Calcio
08 Febbraio 2023

De Zerbi sta plasmando il suo Brighton

I Seagulls stanno volando, anche grazie al loro allenatore.

È forse ancora presto per esprimere giudizi affrettati, specie in un campionato sempre ricco di colpi di scena come la Premier League; eppure, a poco più di un mese dall’inizio del nuovo anno, si può affermare che il Brighton & Hove Albion allenato da Roberto De Zerbi sia una delle migliori sorprese di questa stagione britannica. Certo la crescita del ‘piccolo’ Brighton non è un fulmine a ciel sereno – già l’anno scorso la squadra avevs concluso il campionato al nono posto in classifica, il miglior piazzamento della sua storia – né si può attribuire al solo lavoro del tecnico bresciano.

Questi ha infatti ereditato una squadra al quarto posto in classifica, nella seconda metà di settembre, in seguito all’acquisto da parte del Chelsea del tecnico Graham Potter, che proprio nell’East Sussex si era messo in luce ed affermato. Tuttavia De Zerbi è stato molto bravo a gestire una transizione non semplice, a raccogliere e valorizzare l’eredità (triennale) del suo predecessore, unendo ottimi risultati ad un gioco che in Inghilterra ha sorpreso e conquistato gran parte degli addetti ai lavori, riscoprendo la fascinazione britannica per gli allenatori italiani. Ma che club si è trovato ad allenare De Zerbi, e perché il Brighton ha deciso di puntare proprio sul suo profilo?

Cominciamo con il dire che i Seagulls non hanno una gran tradizione calcistica alle spalle, e la stagione corrente è soltanto la decima partecipazione (la sesta consecutiva) nel massimo campionato inglese.

L’attuale presidenza del Brighton è guidata da Tony Bloom, ex giocatore di poker che ha accumulato le proprie fortune sulle scommesse sportive e, appunto, sui guadagni ricavati dalle partire di poker. Il modello su cui si fonda la gestione sportiva/finanziaria del Brighton è comune a quello di tante altre piccole realtà del calcio globale, ovvero la ricerca e la valorizzazione di giovani calciatori promettenti tramite un’ottima rete di scouting, “pescando” il talento soprattutto da campionati esteri (a volte di secondo piano), cercando di farli “esplodere” sul campo per poi rivenderli a peso d’oro al grande club di turno – nell’ultima finestra di mercato ha incassato oltre 150 milioni di euro dalle cessioni, di cui un centinaio solo da Cucurella (65,3 mln) e Bissouma (29,4 mln).



In questo contesto l’arrivo del tecnico italiano è stato accolto dai media sportivi britannici con un misto di ottimismo e scetticismo: c’era chi, come Arnold Lewis, lo riteneva un profilo perfetto per il club poiché «giovane, ambizioso, tatticamente flessibile e calcisticamente moderno, in linea con il suo predecessore Potter», ma anche chi, come l’ex-calciatore e ora opinionista per Sky Sport Graeme Souness, mostrava perplessità per la scelta di un allenatore che «ha cambiato sette squadre in nove anni, e di solito se sei un bravo allenatore ti tengono…», rimarcando il rischio di scegliere un allenatore che

«non conosce il calcio inglese e la Premier League, e non conosce i suoi calciatori. Avrà bisogno di persone capaci che lo sappiano aiutare».

C’è un fondo di verità in entrambi i giudizi: nel corso della sua carriera Roberto De Zerbi ha sicuramente dimostrato di essere un tecnico “moderno”, votato ad un calcio propositivo, in cui il possesso palla e la vocazione ad offendere sono la chiave per avere sempre in mano il pallino del gioco, e nel quale ogni movimento in campo è studiato con cura maniacale e ossessiva del dettaglio. Il bresciano è uno di quegli allenatori di campo, più ideologi che gestori, un tecnico che sviluppa nelle sue squadre un’identità di gioco profonda e ben definita (nel bene e nel male), e che più che adattarsi ai giocatori fa sì che questi assorbano le sue idee.

Un’impostzione che può rappresentare anche un limite e che a tratti, malgrado i suoi stessi proclami per cui «gli allenatori sono importanti ma a fare la differenza sono sempre i giocatori», ha sacrificato l’estro e la creatività dei singoli sull’altare della grandiosa concettualità di gioco. È così che a volte la ricerca ossessiva dell’ingranaggio perfetto ha dato l’impressione di trascurare un po’ il lato caratteriale e psicologico delle squadre: come ai tempi del Sassuolo in cui, se la partiva restava nei binari preferiti e prestabiliti, i neroverdi riuscivano a fare risultato (quasi) contro chiunque, ma nel momento in cui le cose si complicavano sembrava che la squadra fosse spaesata e priva del cosiddetto ‘Piano B’.



