Altri Sport
06 Febbraio 2026

Le Olimpiadi dell'insofferenza

O di come Milano-Cortina 2026 abbia dimenticato i milanesi.

C’è un fastidio sottile che, da tempo ormai, attraversa Milano. Non è esploso, non si è dichiarato, non ha fatto rumore. Si è depositato. È un disagio quotidiano fatto di code, cantieri, deviazioni, annunci vaghi e promesse lontane. Un’insofferenza silenziosa verso una gestione che dimentica regolarmente chi la città la abita davvero, ogni giorno. Un’insoddisfazione che non ha ancora trovato un bersaglio preciso, se non nella Giunta che governa da due mandati e che tutti, tranne pochi eletti della ristretta Cerchia dei Navigli, faticano a sopportare ancora.

Dentro questo clima, le Olimpiadi Milano Cortina 2026 non sono arrivate come una festa.

Sono arrivate come un peso aggiuntivo. Come qualcosa che si è sommato a una città già sotto pressione, già stanca, già tirata al massimo. Non c’è stata rabbia, almeno non subito. C’è stata irritazione. C’è stato disagio. C’è la sensazione che venga sempre chiesto molto ai cittadini, senza spiegar loro per chi siano tutti questi sacrifici.

L’esempio che chiarisce tutto è semplice, quasi banale. Le uniche vere manifestazioni di entusiasmo che ho visto negli ultimi giorni non hanno riguardato lo sport, né i cinque cerchi. Hanno riguardato il finto ritorno dell’hockey a Milano, che ha tifoserie caldissime e non ha più neanche una squadra da sostenere oltre che un’Arena (Santa Giulia è di un privato che ci organizzerà concerti, non è destinata all’hockey), e Snoop Dogg. Un personaggio. Uno che attira il popolo. Piace alle persone perché è riconoscibile, immediato, popolare nel senso più antico del termine.



Non ha chiesto di essere capito: è arrivato. Apprezzo molto Snoop Dogg, sia musicalmente — anche se continuo a prediligere la East Coast — sia, più in generale, come personaggio. Resta però difficile capire perché lui venga percepito come perfettamente compatibile con i valori olimpici, mentre Massimo Boldi sia stato rimosso dal ruolo di tedoforo per un’intervista in cui ha fatto esattamente ciò che ha sempre fatto: Massimo Boldi. Nessuna deviazione improvvisa, nessuna sorpresa. Coerenza, semmai. Anche questa, volendo, sarebbe una forma di valore olimpico.

Ed è qui che il confronto diventa inevitabile. Non tra Snoop Dogg e altri personaggi, ma tra Snoop Dogg e le Olimpiadi stesse. Lui ha generato entusiasmo spontaneo. L’evento più importante che Milano stava aspettando da anni, no. A Milano non sembra minimamente che ci siano le Olimpiadi, se non per qualche incontro casuale per le vie della città o per l’inevitabile caos.

Nessun segnale nell’aria, nessun rumore di fondo, nessuna eccitazione collettiva.

Insomma, nessuna vibrazione da evento storico. La città è rimasta identica a prima: operosa, nervosa, concentrata sulla sopravvivenza quotidiana. Come se l’evento più grande di questi anni fosse vissuto come un fatto amministrativo, non come un’esperienza condivisa. Come se fosse stato archiviato nella categoria delle cose da sopportare, non da vivere.

La sensazione, forte e persistente, è che queste Olimpiadi si siano dimenticate della gente. Non per cattiveria, ma per impostazione. Si sono dimenticate delle persone che vivono la città ogni giorno, delle piccole e medie imprese, di chi apre la serranda al mattino e la abbassa la sera senza inviti, senza aree hospitality, senza pass privilegiati. Esattamente come tutta la politica cittadina, nazionale e internazionale fa ormai da anni: si dimentica del popolo.



Rimane l’impressione di un’Olimpiade pensata per qualcun altro. Per i grandi gruppi, per i grandi investitori, per i flussi turistici. Per chi Milano la osserva dall’alto, dalle terrazze e dai dossier, non per chi la percorre a piedi, in tram, in metropolitana, in macchina o in motorino. Non per chi la consuma con il corpo, ma per chi la racconta attraverso le slide.

Il problema non è tanto l’assenza di bandiere o di manifesti. Il problema è l’assenza di partecipazione emotiva, di coinvolgimento. A partire dalle scuole. Nessuno ne ha parlato con trasporto. Nessuno le ha sentite proprie. Tra le persone che incontro emerge un desiderio opposto: che passino in fretta, che non intralcino troppo, che non lascino macerie dietro di sé. I danni dell’Expo bruciano ancora sulla pelle dei milanesi.

Le Olimpiadi, nella loro forma originaria, erano una festa popolare. Un rito imperfetto, rumoroso, umano. Qui sono apparse come un’operazione finanziaria con contorno sportivo.

Un grande evento pensato per funzionare, non per essere amato. Un evento che non ha cercato il popolo e, infatti, non lo ha trovato. Quando un evento non è amato dal suo territorio, qualcosa si rompe a monte. C’è chi ricorda Olimpiadi Invernali di Torino 2006 come un momento in cui la città ha saputo ritrovarsi e trasformarsi, passando da volto industriale a destinazione turistica e culturale riconosciuta oltre confine — tra infrastrutture accelerate, nuova metropolitana e una rinnovata “immagine” cittadina che ha continuato a lavorare sull’eredità dell’evento nel tempo.

Eppure a Torino quel senso di partecipazione collettiva, quell’orgoglio diffuso, non è svanito il giorno dopo la cerimonia: è rimasto nelle vie, nelle piazze e nelle narrazioni della città. Milano no. Milano non ha rifiutato lo sport, né la dimensione internazionale. Milano ha rifiutato di essere ignorata. Può sopportare disagi, lavori, trasformazioni. Ciò che non sopporta è l’indifferenza. Se oggi non c’è entusiasmo, non è perché i milanesi siano cinici. È perché non si sono sentiti chiamati in causa.

Non puoi invitare gente a cena per poi accoglierli in pigiama e chiuderti in camera, chiedendo agli ospiti di spegnere la luce e chiudere la porta quando se ne andranno.

Le Olimpiadi passano. La città resta. Una città che non si riconosce in ciò che ospita, che non fa festa: aspetta solo che finisca. Se un rapper riesce a scaldare Milano più dei cinque cerchi, il punto non è il rapper. Il punto è una città che non si sente coinvolta. Per questo, oggi, Milano sembra soprattutto volere che le Olimpiadi finiscano in fretta.

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