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12 Novembre

Nadia Comaneci, Stella dell’Est

Diego Mariottini

53 articoli
La ginnastica della perfezione.

18 luglio 1976, Giochi Olimpici di Montreal, Canada. Una ragazzina rumena di 14 anni riscrive la storia della ginnastica. Nadia Comaneci lascia il mondo a bocca aperta. Il voto per la sua esibizione è 10, perfezione stilistica. Anche in Occidente Nadia sarà per anni un modello per chiunque voglia affermarsi nello sport, non soltanto nella ginnastica. Ma quel voto astronomico nasce da lontano. E la sua vita la porterà altrettanto lontano.


BUONA FORTUNA


Quando 60 anni fa, il 12 novembre 1961, i signori Gheorghe e Stefania Comaneci hanno una figlia, decidono di chiamarla Nadia. In russo Nadia significa “speranza”, anche se i Comaneci credono che voglia dire “fortuna”. La fortuna, intesa come buona sorte, giocherà fin da subito un ruolo essenziale (e quasi miracolistico) per Nadia. Da neonata ha un’estesa sacca di liquido sul capo e i medici temono seri problemi durante la crescita. Un giorno la nonna suggerisce di portare la bambina in chiesa la domenica e di compiere un rito considerato sacro e scaramantico: oltrepassare per tre volte la soglia del portale d’ingresso con la bimba in braccio, prima dell’arrivo del prete. Fatto. Il mattino successivo, Nadia non ha più nulla.

Settimane dopo la bambina è a casa dei nonni mentre Onesti, cittadina natale della bambina, è colpita da una tormenta. Una mattina il nonno solleva la piccola dal lettino e pochi secondi dopo una pesante lastra di ghiaccio sfonda il tetto e cade proprio sopra la culla appena rimasta vuota. Tre anni dopo, Stefania, Nadia e il fratellino Adrian stanno passeggiando. Nell’attraversare un ponte di legno Nadia inciampa e finisce nel fiume da un’altezza di cinque metri. La caduta provocherebbe lesioni a chiunque, se non la morte. Stefania corre disperata con il figlio in braccio verso la sponda più vicina. Arriva e Nadia è lì, zuppa e intirizzita ma illesa, ad attenderla. A Onesti sono quasi tutti ortodossi, malgrado il regime: le vicende della vita, soprattutto quelle a lieto fine, vengono vissute come doni di Dio. 


MACCHINA DA GUERRA (FREDDA)


A sei anni, Nadia entra a far parte di una società ginnica: si chiama Flacăra (La Fiamma). Allenamenti duri ma la piccola regge bene. Il volto non tradisce mai fatica, né emozione. Nei paesi socialisti (e non solo) lo sport è utilizzato a fini di propaganda politica. Il caso della Romania è particolare: se per altri Stati socialisti i successi sportivi sono strumento di affermazione del modello politico, per Ceauşescu le vittorie agonistiche sono soprattutto cassa di risonanza al suo stile politico. A ben vedere, non ci sono ideologie da promuovere: c’è lui da propagandare. Il maestro di Nadia, Bela Karolyi afferra il concetto e grazie alla capacità di scoprire ginnaste ottiene dal governo strutture e fondi economici. In tre anni lui e la moglie Marta creano sei squadre di ginnaste talmente forti da prevalere contro avversarie straniere molto più grandi. 

1969. Nadia, otto anni scarsi, ha di fatto lasciato casa per dedicarsi alla ginnastica. La quotidianità si svolge tra palestra e dormitorio. Segue alla lettera le prescrizioni dei due insegnanti. A scuola fa presenza in classe ma per il resto segue i canoni di una vita da atleta: pasti a base di carne, verdure, latte fresco e almeno 8/10 ore di sonno per notte. Molte delle circa sessanta allieve si rifiutano di osservare fino in fondo le regole, Nadia Comaneci è inflessibile. Senza precetti che scandiscano le giornate e i carichi di lavoro non si va da nessuna parte, pensa lei. Affermare se stessi e il proprio talento non è mai un atto che si compie da soli. Qualcuno deve avere la forza di tracciare una strada. Qualcun altro, la costanza per percorrerla.

Ci sono cose che l’istinto sa: se vuoi arrivare devi piegarti a tutto, evitare di tradire emozioni, controllare ogni singolo muscolo, l’empatia con il prossimo non è richiesta.

