“Belfast è una città a cui è stato strappato il cuore. Una città di cantieri navali, fabbriche del lino e corderie in cui oggi non costruiscono più navi, non si produce più sartiame e non si lavora più il lino. Una città non può sopravvivere se non sa dove sbattere la testa”. È questo un estratto del fortunato romanzo Eureka Street, in cui Robert Mcliam Wilson racconta le atrocità di una Belfast lacerata e progressivamente svuotata dagli attentati che si spartivano cattolici e protestanti: decenni devastanti che hanno portato la città a smarrire la propria identità, divenendo, in questo caso, un triste e desolato teatro di guerra.

 

 

Un concetto che può essere trasposto nel cuore pulsante dell’Inghilterra, nel suo nucleo più profondo, laddove brucia il magma della “britishness” (l’identità britannica) e la globalizzazione ha lasciato le sue scorie più tossiche. Anche alla cittadina di Burnley, infatti, è stato strappato il cuore: per accorgersene è sufficiente percorrere le vie del centro, in quello che un tempo rappresentava uno dei più rilevanti poli industriali nazionali.

 

 

Uno scenario spettrale che vede un nugolo di attività commerciali con le saracinesche abbassate, tappezzate da insegne con su scritto “vendesi”. Divenuta ormai una città dormitorio dove le case costano meno che in tutto il resto del Paese, proprio come nella Belfast di Mcliam Wilson, Burnley mostra il lato oscuro del progresso, e ai suoi cittadini non resta che rifugiarsi (almeno idealmente) nel passato. Qui l’identità britannica, forgiata nel duro lavoro e in uno stile di vita ancora antico e pesante, si è radicalizzata negli ultimi anni, anche sugli spalti della squadra locale.

 

I tifosi del Burnley per una trasferta di Europa League nel 2018: «abbiamo votato per uscire dall’Europa, ora ci siamo dentro»

 

 


Capitale del tessile


 

Ci troviamo nel Lancashire, più precisamente a nord ovest dell’Inghilterra (40 km a nord di Manchester), in uno dei distretti più efficienti del Paese. Il nome si deve all’incontro tra il fiume Brun e la parola “lea”, letteralmente prato, che hanno dato poi vita alla dizione odierna di Burnley. La città è invece uno degli esempi più fulgidi della rivoluzione industriale di metà ottocento, un piccolo centro appoggiato ad un fiume che diventa fonte primaria per il neonato ciclo produttivo. Da queste parti ci si è concentrati sulla lavorazione del tessile, fino ad ottenere un discreto spazio nell’ambito della produzione inglese: gran parte del merito è da attribuire alla manodopera giunta dall’Irlanda e, che, falcidiata dalla pesantissima carestia delle patate, si disperse fra Europa e Stati Uniti.

 

 

A cavallo tra il XIX ed il XX secolo, poi, la cittadina raggiunse l’apice sia dal punto di vista demografico, toccando quota 100mila abitanti, sia da quello economico, potendo contare su importanti miniere e fonderie: è proprio a piccoli centri così laboriosi che, fra ‘800 e ‘900, la Gran Bretagna dovette la propria affermazione come una delle principali potenze mondiali (il nord del paese in particolare, anche grazie alle numerose colonie, fu zona propulsiva della potenza di Sua Maestà). Con lo scoppio della Grande Guerra, tuttavia, Burnley venne privata di 4000 uomini, circa il 15 per cento della manodopera maschile a disposizione, rendendola così assai vulnerabile alla tremenda crisi del settore tessile che investì l’Europa intorno ai primi del ‘900.

Per un’economia basata essenzialmente su quel comparto, ed isolata dalle altre efficienti località del nord, fu un colpo ben assestato sul volto, il gancio prima del definitivo K.O.

A completare l’opera ci pensò prima il degrado urbanistico, che portò alla demolizione di numerosi edifici ritenuti inagibili, poi i problemi del settore minerario che, a livello nazionale, rischiarono di mettere in ginocchio un intero sistema economico. Fra uno sciopero e l’altro, la spaccatura fra Londra e il nord del Paese si fece sempre più profonda: la capitale virò con forza su altri settori, divenendo la stella polare a livello economico e culturale del vecchio continente, mentre la “periferia” non riuscì a tenere il passo e fu abbandonata al proprio destino. Una bomba ad orologeria che, tra i primi anni ‘90 e l’inizio del ‘00, deflagrò clamorosamente sotto forma di rivolte razziste.

