Il ginocchio poggiato sul manto erboso, il braccio destro esteso con l’indice che indica la curva festante. Il braccio sinistro invece conserto con il pugno chiuso che stringe l’emblema ricamato sulla maglia, proprio all’altezza del cuore. Capo reclinato. Dall’Estadio Nacional all’Olimpico, dal Delle Alpi al Monumentál, in giro per il mondo con la Roja, per 251 volte quella tipica genuflessione mutuata dal mondo dei toreri ha fatto esplodere di gioia gli stadi. Un’esultanza tipica e iconica, indelebile segno de El Matador.

 

Faccia espressiva e intensa, pelle dalla scorza dura, bruciata dal sole Incas e tagliata dalle raffiche andine, capello lungo e corvino, Marcelo Salas impersonifica alla perfezione la stripe orgogliosa dei Mapuche, stanziati per secoli nella regione dove sorge Temuco, città natale del cileno.

 

Santiago de Chile è oggi una delle capitali culturali ed economiche del Sudamerica, una città cresciuta molto negli ultimi decenni e che offre notevoli opportunità per chi aspira a un radicale cambio di condizione sociale. Quando però nel 1991 Salas percorre i 700 km che separano Temuco da Santiago, sa semplicemente di arrivare nella terra promessa del calcio cileno, sede della trinità sportiva del paese: Colo-Colo, Universidad Católica e Universidad de Chile, la squadra che a 17 anni accolse Marcelo tra le proprie fila.

 

 

La carriera del Matador subisce un’impennata verticale già nella sua seconda stagione in prima squadra. Il 1994 è una temporada memorabile, e i 41 centri in 46 partite stagionali rendono Salas l’indiscusso protagonista di una campagna trionfale culminata con un titolo storico: la U. de Chile, dopo 25 anni di doloroso digiuno, torna finalmente nell’olimpo del calcio cileno. Per Salas è solo l’inizio, e già l’anno seguente si ripete bissando il titolo nazionale e meritando, a buon diritto, la vetrina del calcio internazionale.

 

Salas River Plate

Per le strade di Buenos Aires, concedendosi ai tifosi

 

 

Dopo un timido sondaggio del Boca Juniors, è il River Plate neo-campione continentale a regalarsi il gioiello di Temuco: l’obiettivo è affiancarlo al sublime Principe Enzo Francescoli per andare a caccia della seconda Coppa Intercontinentale. La missione non riuscirà – troppo forte la Juventus dell’astro nascente del calcio italiano Alessandro Del Piero – e, nonostante la vittoria dell’Apertura 1996, il talento di Salas non brilla. Le malelingue si scatenano ricordando la storica inconsistenza dei cileni nel campionato argentino. Questione di feeling, altro tipo di calcio. Salas, con quel suo tipico atteggiamento tra il saggio e il cosciente, impara, ascolta.

 

 

Si adegua al ritmo della Primera, cresce tecnicamente e tatticamente in modo impressionante. Decisivi nel processo di maturazione sono i suoi capitani: innanzitutto il nueve della Roja Iván Zamorano, che gli insegna a sfruttare quel suo fisico così muscolare. Salas riesce a sopperire con un’elevazione sorprendente alla mancanza di centimetri (173 appena), e grazie a uno straordinario tempismo conquista spesso un tempo di gioco sugli avversari. Certo questo “anticipo” poi va mantenuto, e qui entra in gioco una potenza nella parte superiore del corpo che lo rende un vero molosso, impossibile da spostare.

 

 

Fulmineo in area, impara a essere imprevedibile e balisticamente straordinario grazie all’estro dell’altro suo capitano, quell’Enzo Francescoli trascinatore della Banda, giocatore geniale, cuore Millionarios che ha influenzato tutti coloro con cui ha condiviso il terreno di gioco.

 

Salas e Zamorano, Cile

Salas e Zamorano, una coppia straordinaria a disposizione della Roja

 

 

Sulla base della rinnovata coscienza calcistica il 1997 di Marcelo Salas è un anno semplicemente meraviglioso: trascina la Banda alla vittoria del Clausura e dell’Apertura 1997, della Supercoppa Sudamericana, si laurea calciatore argentino dell’anno, poi calciatore sudamericano dell’anno succedendo a José Luis Chilavert, e diventa così il primo cileno a vincere il trofeo dai tempi del leggendario Elias Figueroa. I tempi sono ormai maturi per il salto nel grande calcio europeo e, nel 1998, Salas approda in Italia in quella splendida squadra che fu la Lazio di Cragnotti: qui trova un’altra bandiera rioplatense, El Pelado Almeyda, e davanti è parte di un attacco onirico integrato dalla fisicità di Bobo Vieri e dalla fantasia di Roberto Mancini.

 

In tre anni Salas contribuisce ad arricchire il palmarés bianco-celeste più che negli altri 100 anni di storia, portando sotto il segno dell’aquila la dote di uno Scudetto, una Coppa Italia, due Supercoppe Italiane, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa UEFA.

 

L’estate tumultuosa del 2001 in casa Lazio è però quella del grande esodo. Lo scricchiolante bilancio costringe Cragnotti a iniziare lo smantellamento della squadra, e i primi ad essere allontanati da Formello sono i pezzi pregiati Verón – ceduto al Manchester United – e poi Pavel Neved e lo stesso Salas, acquisiti con una maxi-offerta da quasi 100 milioni della Juventus di Luciano Moggi. Alla Vecchia Signora Marcelo Salas inizia la stagione tra fanfare e trombe, formando con Alex Del Piero e Davíd Trezeguet il trio di attaccanti più esplosivo del campionato. La realtà sarà ben differente, e la sorte nemica del ragazzo di Temuco: due buche nel mese di ottobre ne compromettono la carriera.

