Ci siamo fatti andare bene tutto: pure il commentatore arbitrale.
Le decisioni arbitrali, tolte quelle oggettive, sono soggettive. O meglio: sono soggettuali – cioè riguardano qualcuno che, attivo e autonomo, interpreta la realtà e agisce sulla realtà. Ciò che è soggettivo, invece, strizza l’occhio al relativismo di massa che impera oggigiorno: cento teste, cento cappelli – come dice il proverbio; a cento individui, cioè, corrispondono cento punti di vista – senza che tutti questi abbiano, però, per forza di cose una dignità o una rilevanza. Ma su questo torneremo più tardi.
Tornando, invece, agli arbitri, i legislatori del calcio (cioè l’International Football Association Board, i famigerati membri dell’Ifab che si autodefiniscono, non scherzo e apro le virgolette, come “gli indipendenti guardiani delle regole del calcio”) dovrebbero lavorare per aumentare i dati oggettivi del regolamento – restringendo il campo alle decisioni del soggetto-arbitro. Non perché non ci si fidi, non perché si voglia eliminare la figura tanatologica della ‘giacchetta nera’ – affatto: solo perché l’arbitro si dovrebbe finalmente trasformare, dopo 150 anni di calcio, in un vero e proprio ‘direttore di gara’. Cioè colui che dirige e sintetizza il complesso sistema umano e tecnologico che sta dietro il giudizio di una partita.
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Di dati oggettivi ce ne sono già molti (fuorigioco, gol-non-gol, palla fuori dal campo) ma molti altri potrebbero essere inseriti in questa categoria che aiuterebbe a rinfrancare gli animi di chi segue il calcio. Il VAR va in questa direzione. Ma è stato spesso frainteso, soprattutto in Italia: è stato inserito per diminuire gli errori, non per eliminare le polemiche. Sembra una distinzione di lana caprina – ma non lo è affatto e tra poco capite perché ho distinto ‘soggettivo’ da ‘soggettuale’ all’inizio.
Vado per gradi: la riduzione, il quasi annullamento (o il totale annullamento, come nel caso delle questione oggettive, vedasi il fuorigioco semi-automatico) dell’errore arbitrale macroscopico – rende più rilevante quello che prima sembrava un errore microscopico. E oggi, semplicemente, la polemica si fa su quegli errori lì. Ma benedetta la polemica!, viva la polemica! – fulcro dell’indotto mediatico del calcio, luogo per eccellenza dell’opinione soggettiva.
I problemi legati al VAR sono molto più profondi rispetto alla “giustizia” del gioco.
Il punto, però, è un altro. Perché abbiamo accettato, senza neanche interrogarci sulla questione, che nelle telecronache nostrane comparisse un commentatore arbitrale? Non ci siamo accorti che il nostro focus mediatico ora è tutto lì? Va bene la polemica, come ho detto, ci piace la polemica – ma sentire Marelli&Co. chiamati in causa durante partite per annunciarci, come fosse oro colato, qualcosa di decisamente ovvio, ci rivela due aspetti che sono fondamentali per comprendere lo stato del nostro giornalismo:
1. I commentatori evidentemente non sanno il regolamento – e devono delegare il preciso commento delle decisioni arbitrali a una terza persona. Eppure il regolamento è fatto di solo centocinquanta pagine (con le figure), i suoi cambiamenti sono abbastanza piccoli di volta in volta e soprattutto avvengono a cadenza annuale, quindi nulla di insormontabile. Studiarlo, e studiarlo bene, dovrebbe essere un prerequisito per chi si occupa di giornalismo calcistico.
2. Preferiamo perdere tempo in un tipo di commento (entrerò nello specifico del contenuto di questi interventi nelle conclusioni di questo pezzo) sull’operato arbitrale – invece di prenderci il tempo per ascoltare un appunto tattico, un’annotazione tecnica o, udite! udite!, un giudizio kantianamente critico sulla partita. Abbiamo spostato l’asse della nostra attenzione dalla questione calcistica pura al dettaglio arbitrale. Non solo per questo, ma anche per questo, fatichiamo così tanto a livello internazionale.
Magari a recuperarlo un rapporto con l’arbitro cornuto. Come fai a prendertela con un frame?
Dover ascoltare il commento arbitrale è uno degli epifenomeni definitivi dello scadimento del nostro giornalismo sportivo. [1] Ma c’è un aspetto che è ancora peggiore – e che da liminale come può sembrare, è in realtà decisivo: la spiegazione viene proposta come sentenza di Cassazione, come verità rivelata, come epifania della radura illuminata in mezzo al bosco, della Lichtung heideggeriana.
Il punto è questo: su ciò che è oggettivo mi pare assurdo che non bastino i due telecronisti (si tratta di semplice applicazione del regolamento), su ciò che riguarda l’atto soggettuale dell’arbitro, non conoscendo il vissuto dell’arbitro in diretta, possiamo solo fare commenti soggettivi — e allora, di nuovo, basterebbero due commentatori. In questo panorama, chiunque si arroghi il diritto di parlare come se fosse portatore sano di giustizia — commette un errore gravissimo.
Le opinioni di Marelli sono, appunto, opinioni. Non è che Marelli sappia tutto e non che ci debba granché importare ciò che dice — perché anche lui, quando interpreta, non è altro che uno degli avventori del ‘Bar Sport’ nazionale. Nulla di più. Ed è dimostrato dai molti episodi in cui lo stesso Marelli, a parità di casus belli, si è espresso una volta dicendo una cosa, una volta dicendo il suo contrario. Mi spiace ma in questo campo (quello del commento soggettivo, un po’ alla cazzo di cane), considerata l’istruzione, l’esperienza calcistica diciamo, che abbiamo quasi tutti in Italia — uno vale uno. E se uno vale uno, non c’è bisogno di sentire il parere di uno qualunque in diretta tv — soprattutto se interpellato come fosse l’oracolo di Delfi.
E allora, a cento teste, cento cappelli — certo. Ma vi prego: basta coi Marelli.
[1] Lasciamo fuori dal discorso, per ora, quell’esempio plastico di onanismo che è ‘Open Var’ in cui, senza contraddittorio, Gianluca Rocchi (designatore arbitrale per la Serie A e la Serie B) si complimenta per il buon operato dei suoi sottoposti e, nei casi estremi in cui non si può negarli, giustifica gli errori dimostrandosi campione olimpico di arrampicata sugli specchi.