 

 

Con un tasso di disoccupazione monstre, che a Burnley segnava il 67%, trovarono terreno fertile atti di violenza verso la comunità asiatica proveniente in larga misura da Pakistan e Bangladesh: una fetta di popolazione che ricopriva il 7% del totale, e che venne presa di mira da bande di autoctoni. Con queste premesse, il referendum di quattro anni fa sulla Brexit assurse al ruolo di megafono della lontananza che al nord si provava nei confronti delle dinamiche della capitale. Come ha descritto ottimamente un pezzo dell’Independent, la comunità impugnò questo dentro o fuori con un obiettivo e un linguaggio ben precisi:

“the local against the global, the common against the elite….., leave against remain”.

 

Due cittadini su tre a Burnley hanno votato per lasciare l’Unione Europea: uno schiaffo alla globalizzazone e un dato emblematico (nella vicina Manchester il “leave” non è arrivato nemmeno al 40%).

 

 


Il miracolo di “Ginger” Sean Dyche 


 

Quando si ha a che fare con storie e personaggi di questa parte dell’Inghilterra, però, è meglio considerare il fattore dell’imponderabile: ed ecco infatti che nel 2018 Burnley in Europa ci si presenta con la propria squadra di calcio, qualificandosi sorprendentemente ai preliminari di Europa League e pronto a dare vita ad un affascinante derby dalle tinte british con l’Aberdeen. Il calcio, come spesso capita, si carica allora di significati ulteriori: per il club si aprono le porte del Vecchio Continente, e i tifosi affrontano le trasferte europee sentendosi custodi di valori ormai scomparsi e traditi.

 

 

In effetti procedendo a un rapido controllo dell’attuale rosa, tolti il ceco Vydra e l’islandese Gudmunsson, i restanti giocatori appartengono in blocco al Commonwealth di sua maestà Elisabetta. Tutto a Burnley ha un retrogusto ed un retaggio casalingo, a partire dal proprietario Mike Garlick, nato e cresciuto a poche miglia dallo stadio di casa e autodefinitosi “il presidente più povero della Premier League”: CEO e socio della Micheal Bailey Associates, Garlick “sfigura” clamorosamente tra i super-presidenti della globalizzata Premier League. Per lui, in realtà, dobbiamo ricorrere a un diverso metro di valutazione.

 

 

Ricoprire quel ruolo significa per il presidente del Burnley esaudire l’ambizione di una vita, maturata come se non bastasse da una promessa fatta al padre durante l’infanzia: lui ed i suoi collaboratori, tutti senza retribuzione, sono mossi forse dall’unico fattore di cui sceicchi e fondi d’investimento sono sprovvisti, ovvero la passione. Con anche una competenza finanziaria di ottimo livello, hanno fatto sì che il club venisse costruito in maniera sana e solida attraverso operazioni intelligenti: su tutte l’investimento dell’intero bottino della promozione in Premier (di sei anni fa) per l’ampliamento del centro sportivo che adesso conta nove campi, spogliatoi confortevoli e strutture mediche innovative.

 

Il Turf Moor, casa del Burnley: uno stadio piccolo e raccolto, ma con quasi 150 anni di storia sulle spalle (Photo by Tony Marshall/Getty Images)

 

 

Si tratta pur sempre di un club che figura tra i fondatori della massima divisione inglese nel 1888 (e che allora si chiamava Burnley Rovers): il palmarès può vantare lo scudetto del 1921 e soprattutto quello del 1960, in cui i claret and blue superarono il favorito Wolverhampton. Il Turf Moor poi, lo stadio di casa, resiste ostinato ed è l’ultimo testimone dell’enorme mole di storia calcistica che qui si è consumata: un catino dalla capienza di 22.702 persone, il più piccolo impianto del campionato ma con un’età anagrafica assai avanzata, essendo stato inaugurato nel lontano 1883.