Al Brighton De Zerbi è rimasto se stesso, in tutti i sensi, ma ha trovato la sua dimensione ideale. Dopo un inizio difficile (due punti in cinque gare, ma anche con avversari del calibro di Liverpool, City e Tottenham), il suo Brighton ha umiliato il Chelsea e l’ex-Potter nonché eliminato l’Arsenal (capolista in Premier) in Coppa di Lega (3-1). Poco importa per la sconfitta ottenuta contro l’Aston Villa prima della sosta mondiale: l’allenatore italiano, in quel momento, aveva già iniziato a far ricredere molti che dubitavano di lui.

Alla ripresa, il Brighton è uscito dalla Coppa di Lega sconfitto dal Charlton (militante in League One, la nostra Serie C), ma in campionato ha ottenuto due ottime vittorie contro Everton (4-1) e Liverpool (3-0). Da dopo quest’ultima vittoria si è iniziato a parlare anche in Inghilterra del “De Zerbi Ball”, sulla scia dell’entusiasmo per i risultati e soprattutto del gioco spumeggiante espresso dalla squadra – e per molti piacevolmente sorpredente, tant’è che il Guardian ne ha parlato come di «un allenatore molto coraggioso» e di «una risorsa per l’evoluzione della Premier League». Il primo tra gli addetti ai lavori a farne menzione è stato Jürgen Klopp, che dopo la fine della partita persa dai suoi si è complimentato con l’allenatore italiano:

«Prima c’era il Potter-ball, adesso c’è il De Zerbi-ball. E abbiamo già visto ad Anfield cosa è in grado di fare. È stato molto intelligente il Brighton ad ingaggiarlo dopo la partenza di Potter. Lo stile di gioco basato sul possesso palla è simile, e la fiducia poi cambia tutto nel calcio, e loro sono in grande fiducia».

Per la cronaca, i Seagulls si scontreranno nuovamente con gli uomini di Klopp (la terza volta in pochi mesi), ma stavolta in FA Cup, e il copione ma soprattutto il risultato sarà simile: Liverpool sconfitto, stavolta per 2 a 1.

de zerbi brighton
Lo sguardo di Roberto De Zerbi (foto Twitter)

In precedenza anche Pep Guardiola, pur non utilizzando gli stessi termini, si era comunque espresso in termini più che lusinghieri nei confronti dell’“allievo” (anche se Pep, lo sappiamo, elogia sempre e da sempre chiunque, figuriamoci chi dichiara di ispirarsi a lui), sottolineando in particolare

il suo modo non italiano di interpretare il calcio”, e aggiungendo come per vedere all’opera le sue idee occorresse “avere pazienza”.

Cosa vorrebbe dire “non italiano” in termini calcistici? Semplice, uno stile di gioco non speculativo ma anzi propositivo e offensivo: che ragioni su se stesso prima che sull’avversario, e che punti ad avere sempre il pallino del gioco. Un altro modello rispetto a quello esercitato (con grande successo) da tanti nostri connazionali anche in Premier: da Ranieri a Di Matteo, da Ancelotti a Conte – con cui il City di Guardiola ha perso pochi giorni fa per 1-0. Un modello per cui, sottolinea però Guardiola, bisogna avere pazienza affinché la teoria si tramuti in pratica, e il dogma venga introiettato ed esercitato dai giocatori in ogni dettaglio.



Il cambiamento principale nello schieramento di gioco è stato indubbiamente il passaggio dalla difesa a 3 (utilizzata da Potter) ad una linea a 4, più congeniale alle idee di De Zerbi e più adatta ad esaltare le caratteristiche dei due terzini della squadra (Pervis Estupinàn e Pascal Gross): quest’ultimo giocava come centrocampista, ma è stato brillantemente reinventato difensore di fascia da De Zerbi (ruolo che quasi mai Gross aveva ricoperto in carriera), proprio nella partita della “svolta” per la stagione del Brighton sotto la sua guida (il 4-1 al Chelsea).

Un altro cambiamento decisivo è stata la promozione a titolare fisso nei centrali di difesa del 19enne Levi Colwill che, pur giovanissimo, è già diventato un riferimento del reparto arretrato dei Seagulls. A centrocampo la coppia formata da Moises Caicedo (anche lui ecuadoriano) e Alexis MacAllister (grande protagonista nel Mondiale in Qatar con l’Argentina) garantisce grande qualità nel palleggio e quantità nel recupero immediato del possesso, fondamentali per la riuscita efficace del “De Zerbi ball”; in fondo “sono i calciatori a fare la differenza”, e quei due lì in mezzo farebbero comodo anche a tanti grandi squadre.

