Asmara, marzo 2019, ore 6.45 del mattino, Bar Vittoria. “Serrande abbassate”, direbbe Paolo Conte. Serrande di quelle vere, in ferro battuto, il cui scorrere gracidante sulle rotaie degli infissi faceva da sveglia nelle dormienti e stanche città italiane anni ’50. Tutto ad Asmara ricorda l’Italia. L’Italia forse più bella, e allo stesso tempo più discutibile. Di certo la più attiva, geniale e riconoscibile.

 

Le serrande vengono sollevate con forza ercolina dall’arzilla proprietaria, cui l’appellativo “bella abissina” calza a pennello. Ci saluta con un perfetto italiano nel quale si coglie una lieve nota di accento astigiano. Entrando al Bar Vittoria sembra di entrare in un caffè anni ’50 o ’60 di una qualunque città italiana: sedie in alluminio, tavoli uguali, alle pareti pubblicità di Cinzano, Campari e dell’immancabile birra Asmara (merita una storia solo questa birra: l’ingegnere Melotti partì per l’allora Abissinia per costruire una diga e nel mentre fondò, quasi per divertimento, una distilleria dalla quale provennero il rinomato “Vermouth arch.ing. Melotti” e la birra “Asmara”, la più venduta e bevuta in Africa).

 

 

Le bottiglie di amari e distillati vari a prendere una dignitosa dose di polvere sugli scaffali, proprio come in ogni bar anni ’60 di qualunque provincia italica, da Luzzara ad Agropoli, da Tione a Pachino. Il registratore di cassa, ancora a rulli scorrenti con la leva per la somma, conta le singole lire e centesimi di lire (reperto funzionante ed in funzione dagli anni ’30, quando venne inaugurato il suddetto bar). Ci viene servito il caffè, rigorosamente espresso, rigorosamente bollente e squisito; non potrebbe essere altrimenti, la fumante bevanda sgorga da una macchina a leve anni ’50 della famosa marca Olympia. A coronare il tutto una perla assoluta di nostalgia e rammarico per quanto era facile e bello vivere 60 anni fa: la zuccheriera era un vasetto aperto in argento con un solo cucchiaino che veniva solidalmente ed amorevolmente diviso tra gli avventori del bar e, a guarnire, i famosi biscotti “ziczic”, detti anche “lingue di Menelik” (non ce ne voglia il Negus, ma all’arte culinaria non si comanda).

 

“Lei gioca a stecca?” Tra banconi dei bar e tavoli verdi, in Eritrea sembra di stare davvero in Italia

 

 

Per rendere pienamente l’idea di come può sembrare il Bar Vittoria di Asmara, che non è l’unico del suo genere in città, basti pensare alle famose foto in bianco e nero dei bar sport ai tempi di Bartali e Coppi. Quando mi sovviene questa analogia, mentre mi appoggio allo stipite della porta per ammirare lo spettacolo di una città che si sveglia e anima, quasi per magia vedo solcare l’aria da una freccia nera. Maestosa e potente come una pantera che si avventa sulla preda, una longilinea figura martella sui pedali con veemenza e ardore. La bici sembra piegarsi sotto il potere delle sue gambe. Rimango interdetto e rifletto che a forza di pensare a Coppi e Bartali, coadiuvato dalla precedente serata di bagordi al Bar Mocambo, mi sarò immaginato tutto quanto. E invece è tutto vero.

 

 

Sorpreso, mi avvio alla visita della città. Verso un meno improbabile orario mattutino, mi imbatto di nuovo nella stessa figura ancora intenta nell’ardimentoso sport del ciclismo. Questa volta lo riconosco. È Daniel Teklehaimanot, il primo ciclista africano a partecipare al Tour de France (Froome ai miei occhi è decisamente più britannico che keniota), professionista di buona fama e di qualche piazzamento degno di nota. Lo saluto insieme alla mia comitiva turistica. Tutti tendiamo la mano al suo passaggio. Lui, in piena etichetta Eritrea, si ferma e ci saluta, magari anche rinfrancato per avere un momento di pausa dal suo sfibrante allenamento. Abbiamo la possibilità di fare qualche foto e di scambiare alcune parole con lui; la conversazione in sé non è molto diversa dai convenevoli che si scambiano turisti e locali. Il ragazzone di 1.88 cm si accomiata con una frase che mi fa riflettere:

 

“Grazie per aver portato il ciclismo in Eritrea”.