Nel 1970 Comaneci diventa la più giovane ginnasta rumena a essersi aggiudicata i campionati nazionali juniores a squadre. Vince anche nel 1971 e nello stesso anno esce per la prima volta dai Carpazi, quando la Romania affronta a Lubiana la nazionale juniores jugoslava. Nadia ha dieci anni e ottiene il punteggio di 38,5 su 40 nelle prove di trave, volteggio, parallele asimmetriche e corpo libero. Nel 1972 conquista un altro titolo nazionale juniores. Cresce poco in altezza – è appena al di sopra del metro e quaranta – e pesa poco più di trenta chili. Oltre a dieta ferrea e pasti a orari stabiliti, le ripetizioni degli esercizi si protraggono fino all’esaurimento psicofisico. 



DUE PADRI


Un solo dubbio. Le bambine sono felici di fare quello che fanno? Un giorno a chiederselo è Gheorghe, il papà di Nadia, che decide di andare a parlare con Bela Karolyi. Sua figlia fa più esercizi di quelli richiesti, si cruccia fino alle lacrime quando sbaglia qualcosa, si ferma in palestra la sera anche oltre l’orario previsto. Tutto molto efficiente, molto socialista, ma all’individuo fa bene annullarsi così per la gloria del Paese e per il trionfo dell’Idea? Tocca all’allenatore rassicurare il signor Comaneci sulle condizioni psicofisiche della bambina e sulla validità del lavoro svolto. Non sembrano due uomini che hanno a cuore la stessa bambina: sono due padri, di cui uno è putativo. Uno pensa alla salute psicologica della bambina, l’altro a farla uscire dall’anonimato a suon di record.


LA BAMBINA È PRONTA


Nel 1975 la Romania ha una fuoriclasse da imporre all’attenzione generale. Per Nadia Comaneci c’è il primo vero appuntamento internazionale agli Europei di Skien in Norvegia. All’esordio in una competizione aperta ad atlete di tutte le età, Nadia vince quattro medaglie d’oro (trave, volteggio, parallele asimmetriche e concorso generale individuale) e un argento (corpo libero). Verso la fine dell’anno partecipa al torneo di qualificazione alle Olimpiadi di Montreal 1976 e ottiene il primo posto nella trave e nel concorso generale individuale. Arriva seconda nel volteggio, nel corpo libero e nelle parallele asimmetriche dietro l’altro astro nascente, la diciannovenne sovietica Nelli Kim. La routine degli allenamenti, i rimproveri di Marta, le attenzioni professionali di Bela: le giornate di Nadia scorrono nell’attesa della gara olimpica. 

Una mattina di marzo del 1976, Marta, Bela e Nadia raggiungono l’aeroporto di Bucarest, direzione New York.

Il viaggio è stato deciso dalla Federazione dopo l’assenso del Politburo. È in programma l’American Cup al Madison Square Garden. I rapporti tra Nicolae Ceauşescu e la Casa Bianca sono buoni: l’amministrazione USA sta tentando di infiltrarsi tra le maglie del blocco sovietico approfittando della compiacenza dei Paesi meno allineati ai diktat di Mosca. Da qualche tempo la Comaneci comincia ad avere su di sé l’attenzione dei media. La United Press International l’ha nominata “Atleta femminile dell’anno”. Le tv locali riprendono la giovane figlia del comunismo rumeno sbarcare nella patria del capitalismo, camminare per le strade di Manhattan, fare visita alla Statua della Libertà, intrattenersi nei negozi della Grande Mela. Quando arriva il momento dei fatti, la ginnasta dimostra il proprio valore ricevendo per due volte il punteggio di dieci al volteggio. 


10 E LODE


Il villaggio olimpico di Montreal è uno spazio fuori dalla realtà: a Nadia sembra più grande della sua Onesti. Girano ovunque uomini in divisa militare con la mostrina Police – Sûreté du Quebec dispiegati praticamente a ogni angolo del villaggio. Tutto è sotto stretto controllo. Bela Karolyi ha un problema: deve tenere d’occhio le ragazze. Le tentazioni all’interno del villaggio sono tante, a iniziare dal cibo. Abbondano nelle mense pizza, pasta e bevande gassate. Tutte nemiche giurate della forma fisica e della leggerezza.