 

 

Una volta poste le basi a livello societario, quindi, urgeva la necessità di scegliere un manager che sì avesse tutte le necessarie competenze, ma che più di tutto incarnasse un insieme di valori ben preciso: all’epoca a dire il vero il nome di Sean Dyche non è che riscuotesse tutto questo successo, ma sul curriculum c’era pur sempre l’esperienza come collaboratore di Brian Clough, l’allenatore inglese per eccellenza. Dopo essere stato licenziato dal Watford, nel lontano 2012, Dyche prese quindi il posto di Eddie Howe inaugurando un governo all’insegna di un 4-4-2 piuttosto abbottonato; se poi ci aggiungiamo l’imposizione di un codice di regole ferree, ecco spiegato l’inizio del “mito” di ultima squadra prettamente inglese nell’arciglobalizzata Premier League.

 

 

Non a caso Dyche, con quella sua voce cavernosa e i radi capelli rossi (da qui il soprannome ginger), e soprattutto laureato all’università di Clough, non ci pensò proprio ad abiurare il più classico dei moduli per un più fresco 4-3-3 o 4-2-3-1, riuscendo, in poche stagioni, a portare il Burnley dalla Championship ai preliminari di Europa League. Ma al di là dei risultati, l’allenatore ha messo su negli anni un gruppo che – oltre a saper stare bene in campo, grazie soprattutto a un’ottima solidità difensiva – si è sovrapposto perfettamente al mood della zona, generando un enorme senso di attaccamento per la maglia.

 

Burnley pub Royal Dyche Getty

Nel centro città è stato intitolato un pub a Sean Dyche: un segno della simbiosi con la città, e un onore che in terra britannica pesa come un macigno!

 

 

E quindi vietati i cappelli, i guanti, le cuffie durante le trasferte e soprattutto via libera ad una ruota delle penitenze con cui i giocatori potessero pagare per le proprie infrazioni: se sbadatamente venivano indossati i calzini sbagliati, o se una felpa veniva abbandonata sul pavimento, il marchingegno offriva tra gli altri l’obbligo di vestirsi da Elvis e mettere su un concerto di fronte ai compagni, o quello di assaggiare le gelide acque del fiume Calder.

 

 

La simbiosi che lega Burnley alla squadra, insomma, è molto più profonda di quanto accade per un normale club di Premier: per tutte le ragioni di cui sopra, si è venuta a creare un’affezione fortissima per questi colori. Poi la realtà è variegata, e al suo interno è possibile trovare varie sfumature: da un lato lo spassionato calore dei supporters che hanno deciso di intitolare il The Royal Dyche, uno dei pub del centro città, al proprio manager (che ovviamente è libero di berci gratis); dall’altro, la frangia più estremista denominata “Suicide Squad”.

 

 

Si tratta di una delle tifoserie più violente ed efferate dei primi anni duemila. Il suo leader Andrew Porter, nazionalsocialista, mise su un’apologia del Terzo Reich in salsa british, e proprio come Hitler scrisse dal carcere: il suo Mein Kampf si intitolò Suicide Squad: the Inside Story of a Football Firm, e divenne un testo di riferimento per comprendere le dinamiche (e la violenza) degli hooligans. Ufficialmente ad oggi la Suicide Squad si è sciolta ma il pericolo che si ripresentasse nel 2014, al ritorno in Premier, era assai alto.

 

Burnley Getty striscione white lives matter

La teatrale provocazione di alcuni tifosi, rappresentanti più puri della “britishness” (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

 

 

Se però i tifosi più scalmanati del Burnley, con i nazisti del nuovo millennio, non sono riusciti a guadagnare le prime pagine dei giornali, poche settimane fa hanno rimediato in grande stile: nel bel mezzo del dibattito seguito all’omicidio di George Floyd, alcuni di loro hanno noleggiato un aereo privato per sorvolare l’Etihad Stadium mentre si stava giocando il match con il City. Attaccato all’aeroplano era stato apposto uno striscione con quattro (provocatorie) parole: “WHITE LIVES MATTER BURNLEY”. Neanche all lives matter, bensì white lives.

 

 

Quasi a segnare un distacco con il progressismo, con le battaglie civili, con Londra, i media e il loro linguaggio. Tradita dalla globalizzazione e dalla narrazione mainstream – troppo impegnata in altro per raccontare la desertificazione della città – Burnley si è rinsaldata in un rabbioso ritorno alle origini. Ecco cosa c’è dietro a un 67% pro-brexit, o anche sotto a uno striscione in realtà infantile: promesse mancate, posti di lavoro persi, frustrazione crescente. Anche questa, per chi non si ferma agli slogan, è una storia che merita di essere raccontata.