se non ci sono le frenate al limite, se la discriminante non è il coraggio della componente umana che sta nell’abitacolo, stiamo solo guardando delle macchine che si scambiano di posto seguendo un protocollo di ricarica. Se lo è chiesto anche Carolina Tedeschi in un video per Quattroruote:

“Questa è F1 o Mario Kart?”

E poi, andando ancora di più nel profondo, dove sta scritto che lo spettacolo nel motorsport siano i sorpassi o un livello piatto dei contendenti? E’ una teoria, quasi una ideologia, che va molto di moda nella narrazione dei media ufficiali ma senza fondamento. Le monoposto e le gare devono essere la massima espressione della performance di ogni squadra e la dominanza può essere legittimamente uno degli scenari.

Perchè le differenze sportive, tecniche, motivazionali, esistenziali, vendono meno?  E poi c’è un’ipocrisia di fondo, ovvero quell’ecologismo da salotto buono di cui abbiamo spesso parlato che ha trasformato la Formula 1 in un manifesto della finta etica. Vogliamo salvare il pianeta con il lift and coast e nel frattempo sono le macchine a guidare i piloti. E’ la fine dell’aura.



George Russell, che vince a Melbourne con quella sua impeccabile e respingente snobberia rappresenta al meglio questa mutazione. Rappresenta la Formula 1 che piace a Liberty Media perché vendibile, telegenica. Un circus elitario. E ricco, soprattutto. Ricchissimo. Dall’altra parte vedi l’Aston Martin che affoga nei suoi stessi investimenti e miti, come quello di Adrian Newey diventato team manager un po’ a caso, e un Fernando Alonso che sembra un leone costretto a fare l’istruttore di scuola guida. Vedere uno come lui, che vive per il corpo a corpo, ridotto a monitorare flussi energetici mentre rischia la vita non per una curva ma per le vibrazioni del suo motore che gli danneggia il sistema nervoso, è semplicemente triste.

Alla fine, la domanda resta lì, sospesa: può essere questa la Formula 1? L’apice della sfida su quattro ruote e un motore?

Vince la politica sullo sport, ancora una volta. Ci rimane uno spettacolo pop colorato di arcobaleno, pieno di musica e sorrisi, una piattaforma da vendere ai tifosi-consumatori totalmente priva di dramma e pathos. Abbiamo scambiato l’eroismo con altro e il risultato è un campionato che ha smesso di essere una sfida per diventare una sfilata di ipocrisia. Nel frattempo, Max Verstappen si è iscritto alla prossima 24 Ore del Nurburgring con la GT3. Il talento vola altrove.

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