C’è una foto, ha raccontato Nicolò Bulega a Misano un mesetto fa, che lo ritrae il primo giorno di scuola elementare con lo zainetto di Valentino Rossi in spalla. Ho avuto la possibilità di vederlo questo scatto, che Davide Bulega, papà di Nicolò, conserva nel più classico degli album di famiglia. Al centro dell’immagine, con di fianco il suo papà chinato sulle ginocchia, un bimbo biondo grano, magro, con una camicetta e pantaloncini bianchi, tiene le manine giunte all’altezza dell’ombelico. Se le stringe l’una all’altra, come per aggrapparsi a se stesso.
Sotto una fronte robusta, se ne stanno incassate due fessurine brune. Guardano in camera, ma sembrano turbate da qualche cosa che viene da dietro, da più lontano, qualcosa che questo bimbo biondo scruta con diffidenza e forse paura. L’espressione del volto tradisce limpidamente il timore dei timidi al loro ingresso nel mondo. La scuola, gli altri bambini, le maestre, il primo confronto col voto, col giudizio. Due spalline blu, con la scritta “Vale 46” gialla, lo proteggono.
Salto in avanti: è il 15 novembre 2015. Resiste un caldo sole d’autunno a ovest di Valencia quando le lancette degli orologi hanno già trottato lungo il quadrante alto di destra. La settimana prima, sotto una luce identica e allo stesso orario, era sfumato il decimo titolo di Valentino Rossi in MotoGP. Alle ore 15 del 15 novembre 2015, invece, sul circuito Ricardo Tormo un giovane pilota, 16enne da un mese, vince la prima edizione del Moto3 Junior World Championship. Nessun italiano aveva mai conquistato la vittoria di Campionato in una classe del CEV. Il ragazzo è schierato dallo Junior Team VR46 Riders Academy in sella ad una KTM RC 250 GP e corre con il numero 46, nero.
Una volta tagliato il traguardo in terza posizione, l’idea che il suo titolo possa pur in minima parte “vendicare” l’altro 46, quello giallo e popolare come la Nutella, forse gli accarezza la mente. Magari sarà anche per questo che intervistato al parco chiuso coi capelli lisci, lunghi e biondi che gli colano fuori dal cappellino giallo della Dunlop con la scritta “World Champion”, quel giovane pilota dedicherà in primis il suo successoa Vale.
Perché oltre a indossare i colori del team VR46, con cui per il 2016 ha già in contratto il debutto nel Mondiale Moto3, e a far parte della VR46 Rider Academy, Nicolò Bulega di Valentino Rossi è anche tifoso vero. E ora, nel 2015, la sua prima affermazione di rilievo nelle competizioni motociclistiche è praticamente contemporanea alla più sofferta delusione del suo idolo. Chissà se Nicolò c’ha mai pensato.
La Moto3: il peso delle aspettative
Nel 2016, dunque, il ragazzo cresciuto a Teneto di Galattico, provincia di Reggio Emilia, sbarca nel Motomondiale. Al suo fianco nel box VR46 altri due italiani: Andrea Migno e Romani Fenati, che a stagione in corso si separerà dalla squadra. Sarà per il carattere un pelo spaccone, sarà che ha corso col 46, sarà per il fisico alto e asciutto che ricorda il Dottore, saranno le traiettorie a volte stravaganti o il capello biondo lungo in stile Rossifumi anni ’90, insomma, alla sua stagione d’esordio in Moto3 è Bulega a ricevere l’investitura della stampa e della scena motociclistica italiana: abbiamo l’erede di Valentino Rossi!
L’inizio è all’altezza della missione. Prima gara in Qatar, scaramucce in pista con Fenati e nelle dichiarazioni post-gara la citazione è un cult valentiniano: “Non so perché Romano si sia arrabbiato. Forse gli tira il culo che prende la paga”. Bonjour!
Poco dopo arriva la prima pole position e il primo podio col secondo posto di Jerez, alla quarta gara dell’anno. Gara che in MotoGP vinse proprio Rossi. Da lì in poi sempre top10 (esclusi i ritiri di Germania, Aragon, Phillip Island, Malesia e la 17a piazza di Valencia) e il secondo podio colto a Motegi. Alla fine dell’anno Bulega non avrà esattamente “rotto la Moto3” – il rookie of the year sarà infatti Joan Mir – ma il 7° posto finale alla stagione di debutto nel Mondiale lo lancia tra i pretendenti al titolo per il 2017. O meglio: questo è ció che gli si chiede di fare.