 

Ebbene sì, il ciclismo in Eritrea è arrivato grazie a noi. Agli albori del ‘900, portammo strade, autostrade, ponti, ferrovie e la teleferica più lunga al mondo, costruimmo il porto di Massawa e da lì una strada che in 250 km di lunghezza ha quasi 3500 metri di dislivello; forammo le montagne per la forza cieca della locomotiva, portatrice di sviluppo e benessere. Con noi arrivarono le prime auto. L’Eritrea come prediletta tra tutte le colonie. In massa tanti italiani si trasferirono lì, replicando lo stile di vita nostrano.

 

Daniel Teklehaimanot tra la sua gente durante il Tour de France 2015 (Lionel Bonaventure/Agence France-Presse — Getty Images)

 

 

E cosa rappresenta l’Italia nel mondo in maniera pletorica? Naturalmente la bicicletta e quindi il ciclismo. Gireranno le palle ai francesi, ma sono DNA italiano. L’amore per la bicicletta fu immediato da parte degli eritrei. Si dedicarono sin dal principio con massima volontà alla pratica del nuovo sport: una passione divenuta per molti ragione di vita. Già nel 1939 un eritreo battè i rivali italiani in una gara sul suolo patrio; da lì in poi sarà solo il piccolo stato africano a sfornare talenti a livello internazionale ed olimpico. Per vicissitudini politiche e militari, l’Eritrea divenne la 13esima provincia dell’Etiopia e i ciclisti eritrei corsero alle Olimpiadi sotto la bandiera del Negus Neghesti etiope ma, a maggiore riprova del loro valore, sono gli unici africani che hanno partecipato alle Olimpiadi come ciclisti per molte edizioni.

 

 

Fisicamente portati per lo sforzo fisico ed il logoramento che dà il ciclismo, la fierezza di chi sa di discendere direttamente da Re Salomone si manifesta anche nella determinazione con cui i giovani si allenano. Durante il mio viaggio ho visto stuoli di ragazzi pedalare a ritmi forsennati, con 40 gradi e sole allo zenit, su strade asfaltate dai nostri bisnonni 90 anni fa. Questi diavoli neri irridevano, scalando tornanti con pendenze himalayane, vecchie carrette fiat che esalavano gli ultimi giri di motore. Le bestemmie dei guidatori echeggiavano quasi come incitamento per i giovani atleti.

 

Il ruggito dell’Eritrea su due ruote

 

 

Ma essere ciclisti in Eritrea non è facile. Nulla è facile in Eritrea, uno dei paesi più poveri al mondo, schiacciato e spolpato da una guerra contro il suo ingombrante vicino etiope. Non ha mai conosciuto la libertà: dal 1942 dominazione alleata, dal 1949 protettorato inglese, che si rivelò molto peggiore del tanto bistrattato impero italiano. Ad Asmara è ancora ricorrente il detto:

 

“Quando c’era buongiorno si mangiava tutto il giorno, da quando c’è thank you non si mangia più”.

 

Nel 1952 le Nazioni Unite consegnarono la ricca ex-colonia italiana all’Etiopia, ed addio sogni di libertà. Peggio va quando si insediò il reicida e deicida Menghistu: fu guerra aperta tra Etiopia e la allora 13esima colonia; dopo più di 20 anni l’Eritrea conquistò l’indipendenza, finendo quindi nelle mani del dittatore Afewerki. Ma gli abitanti, tornati eritrei, almeno sono uniti. Essere ciclisti è difficile, il paese è quasi completamente isolato, anche cambiare una ruota può essere un’impresa titanica, figurarsi ricevere un nuovo cambio oppure un nuovo componente.

 

 

Ma, si sa, gli ascari sono coriacei e temprati, da tempo fanno di queste difficoltà serbatoi per i loro sogni: riuscire ad essere professionisti nel ciclismo li porterebbe via dalla povertà, diventando eroi nazionali. Cominciano da subito fin da bambini, con bici più grandi di loro, che di certo erano appartenute ai nonni. Ma poco importa, conta solo correre e sognare. Arrampicarsi per i tornanti e le salite che vanno da Massawa ad Asmara, da Cheren ad Assab, evitando le buche più dure, direbbe qualcuno, sperando di avere un visto sportivo che li faccia gareggiare in Europa ed Asia. E magari sognando anche di sorprendere un ignaro turista appoggiato allo stipite della porta dell’eterno Bar Vittoria.

 


Foto copertina: Antonio Politano