Decide dunque di tornare ai soliti ritmi di allenamento (sveglia alle sette, esercitazioni al mattino e al pomeriggio, riposino pomeridiano) e a un regime alimentare a base di carne, verdure, frutta. Ma a preoccupare di più l’allenatore sono gli atleti di sesso maschile che ronzano attorno alle ginnaste. Istituisce turni di guardia, Marta controlla gli spostamenti delle ragazze nelle ore serali e notturne mentre lui le tampina di giorno. Metodi poco ortodossi ma, risultati alla mano, le ragazzine terribili hanno bisogno di isolarsi per raggiungere la perfezione richiesta loro. 


IL GIORNO PERFETTO


“Ma che carine, che tenerezza”, esclama qualcuno dagli spalti. Qualcuno che ancora non le conosce. Domenica 18 luglio, la squadra rumena sfila all’ingresso del Forum de Montreal per le prime gare ufficiali. Le favorite sono le sovietiche, guidate dalla ventunenne Olga Korbut. Il tempo di svestire la tuta e la tenerezza è già un ricordo. Altro che carine, sono macchine da guerra. Ce n’è una tra tutte che lascia senza parole: Nadia è una gioia per gli occhi. Leggera ma controllata, pulita nello stile, energica senza frenesie, precisa, infallibile. L’esecuzione alle parallele asimmetriche sembra provenire da un universo più evoluto. Tra lo stupore generale, la votazione dei giudici tarda ad arrivare. Poi il tabellone elettronico mostra accanto al nome dell’atleta un 1,00. Cosa sta succedendo?

Dall’edizione delle Olimpiadi del 1932 a Los Angeles, la progettazione dei tabelloni è stata sempre affidata alla svizzera Omega. Poco prima di Montreal ‘76, la casa chiede al CIO la possibilità di creare un punteggio massimo pari a 10. La risposta è no: non è possibile che un atleta riceva un perfect ten. Ma quel 18 luglio Nadia smentisce il massimo organismo olimpico. In sostituzione della doppia cifra, i giudici devono inserire il voto 1,00, che va poi moltiplicato per dieci. L’assoluto ha una sua forza intrinseca. Nei giorni successivi, l’attesa per vedere in azione la ragazzina prodigio diventa febbrile. Quando le ginnaste rumene tornano di nuovo al Forum per le altre gare, 15.000 spettatori affollano le tribune, smaniosi di osservare “quella che ha preso dieci”. Esiste un prima e un dopo performance come quelle di Nadia Comaneci. E indietro non si torna.

Semplicemente incredibile

All’età di 15 anni, ottiene il titolo di eroe del lavoro socialista. Visita spesso il palazzo dei Ceauşescu a Bucarest dove viene invitata a banchetti di Stato e a incontri con alti dignitari stranieri. Sente forse che sta per finire inghiottita nella pancia del Leviatano ma continua ad allenarsi e a vincere. Non vede alternativa a una vita segnata dal privilegio ma anche dal dovere assoluto alla performance. Un’esistenza che tutti credono dorata come i trofei in bacheca. Dorata forse, libera no di sicuro. Poi avviene l’incontro con Nicu Ceauşescu. Nicu è l’erede designato del Conducător ed è definito dal regime come Perfetto figlio del popolo o Giovane sole rosso. Il ragazzo tuttavia è tutto fuorché un modello cui ispirarsi. Dicono che sia affetto da seri problemi psichici, è alcolista e megalomane. Scommettitore compulsivo e stupratore seriale.

Il duce ereditario ha dieci anni più della nuova fiamma e la tratta come un oggetto. La picchia, a volte la violenta, la condivide con gli amici quando intende punirla.

Nessuno in Romania ha il potere di fermarlo, nemmeno il padre. Figuriamoci se può dire qualcosa la moglie di Nicu. La relazione va avanti per anni. Per la prima volta la carriera procede ad alti e bassi ma è il regime a stabilire se un fiore è appassito o meno. Nadia Comaneci riesce a tornare in forma grazie a diete ferree e a un ricondizionamento tecnico ad personam. Vince tre medaglie d’oro e una di bronzo agli Europei di Essen del 1979 ma ad osservarla bene il suo sguardo, dapprima soltanto algido, appare infelice. Il sorriso è puramente istituzionale.