E proprio qui la parabola cambia rotta. Il 7° posto al termine della stagione 2016 sarà il miglior risultato ottenuto da Bulega durante la sua militanza nel Motomondiale. Quello che doveva essere l’anno dell’iride mondiale, diventa l’anno d’inizio del proprio calvario. Il secondo anno in Moto3 è un passo del gambero: 12° in classifica generale e nessun podio all’attivo. Gira ancora peggio il 2018: 26° posto a fine Campionato, con le ultime 4 gare saltate per un infortunio rimediato nella trasferta giapponese.Forse questo giovane talento emergente era più fumo che arrosto? Le grandi aspettative l’hanno già bruciato? La Moto3 è troppo piccola per la sua stazza?
Il salto in Moto2 e la rottura con la VR
Nel 2019 si passa in Moto2, sempre col team VR46, ma il salto di categoria non cura un bel niente. I risultati non arrivano. Bulega è 17° a fine anno, con un 7° posto come miglior piazzamento ma troppe volte fuori dalla top10. Nicolò decide allora che è tempo di cambiare aria e a luglio annuncia che nel 2019 le sue strade e quelle della VR46 Riders Academy si divideranno. La “scuola” del suo idolo Valentino lo ha aiutato all’inizio, ma adesso non è più l’ambiente adatto. Per rilanciarsi “Bubi” ha bisogno di un progetto individuale, di concentrarsi su di sé. E così, in solitaria, riparte dal team Gresini. Peggio che andar di notte: 20° nel 2020, 26° nel 2021, con tre sole apparizioni in zona punti. Il problema non era la Moto3, non era l’Academy e non era il team. Bulega si è perso e nel 2022 non ha una sella per correre. Mentre suoi coetanei e connazionali salgono in MotoGP, lui è fuori dal Motomondiale.
Si possono avere 22 anni ed essere già alla fine. Nicolò Bulega, l’astro nascente del motociclismo italiano, si è spento come un cerino caduto in una pozzanghera. La precocità, l’aura della giovane promessa pronta a ricalcare le orme di Rossi, giustificata dall’evidente dono nella guida, si è trasformata nel giro di 6 stagioni in un macigno troppo pesante e lui non era forte abbastanza per reggerla. La narrazione, tossica dall’inizio alla fine, è dunque compiuta: from enfant prodige to bollito. A poco più di vent’anni.
Nel 2022 il caso Bulega era l’esempio paradigmatico di un sistema guasto: pompare a bomba ragazzi giovanissimi, strozzarli coi cappi delle aspettative, consumarli e infine perderli per strada.
Il manuale della perfetta inefficienza con cui in più o meno tutti gli sporti giovani talenti anziché essere trattati secondo modi e ritmi attenti alla crescita umana oltreché sportiva, appaiono come macchine fabbrica-successo da portare il prima possibile al massimo rendimento. Ma quando i tempi dell’uomo e quelli dello sportivo-macchina sono disallineati, com’è anche giusto che capiti in adolescenza, che si fa?
Perché un pilota può essere pronto sul piano tecnico, ed avere il sacrosanto diritto di essere ancora acerbo nel mondo della vita. È qui che un sistema andrebbe giudicato secondo la virtù, o meno, di sapere cosa fare per costruire attorno alle proprie risorse un ambiente capace di attenderle, accompagnarle alla maturità ed esaltarle solo nel momento propizio. Ci chiediamo mai con sufficiente serietà, quanti atleti e potenziali campioni vengano ogni anno soffocati, o si eclissano, all’interno di un sistema che pretende di accelerare il talento molto prima di imparare a rispettare i tempi dell’uomo? Certo, non è tutto contesto, esistono gli individui e i loro “vizi”, e sull’autocritica alla “prima versione” di sé Bulega non si è mai risparmiato. Ma certi quisiti forse servirebbe mantenerli aperti.
L’arrivo nel paddock delle derivate e il titolo Supersport
Qualcuno lo fa. E quel qualcuno nella storia di Nicolò Bulega ha il nome di Serafino Foti, team manager Aruba convintissimo di poter estrarre da Bulega il meglio che non s’era visto, e Stefano Cecconi, CEO Aruba nonché proprietario dell’omonimo team in Superbike e Supersport. E proprio nella Supersport su una Ducati Panigale V2 del team Aruba che il talento sgualcito di Bulega trova una seconda opportunità. Sotto la visione di Cecconi, il Campione CEV 2015 rimette insieme i pezzi presentandosi in quella che il papà Davide Bulega – ex pilota con un passato nella 250cc – assicura essere l’immagine autentica di Nicolò: un ragazzo introverso, timido, riservato, a cui non piace stare sotto i riflettori.