 

Marcelo Salas Bobo Vieri Lazio

Salas insieme a Bobo Vieri con la (splendida) maglia della Lazio

 

 

La prima quella generata dall’insistenza del calcagno di Maspero sul dischetto del Delle Alpi che, in un derby rocambolesco, induce all’errore Salas facendo partire un missile che arriva direttamente tra le braccia della Scirea (un regalo quanto mai indesiderato che lascerà spazio non all’inchino del Matador, ma a due braccia alzate in segno di scusa). È purtroppo l’immagine più nota del Salas bianconero, anche e soprattutto perché la settimana seguente un’altra buca interrompe la carriera del cileno. È il 20 Ottobre 2001, il piede di Marcelo rimane incagliato nelle asperità del manto del Dall’Ara di Bologna, il ginocchio destro compie un’innaturale torsione: la tremenda diagnosi parlerà di lesione totale del legamento crociato anteriore e un paio di menischi da rottamare. La prognosi: stagione finita.

 

 

È evidente come questi infortuni siano cicatrici di una guerra che ogni calciatore deve mettere in conto, ma che alcuni soffrono più di altri. È il caso del Matador, che da quel giorno di ottobre diventa un calciatore diverso, certamente meno esaltante. Questione di potenza, centralità, ritmo e costanza, componenti essenziali del gioco di Salas che fa fatica a ritrovare dopo l’infortunio. Lippi e la Juventus non sono magnanimi con lui, regalandogli solo qualche scampolo di partita nella stagione seguente: l’amaro bottino è fatto di troppe panchine e pochi gol, oltre a due Scudetti e una Supercoppa nazionale di cui, però, Salas è semplicemente spettatore interessato.

 

La ricerca di minutaggio e quel sorriso perso sotto la Mole portano Salas a un lungo nostos, che lo fa tornare a vestire la maglia di una Banda spettacolare.

 

Qui trova il metodo e il pragmatismo de El Ingeniero Manuel Pellegrini in panchina; un centrocampo stellare composto dal talento di Marcelo Gallardo, il dinamismo di Lucho Gonzalez e la regia del migliore volante sudamericano dell’ultimo ventennio, El Jefesito Javier Mascherano; davanti invece il Matador rimpolpa un già ottimo reparto offensivo, composto dalla certezza realizzativa del bomber Cavenaghi e dall’esuberanza del giovane Maxi Lopez.

 

 

Con i Millionarios Salas conquista un’altra Apertura, ma le sue due annate non sono particolarmente brillanti (per usare un eufemismo); numerosi gli infortuni, e troppo pesante l’eredità del primo Matador visto al Monumental. Questo lontano parente del Matador si trova quindi nel 2005 senza un contratto, ma pronto a continuare il ritorno omerico che lo porta a vestire per altri tre anni la maglia della U. de Chile. È il canto del cigno di un attaccante straordinario che, pur non riuscendo a riportare al successo la U, torna a segnare con medie che gli competono (saranno 35 gli inchini di Marcelo in 74 presenze).

 

 

La finale di Supercoppa Europea contro lo United di Ferguson: 1-0 per la Lazio, decide Salas

 

 

Senza dubbio le tante reti segnate e le grandi giocate hanno consacrato Marcelo Salas a livello internazionale. Ma la leggenda è stata consegnata a Salas dalla maglia della Roja (l’unica Roja), nella quale con il gemello del gol, il capitano Iván Bam-Bam Zamorano, ha deliziato un’intera generazione con la sua incredibile potenza ed una cattiveria agonistica tutta sudamericana. Con 37 reti in 70 partite (dal 1994 al 2007) Marcelo Salas è il migliore marcatore della storia Roja, seguito a 34 reti, nemmeno a dirlo, dallo stesso Zamorano; un binomio passato alla storia del calcio mondiale come la “Sa-Za”, un’arma letale capace di scardinare attrezzatissime difese ed infliggere inesorabili colpi mortali.

 

 

È stato quasi un delitto, un beffardo scherzo del destino che questa splendida selección non sia riuscita a portare il proprio Paese per la prima volta a un successo: ai Mondiali del ‘98 un Brasile illegale elimina la Roja agli ottavi, nonostante il gol del Matador; ma la grande occasione è stata probabilmente la Copa America del 1999, nella quale un Chile impreziosito anche dal talento di Davíd Pizarro giunge sino alla semifinale persa contro un modesto Uruguay ai calci di rigore. Il tutto dopo l’uno a uno dei tempi regolamentari, ma soprattutto dopo che lo sesso Salas sbaglia il calcio di rigore per sbloccare la partita nella prima frazione.

L’ideale nostos omerico si compie finalmente nel 2008 quando, appesi gli scarpini al chiodo, Salas torna a casa, a Temuco, mettendo a frutto gli anni di studio a Santiago (Sport Management and Marketing), e diventando presidente della squadra della sua città, Depórtes Temuco.

 

Mapuche in lingua mapudungun vuol dire “Popolo della Terra”, e non crediamo sia un caso che ormai il quarantenne Marcelo Salas abbia deciso di far fruttare i suoi guadagni investendo in grossi appezzamenti: qui coltiva mirtilli in modo proficuo e massivo, destinandoli all’esportazione in tutto il mondo.

 

 

Con lo stesso pragmatismo che lo ha contraddistinto in campo, giocatore efficace ed essenziale, l’imprenditore Marcelo Salas è un uomo di successo nel rampante Cile. Al tempo, Marcelo, dedica tutto. Perché il tempo è ciò che reputa più importante. Ha dichiarato recentemente di esser solito dedicare parte della propria giornata a vagliare la bontà delle coltivazioni. C’è chi giura lo faccia poggiando un ginocchio sul terreno, con il capo reclinato, ma questa è solo l’ennesima leggenda sudamericana.