Non è possibile parlare di Andre Agassi senza parlare anche della sua ombra: il padre. Come ci dice Open, l’iraniano Emanoul Aghasi ha obbligato il figlio a giocare a tennis.

 

 

Emanoul è un ex pugile olimpionico. È un uomo forte, d’altri tempi. Sembra appartenere alla letteratura modernista di primo Novecento. Così come i padri dei romanzi di Svevo, Tozzi o Kafka, è assolutamente dominante. È certo e consapevole del suo mondo di valori, che infatti non mette mai in discussione. Con lui è impossibile impostare un dialogo: a regnare è sempre l’incomunicabilità. È un uomo rozzo, il cui passato da pugile non fa altro che esacerbare la sua idea di vita come lotta. Non crede nei compromessi: o si vince o si perde. O si vive o si muore. È inoltre incapace di mostrare amore o comprendere le esigenze affettive dei figli: i momenti di tenerezza in famiglia sono pressoché assenti.

 

“Papà ci è venuto a prendere e mentre attraversiamo il McCarran Airport dico a Philly che ho preso una grave decisione. Abbraccerò pa’. […] Gli corro incontro, gli butto le braccia al collo e stringo. Lui non si muove. S’irrigidisce. È come abbracciare il pilota. Lo lascio andare e mi dico che non ci proverò mai più”.

 

Il padre è a tal punto convinto della scelta per il figlio da arrivare a costruire manualmente una macchina da allenamento – il drago – che garantisca più forza e imprevedibilità alle palline. E in questo modo contribuisce a formare uno dei più spettacolari atleti di sempre. Come dice lo stesso Agassi, il padre lo rende infatti “un pugile con una racchetta da tennis”. Unico nel suo genere, Andre diventa un esperto nel contrattacco e nel gioco da fondo campo.

 

Andre Agassi a sei anni stretto dal padre, rigorosamente con la racchetta e in abiti tennistici; al centro la sorella Rita e poi il fratello Phil. (June 15, 1976, USA/ Photo By John Russell/Getty Images)

 

 


L’odio del padre, l’odio del tennis


 

La scelta ha però anche delle laceranti conseguenze sulla psicologia del figlio. Andre risulta freudianamente bloccato nel suo processo di formazione, dal momento che l’unica via per raggiungere una forma di identità è rappresentata da qualcosa che lui non ha scelto: il tennis. L’odio per questo sport – autentico fil rouge del libro – è l’odio che nutre nei confronti di suo padre. È però anche l’odio verso sé stesso, incapace di urlare al genitore ciò che realmente lo affligge. Il suo successo è legato a qualcosa che detesta e il suo talento è percepito come un peso.

 

 

È così costretto a vivere un dilemma paradossale: Andre Agassi non vuol essere Andre Agassi. È un uomo giunto a varcare la soglia dell’Olimpo, ma che in realtà brama solamente un destino più terreno. È un eroe incerto, costantemente diviso tra la dimensione ideale e quella reale e, per questo, straordinariamente umano. Questo dramma esistenziale lo rende infatti un unicum, un campione nel quale la gente può identificarsi e verso il quale proiettare le proprie speranze.

 

 

A pochi giorni dal suo primo Roland Garros, Agassi è al Louvre e il suo sguardo si ferma su Une Scène de Déluge di Anne-Louis Girodet-Trioson. Al centro vi è un uomo sull’orlo di un dirupo, che con una mano si aggrappa al ramo di un albero e con l’altra regge una donna. Avvinghiato al suo collo c’è un signore anziano che stringe una sacca di monete. Ecco dunque come si sente Andre. È un uomo solo e sofferente, il cui peso esercitato dalla figura paterna rappresenta un macigno da portare con fatica e un pericolo per coloro che gli stanno attorno.

 

Non a caso, poi, il vecchio afferra una sacca di monete. Agassi percepisce di essere un mezzo per arricchire suo padre, interessato più al vil guadagno che ai sentimenti del figlio. E infine c’è il ramo in procinto di spezzarsi, chiara metafora del senso perpetuo di fragilità del tennista. E l’espressione di sofferenza sul volto dell’uomo dissipa davvero qualunque dubbio: il tennis, per Andre Agassi, è una prigione.

 

I dissidi interiori si riflettono anche nel suo look. Il taglio da moicano e i pantaloncini jeans sono il suo biglietto da visita. Agassi si crea così l’etichetta del ribelle, del diverso. Ma, come ci dice lui stesso, la realtà è più complessa: «Sto cercando di nascondermi. Dicono che cerco di cambiare il tennis. In realtà sto tentando di evitare che il tennis cambi me […] In sostanza, non faccio altro che essere me stesso e poiché non so chi sono, i miei tentativi di scoprirlo sono maldestri e fatti a casaccio».

 

Scène de déluge, quadro di Anne-Louis Girodet

 

 


Agassi e la ricerca dell’autonomia


 

La verità è che il tennis lo definisce agli occhi del mondo, ma Andre non sa chi sia. Dietro alla cresta e ai jeans vi è la volontà di conquistare una forma di autonomia. È come se volesse giungere in modo ingenuo a una forma alternativa di identità e non cedere totalmente alla forza implacabile della figura paterna. Andre non è Balotelli e non vuole essere un’icona di moda. I suoi maldestri tentativi nascono per preservare, consciamente o inconsciamente, il proprio Io e far sì che possa emergere nonostante tutte le imposizioni esterne. Sono dunque uno straordinario grido di libertà da indirizzare innanzitutto al padre, responsabile forse principale del suo malessere esistenziale. Sono ciò che resta del suo bisogno di indipendenza.

 

 

A dare una svolta alla carriera di Agassi sono alcuni incontri personali. Innanzitutto Brad Gilbert, definito da Andre il migliore allenatore di tutti i tempi. E poi Stefanie Graff, seconda moglie e straordinaria compagna di vita. Ma è soprattutto il preparatore atletico Gil Reyes a giocare un ruolo fondamentale. Gil è un uomo forte e imponente e per questo accomunabile alla figura del padre. A differenza dell’ex pugile, però, è dotato di un’innata sensibilità e propensione a proteggere Andre dal mondo esterno. Sono proprio queste qualità a renderlo una perfetta figura paterna sostitutiva. Grazie a lui Agassi riesce finalmente a trovare un’insperata serenità, che condiziona positivamente la sua storia nel mondo del tennis.

 

“I risultati sono notevoli e il nostro legame è forte. Di diciott’anni maggiore di me, si può dire che Gil sia una figura paterna. E in una certa misura io sono il figlio maschio che non ha mai avuto. […] Perfino il mio corpo non era mio prima che incontrassi Gil, che sta facendo quello che dovrebbe essere il compito di un padre. Rendermi più forte”.

 

Alla fine Open ci consegna un Agassi complesso: un tennista unico, ma anche un uomo fragile e ricco di contraddizioni. Il padre gli ha fatto odiare il tennis, ma gli ha anche permesso di diventare un campione popolare. Insomma, Agassi appare una sorta di eroe moderno, un po’ vittima e un po’ complice del proprio destino. Un Enea contemporaneo, costretto a vivere una vita non scelta e con la costante sensazione del peso della figura paterna su di sé. Un ribelle che avrebbe voluto soltanto salire sulle spalle del padre e allungare la mano.