Difficile dire se questa specie di chiusura di cui ci parla Bulega Senior sia la vera natura caratteriale del figlio o la cicatrice sullo spirito lasciata da anni infelici. Quel che è certo è che effettivamente nel paddock delle derivate di serie arriva un ragazzo serioso, diffidente, che fatica ad aprirsi. Ad ogni modo, Bulega nel 2022 trova assieme alla famiglia Aruba il principio attivo per scrostare le sue abilità dalle macchie di sporco e incertezze accumulate e chiude 4° il Campionato conquistando 9 podi.
Nel 2023 il tessuto torna lucido, manca giusto stirare le ultime pieghe, liberarsi dei dubbi più profondi. Il tocco decisivo arriva sull’Oceano. È la gara di inaugurazione della stagione. Dopo un anno di apprendistato nella categoria, Nicolò torna alla vittoria: vince Gara1 e Gara2 a Phillip Island, per poi vincerne altre 14 e laurearsi Campione del Mondo della classe Supersport. Pian piano, a distendersi torna anche il sorriso sul suo volto. Sono passate 2 stagioni da quando aveva toccato il fondo, 2 anni da quando nel grigiore aveva dovuto salutare il paddock del Motomondiale, ma ora il lascito di quella caduta si misura uno straordinario rimbalzo di forma. Nicolò si è rialzato, è tornato a divertirsi, a riscoprire il piacere della guida, a sentirsi felice in moto. Ha viaggiato nelle terre dolorose della sconfitta, ma neè tornato maturo abbastanza per iniziare a vincere.
La consacrazione in SBK
Nel 2024 si merita la promozione tra i grandi e così sale in SBK, sempre sulla Ducati Panigale del team Aruba, ma stavolta con 2 cilindri in più e col 3 volte Campione del mondo Alvaro Bautista come compagno di squadra. Lo batte subito, vincendo all’esordio la prima gara in calendario. Sempre sull’Oceano, sempre a Phillip Island. A fine anno sarà Vicecampione. Stesso risultato nel 2025, stavolta dopo essersi giocato il mondiale fino all’ultima gara in un testa a testa con Toprak Razgatlioglu e la sua BMW M1000RR.
Passato in MotoGP il turco, non ce n’è per nessuno. Bulega diventa un tiranno, è sicuro di sé come non mai, crede nei propri mezzi con la consapevolezza che nel Motomondiale non ha avuto modo di costruire. Lo si vede anche da fuori, è padrone della situazione sia in pista che davanti a microfoni e telecamere. Mai fuori posto, eppure vivace, libero, in un ambiente che probabilmente gli ha dato modo di farsi conoscere con i propri tempi, prendendo le misure di cui aveva bisogno per tornare ad aprirsi.
Un paddock che, dirà a Cremona, “mi ha restituito il sorriso, mi ha dato tutto“.
Sul piano sportivo la sua superiorità uccide il Campionato. La nuova Panigale è la miglior moto della griglia, certo, ma ce ne sono altre 5. Quella che riscrive tutti i record delle derivate di serie però è solo una e porta il numero 11. Nicolò mette in piedi un monumento di 26 vittorie stagionali, 21 delle quali consecutive. In totale nella classe sono 46, mai nessun italiano come lui.
E domenica, a Cremona, cedendo stavolta il passo a un dominante Iker Lecuona (compagno di squadra nel team Aruba) Nicolò Bulega ha vinto il Campionato del Mondo SBK. Come Max Biaggi 14 anni fa in sella alla veneta Aprilia RSV4 – progettata dall’ingegner Gigi Dall’Igna, oggi leader maximo di Ducati – Bulega riporta dunque l’oro delle derivate nel Bel Paese come ultima fatica, finora, di una carriera dalla traiettoria irregolare, che sotto il segno di cadute e rinascite, porta dentro sé le vertigini e gli abissi dell’esistenza. “La retta è per chi ha fretta / Non conosce pendenze, smottamenti, rimonte”, scriveva Lindo Ferretti nel 1997.
E proprio nel momento più alto, arriva la chiusura del cerchio. Nel 2027 Bulega correrà in MotoGP con il team VR46. La stessa squadra che lasciò da ragazzo, oggi lo richiama da Campione del Mondo, con tutto il supporto di Gigi Dall’Igna, che in Bulega ha anche visto l’uomo giusto a cui affidare lo sviluppo dei prototipi 850 che debutteranno il prossimo anno in classe regina. Se n’era andato per dimostrare qualcosa, era uscito malconcio dalla porta del retro per trovare da solo la sua strada. Ci ha messo 7 anni, ma oggi lo zaino del Dottore sulle spalle di quel bambino intimorito al primo giorno di scuola, è molto più leggero. Dentro non ci sono più pressioni, tensioni, aspettative… solo la pace di essere tornato da numero 1.