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Una delle grandi sorprese della Premier: l’esplosione del 25enne Mitoma

Parlando del reparto avanzato, anche qui sono state tante le novità nella gerarchia dei ruoli: l’ala giapponese Kaoru Mitoma (ammirato in Qatar con la sua Nazionale) è passato dall’essere una riserva utilizzata per “spaccare la partita” con velocità e dribbling al divenire un punto fermo per lo scacchiere tattico della squadra, ed è ormai considerato uno dei migliori interpreti del suo ruolo in Premier.

Il trequartista è il veterano Adam Lallana (34 anni), sicuramente il leader morale dello spogliatoio, mentre la “bandiera” Solly March, che gioca da 10 anni unicamente con la casacca biancoblu, è l’altro esterno offensivo: proprio March ha recentemente parlato dei particolari metodi adottati dal suo nuovo allenatore che «manda ad alcuni giocatori messaggi all’una di notte, con allegate clip e consigli per migliorare le proprie performance», aggiungendo che uno come lui «è un perfezionista, una persona vivace e motivata, direi ossessionata dal calcio». Su questo, non c’erano dubbi.

Sembrerebbe andare tutto per il meglio anche nella gestione della rosa, ma in realtà c’è una zona d’ombra che non può passare inosservata: si sta parlando dell’addio al veleno di uno dei giocatori più rappresentativi, l’ormai ex-centravanti titolare Leandro Trossard.

Il belga, dopo essere tornato dalla sosta post-Mondiale, ha definitivamente rotto col tecnico italiano, rifiutando di presentarsi ad un allenamento e venendo per tutta risposta messo fuori rosa dal tecnico: spiegando la risolutezza della decisione, quest’ultimo ha dichiarato che «c’è dispiacere, ma deve capire che io sono l’allenatore e che io decido le regole dello spogliatoio», mentre per tutta risposta l’agente del calciatore, senza peli sulla lingua, ha sostenuto come il suo assistito fosse stato «umiliato dal suo allenatore, chiedendo di essere ceduto».

Al di là dei comportamenti poco professionali del centravanti, ora in forza all’Arsenal, è molto probabile che di mezzo ci siano delle questioni tattiche mai risolte tra i due: ma anche questo, per chi conosce il modo di ragionare ed allenare di De Zerbi, non può sorprendere (ricordate il caso Boga?). D’altronde, soprattutto se si vuole creare una squadra dall’identità ben definita e che non tratti con le pretese dei singoli, capita spesso che qualche stella, non così disposta a mettersi a completa disposizione dell’allenatore, venga offuscata o ridimensionata nel progetto.



Roberto De Zerbi, insomma, merita ad oggi i nostri più sinceri complimenti ed incoraggiamenti. Seppure, come ha detto Klopp, l’entusiasmo della piazza e la mancanza di pressioni lo stanno aiutando. Il lavoro al Brighton è sinora eccellente, ma per avere un giudizio complessivo e fondato sulla sua carriera da allenatore del 43enne bresciano occorreranno ancora tempo e (differenti) esperienze. Un percorso che ha davanti a se ancora tanti anni, e che fisiologicamente dovrà depurarsi di alcune esagerazioni adaniane-giovanili – come quelle per cui è «meglio perdere la finale di Champions con Guardiola che vincerla con qualcun altro» – nella maturazione di una propria filosofia calcistica che superi maestri e ideologie ingombranti.

De Zerbi infatti, a meno che non diventi un nuovo Guardiola, sarà con il tempo chiamato a ricalibrare leggermente l’idea granitica di “suo calcio”, soprattutto se ingaggiato grandi club; un po’ come fatto da Maurizio Sarri negli ultimi anni, o da tantissimi altri grandi allenatori-innovatori nella storia di questo sport. Perché una cosa è allenare Sassuolo e Brighton, club senza grande tradizione calcistica, ambienti nei quali è più semplice lavorare e imporre concetti, sviluppare e mettere in pratica le proprie idee, il tutto in una completa disponibilità da parte dei giocatori.

Un’altra è proporre un modello così identitario, quasi totalitario, in club e spogliatoi ben più pesanti, con tutte le dinamiche e le pressioni del caso.

Per adesso comunque, anche con un po’ di sano orgoglio patriottico, non possiamo che apprezzare il lavoro del tecnico bresciano, chiedendo scusa per qualche eccesso critico riservato gli anni scorsi non tanto a De Zerbi quanto alla narrazione su de zerbiana: tanto insopportabile quanto ideologica, con quei toni sacchiani, arroganti e messianici, utilizzata da molti progressisti calcistici per scagliarsi contro il conservatorismo italiano nel pallone. Ma al di là delle ideologie, come diciamo sempre, ci sono gli uomini, e questo vale anche per noi. All’uomo De Zerbi allora, così come all’allenatore, auguriamo tutto il meglio. Con stima e con la speranza che accumuli vittorie, magari diventando un po’ “più italiano”: garanzia, da sempre, di successo.

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