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2 Maggio

Junior Messias è uno spirito libero

Marco Armocida

25 articoli
Il brasiliano gioca un calcio in via d'estinzione.

Nel calcio di oggi il genio è introvabile, così come i trequartisti. Le azioni di gioco sono un lento e inespressivo sciabordio di onde piatte e immutabili. Il bene supremo è la tattica. La fantasia è ormai merce rarissima, sacrificabile sull’altare dell’organizzazione di squadra. A mancare quasi del tutto è l’arte dell’estemporaneità: nessuno entra più in scivolata; nessuno calcia più da fuori area; nessuno salta più l’uomo.

 

 

È un calcio povero, affetto dal costante desiderio delle cose più inutili. Si ricerca l’estetica nella futilità di scarpini e cerchietti colorati e non nelle componenti fondanti di questo sport. Come ad esempio il dribbling, allegoria per eccellenza del bello calcistico. Del resto, lo diceva già Fabrizio Bocca nel 2018:

 

“Temo che stiamo perdendo la conoscenza e la cultura dell’arte del dribbling. A furia di inquadrare talenti dentro gli schemi, abbiamo condizionato e modificato geneticamente la discendenza di giocatori come Conti, Causio, Baggio, Zola, Totti e chi più ne ha più ne metta.

 

Il dribbling, che poi è la maniera più semplice e coraggiosa di arrivare in porta, è ormai un’arte perduta, sacrificata in nome di schemi assurdi”.

 

E così Griezmann, fantasista e numero dieci della Francia campione del mondo, può con leggerezza affermare di non amare questo fondamentale. Peggio, di non ritenerlo poi così necessario e funzionale:

“Non sono capace a dribblare. Preferisco toccare una o due volte il pallone in velocità, mi piace perché so sempre dove finirà e posso tirare in porta”.

messi griezmann
Un giovanissimo Griezmann ai tempi della Real Sociedad, dribblato da Messi (David Ramos/Getty Images)

 

 

Ecco perché Junior Messias è un’oasi nel deserto. In una Serie A mai stata così povera tecnicamente e orfana in questa stagione di Ilicic, Papu Gomez, Douglas Costa, Dybala e Boga (per buona parte), l’attaccante del Crotone è praticamente un unicum. Secondo per numero di dribbling nel nostro campionato, la sua spasmodica ricerca dell’uno contro uno richiama un’epoca lontana, in cui i giocatori lottavano prima di tutto con i loro marcatori.

 

 

I suoi dribbling sono fulmini che deflagrano tra le nubi annerite del calcio. Ma Messias è soprattutto un simbolo. È un anacronistico inno alla libertà. È un eroico elogio del superfluo, una lode del bello antiproduttivo. È uno schiaffo ai nerd del calcio, agli scienziati del pallone. È una finestra di sana evasione su un calcio sempre più veloce e moderno: vederlo giocare ci rimette al mondo.

 

 

In lui c’è qualcosa di arcaico, tradizionale: c’è la tenzone medievale, il duello omerico. C’è il bisogno naturale di rimpossessarsi dell’essenza del pallone, di rivendicare il protagonismo dei calciatori sui tecnici. Messias sembra concepire questo sport anzitutto come un divertimento.

“A volte mi chiedo io stesso da dove provengano le mie finte. Credo sia una cosa innata e naturale. Quel movimento del corpo per spiazzare l’avversario ce l’ho dentro di me. Io mi diverto sempre, mi basta avere un pallone tra i piedi”.

messias crotone
Messias in dribbling su Nainggolan (Maurizio Lagana/Getty Images)

 

 

Non a caso fino a pochi anni fa militava in un campionato Uisp e nel 2015 giocava in Eccellenza. La verità è che il suo recente passato lo condiziona e lo rende quello che è. È qualcosa di intrinseco, che lo porta a infischiarsene del tatticismo circostante che lo vorrebbe limitare.

 

 

Gli permette di essere fuori luogo e fuori tempo e di assecondare unicamente il suo talento. Di provare tunnel e giocate impossibili e di aborrire il passaggio all’indietro. Di ricercare la gloria personale e rifiutare il grigiore dell’anonimato. Di usare la suola per fermare il pallone, e con esso questa vacua e travolgente velocità moderna. Parafrasando Walter Salles, di far trionfare l’intuito sulla ragione.

 

 

E poi Messias proviene dalla terra che, come diceva Pasolini, ha i migliori dribblatori al mondo: il Brasile. Il suo è un calcio cinetico fatto di poesia, malizia, ornamenti e fioriture. Di esibizionismo e di personalità. Di astuzia e provocazione. In lui rivediamo il futebol moleque, quella capacità tutta brasiliana di improvvisare gesti irriproducibili. La malandria, quella abilità carioca di simulare e dissimulare, di aggirare le regole e obbedire soltanto alle proprie, di approfittare di una situazione per soddisfare il proprio piacere.

 

Un saggio della qualità di Junior Messias: il gol del 2-0, oggi come oggi, è da fantascienza.

 

 

Messias non gioca semplicemente a calcio, ma ascolta le proprie origini e difende la tradizione dei suoi maestri predecessori. Messias – con le dovute proporzioni – ci riporta alla mente tutti quei brasiliani per cui il pallone non è un mezzo per arrivare in porta, ma il fine stesso del gioco: Garrincha, Ronaldinho, Julinho, Jairzinho.

 

 

Geni di questo sport e maestri nell’arte del carpe diem calcistico. Quella schiera di giocatori che se potesse non passerebbe mai il pallone, e che di fronte a un bivio predilige sempre la giocata più complicata. Calciatori per cui il dribbling è un’abilità artigianale da compiersi nello stretto, non allungandosi la sfera per poi rincorrerla. O per citare Oliver Guez,

 

“[…] quegli uomini elastici che vezzeggiano la palla come se danzassero con la donna più bella del mondo.

 

La covano con lo sguardo e hanno occhi solo per lei, se la perdono cercano di riprendersela, di sedurla per andarsene di nuovo insieme e mai più, mai più abbandonarla a un altro pretendente”.

 

In questo calcio globalizzato che rischia di produrre giocatori tutti uguali e illanguidisce nella sua prevedibilità, in cui le partite sembrano eterni incontri di scacchi e l’imponderabile assume un ruolo sempre più marginale, non possiamo non amare Junior Messias. Lo facciamo per la sua cultura del beau geste e per la sua spavalderia.

 

 

Perché ci ricorda Garrincha, il più grande dribblomane di sempre che, come diceva il poeta Paulo Mendes Campos, sembrava un compositore toccato da una melodia piovuta dal cielo. Messias non sarà mai l’angelo dalle gambe storte, ma vederlo è un piacere a cui francamente non vogliamo e non possiamo rinunciare.

 

 


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