La giovane Comaneci è un’epifania, una manifestazione di eleganza unica nel suo genere

PARABOLA DISCENDENTE


Poi prende parte alle Olimpiadi di Mosca nel 1980. Nell’individuale offre una prova di altissimo livello ma arriva a pari merito con la sovietica Yelena Davydova. I giudici impiegano quasi mezz’ora a formulare il verdetto: vince la Davydova. Nadia però mantiene il titolo olimpico alla trave e vince l’oro a pari merito con Nelli Kim, un’altra sovietica, nel corpo libero. La Romania guadagna inoltre la medaglia d’argento a squadre. L’ultimo acuto della campionessa avviene nel 1981, quando Nadia fa sue cinque medaglie d’oro alle Universiadi. Seguono anni di anonimato fino all’annuncio del ritiro ufficiale a 22 anni, poco prima delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.

La campionessa è allo stremo delle forze psichiche: la relazione con il rampollo del Conducător l’ha distrutta, anche se non lo ammetterà mai. Nella seconda metà degli anni 80 la ragazza scompare, non se ne parla più. Quasi rimossa dalla memoria comune. Sembra avanti con l’età senza essere stata né una bambina, né un’adolescente. Una gioventù negata, una sofferenza nascosta dietro la carta da parati delle medaglie conquistate per il regime. Eppure è una ragazza di venticinque anni, un tempo amatissima in patria, ricordata per un celebre e inarrivabile 10. Sono anni bui, ma anche momenti in cui la storia individuale e quella collettiva procedono in parallelo e viaggiano, senza saperlo, quasi alla stessa velocità.


1989, FUGA DA BUCAREST


Sera di fine decennio. Durante una festa a Bucarest Nadia Comaneci conosce Constantin Panait. Tipo piacente, modi affabili, le promette di aiutarla a fuggire in cambio di 5.000 dollari. Il 25 novembre, Nadia e Panait si danno appuntamento nel cuore della notte. Arrivano in macchina al confine con l’Ungheria e proseguono a piedi per poi raggiungere Vienna in treno il giorno successivo. Tutto facile, perfino troppo. Presso l’ambasciata americana ottengono asilo politico e volano a New York, ma una volta oltreoceano Panait si mostra per quello che è. Requisisce i documenti di Nadia, la tiene reclusa in un albergo.

Nel frattempo la Romania è in subbuglio, il Muro di Berlino è appena caduto. Ceauşescu non gestisce più la situazione interna e viene destituito.

La mattina di Natale del 1989 il dittatore e sua moglie vengono eseguiti al termine di un processo a dir poco sommario. Se Nadia Comaneci avesse aspettato un mese, non avrebbe avuto bisogno di un aguzzino per lasciare il Paese. A inizio 1990 i giornali americani annunciano che Nadia Comaneci parteciperà a un talk-show televisivo. Bart Conner, un ginnasta statunitense immortalato nel 1976 mentre baciava Nadia con un certo trasporto, legge la notizia e prende un volo per Los Angeles dove si trovano gli studi della CBS. Conner è un apprezzato commentatore sportivo e non gli risulta difficile partecipare al programma. Si presenta con un mazzo di rose rosse, Nadia ha un sussulto.

Nadia e Bart: com’era quella storia sui grandi amori che fanno giri immensi?

LIVING IN AMERICA


Lui intuisce che la donna ha bisogno d’aiuto e a trasmissione conclusa le dà il numero di telefono invitandola a chiamarlo. Ma lì per lì lei finge di non capire. All’improvviso Panait si dilegua con 100.000 dollari racimolati chissà come e un’automobile. Sparirà nel nulla. Agente della CIA sotto copertura? Balordo scaltro e favorito dalla sorte? Chissà. Nadia si ritrova senza un soldo ma libera e decide di chiamare quel numero di telefono. Prende ad allenarsi con Conner e a fare esibizioni riacquistando una forma accettabile. Dopo qualche tempo i due vanno a vivere insieme in Oklahoma e anni più tardi decidono di sposarsi, il 26 Aprile 1996.

A 44 anni Nadia Comaneci diventa mamma. Oggi è proprietaria, assieme al marito, dell’Accademia di Ginnastica Bart Conner a Norman, 40 minuti di macchina da Oklahoma City. È inoltre presidentessa onoraria della Federazione di Ginnastica del suo Paese, del Comitato Olimpico e ambasciatrice dello sport per la Romania. Non sarà l’ennesimo 10 conseguito alle parallele o alla trave, e nemmeno il lieto fine di una storia, ma di certo è il presupposto di una seconda (o terza, se vogliamo) vita ancora tutta da vivere.


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