Critica
06 Aprile 2026

Quinto (quarto) potere

Il nostro calcio ha bisogno (anche) di una riforma dei media.

Vorrei proporre una riforma dei media: durante le conferenze stampa si metta un’altra telecamera. Non basta, infatti, quella che ci mostra gli intervistati, cioè chi risponde. Urge l’altro punto di vista – cioè un occhio puntato su chi le domande le fa (o meglio: dovrebbe farle).

Vero è che da quando hanno proibito le repliche, quelle che in gergo si chiamano le ‘seconde domande’, cioè gli approfondimenti seguiti alle risposte, gli incontri coi giornalisti sono diventati delle barzellette, una sorta di comunicato stampa dal vivo in cui, incontrastati, si può dire qualsiasi facezia – ma è altresì vero che questo divieto non è un regio decreto, una sentenza di cassazione, un tabù veterotestamentario. Se in momenti di normalità lo si può ancora ancora accettare per ridurre i tempi e consentire al maggior numero di colleghi di poter porre le loro illuminanti e necessarissime questioni – la deontologia professionale obbligherebbe, in situazioni come quella dell’altra sera in Bosnia ed Erzegovina, a fare un passetto in più.



Magari, quindi, riprendere la parola anche se il microfono passa a un altro, alzarsi anche in piedi se necessario e pretendere una risposta da chi, nel migliore dei casi, ha appena bofonchiato una supercazzola o, nel peggiore, si arrende a dire follie che sarebbero giustificabili solo esponendo un certificato medico che attesti la demenza senile. Perché ciò che ha detto Gabriele Gravina nella sua ultima conferenza stampa da presidente della Figc, tra farneticazioni su professionismo e dilettantismo in Italia e narrazioni deliranti di prestazioni eroiche dei nostri ragazzi – avrebbe dovuto imporre una reazione in diretta, lì per lì. Idem le ciance di Gianluigi Buffon e di Gennaro Gattuso, anche se in quantità minore, che erano sullo stesso livello patetico e quindi la stessa reazione avrebbero dovuto suscitare.

Deontologia professionale avrebbe voluto che qualcuno facesse loro notare le nefandezze che stavano dicendo. E invece no, niente, nada, niet! Ce ne fosse stato uno, un’anima libera che abbia alzato la manina e abbia preteso, almeno, un po’ di realtà – se non di lealtà.

Oggi, invece, tutti si scandalizzano, giustamente – eppure lo fanno tutti in ritardo (forse tranne Alfredo Pedullà e Michele Criscitiello che da sempre battagliano contro questa gestione della Figc senza paura di usare toni forti). Qualcuno lo fa anche con apprezzabile coraggio e parole dirette, come Sandro Sabatini, ma solo uno, Fabio Caressa, si spinge sinceramente oltre e si assume anche una porzione di responsabilità in nome di una categoria, quella della stampa, che ha commesso l’errore di concentrarsi troppo sulla cronaca sportiva senza prestare attenzione al nulla che (non) avanzava in termini di progetto, rinnovamento, modernizzazione. E ha ragione perché, per quanto giusto, ora è fin troppo facile prendersela con Gravina&Co. Bisognava farlo prima – e non è che non avessimo avuto avvisaglie che il peggio stava per arrivare, che il fondo non era ancora stato toccato.



Tutti, solleticati da un futuricchio ancora da scrivere ma dimentichi del fatto che non avessimo né penna né foglio per scarabocchiare almeno la qualificazione al Mondiale 2026 – erano pronti a dire quanto fossimo forti in ragione del fatto che, all’interno del brodo della nostra mediocrità, qualche giocatore riusciva a mettere la testa al di sopra del livello del mare di liquame sul quale il calcio italiano abita da troppo tempo.

Tutti invece, davvero nessuno escluso, hanno pontificato su quanto fossero forti alcuni dei nostri: per rimanere al blocco-Inter, quello che ci ha condannato in questo spareggio facendoci rimpiangere i vecchi blocchi-Juve delle nazionali passate, per esempio, Bastoni era per molti il miglior difensore italiano, “un top mondiale, l’evoluzione del concetto di difensore”;[1] Pio Esposito ha “caratteristiche tecniche complete e una testa che gli permette di superare le altalene emotive del calcio”;[2] Barella “il più forte centrocampista degli ultimi vent’anni”;[3] Dimarco “il più forte esterno sinistro d’Europa”.[4] E se a tutti i livelli, che sia in un istituzionale (quanto improvvisato) studio di Dazn, in una pecoreccia (quanto seguitissima) live di Twitch, in un privato (quanto pubblico) sfogo su Instagram – la smettessimo di dire stupidaggini? Se la finissimo di esagerare, di slinguazzare qualsiasi giocatore per farcelo o tenercelo amico?



Altrimenti questo nostro mestiere resterà ben lontano dall’essere il quinto potere – e rimarrà giusto il quinto quarto del potere. Più contenuto e meno content, magari, anche per evitarci delle figure oscene come quelle che vediamo in continuazione. Se si vuole essere corsari – non si può ambire a viaggiare nella nave da crociera del successo. Il mio è un invito perché se per Gravina&Co. non c’è più tempo, se per molti dei giocatori di Zenica non c’è più tempo – lo stesso non vale per gli addetti ai lavori del giornalismo sportivo italiano. C’è ancora modo di redimersi: avete sbagliato ieri, avete balbettato oggi – tirate fuori le palle domani. Con chi?

Un anno fa, il 5 febbraio 2025, Gravina è stato rieletto col 98,68% dei voti. Andate dai ognuno dei 512 votanti che, ognuno col suo peso, hanno dato credito a questa gestione. Andate dai circa 270 della Lega Nazionale Dilettanti, i 95 dell’Associazione Italiana Calciatori, i 42 dell’Associazione Italiana Allenatori, i 9 dell’Associazione Italiana Arbitri, i presidenti di Lega Serie A, Serie B e Lega Pro. Andate dai Marotta, dai Casini, dai Balata, dagli Abete, membri del Consiglio Federale, e domandate conto. La classe giornalistica deve ripartire da qui – altrimenti tra quattro anni saremo punto e a capo.


[1] https://www.youtube.com/shorts/u4YkBqVkOKo

[2] https://www.instagram.com/reel/DPv6_asiPcu/

[3] https://www.youtube.com/watch?v=DvMbQzJO-7c

[4] https://www.youtube.com/watch?v=L19y20c9_1g#:~:text=INTER%2C%20DIMARCO%20IL%20MIGLIOR%20ESTERNO%20D’EUROPA:%20CHE,live%20su%20Federico%20Dimarco%2C%20stella%20dell’Inter%20%23Inter

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