Il campionato della National Association for Stock Car Auto Racing è il secondo evento sportivo più seguito negli Stati Uniti d’America, dietro al SuperBowl. La NASCAR è un concentrato di cultura a stelle e strisce: intrattenimento per il pubblico, format con una forte componente commerciale, semplificazione dell’aspetto sportivo e tanti effetti speciali. Si potrebbe definire, in sintesi, un campionato di gare automobilistiche per uomini ubriachi. Un po’ eccessivo forse, ma la storia ci insegna che in origine le corse che hanno reso celebre Daytona erano più o meno quella roba lì.

 

 

L’avvento dell’automobile, si sa, ha rivoluzionato il concetto di mobilità, di trasporto di cose ma soprattutto la libertà di spostamento del singolo individuo. In Europa come in America, questo processo di evoluzione antropologica ha portato automaticamente a uno sviluppo “sportivo” delle quattro ruote. Più tecnico e raffinato dalle ispirazioni intellettuali futuriste, se vogliamo, nel Vecchio Continente, con i diversi costruttori impegnati nello sviluppo di auto sempre migliori ed efficaci soprattutto attraverso le competizioni in circuiti.

 

Già agli albori infatti erano dei piloti semi (molto semi) professionisti mandati in aeroporti militari in disuso a rischiare la morte solo per il gusto della competizione.Nel Nuovo Mondo, invece, le corse con le automobili hanno un’origine molto più utilitaristica.

 

È interessante partire da un percorso etimologico contemporaneo per capire il motorsport nella prospettiva NASCAR: secondo la versione online del Cambridge Dictionary infatti una stock car è “un’automobile ordinaria che è stata resa più potente e veloce in modo tale da poter essere guidata in corse speciali”. La definizione fornita dal sito del Collins Dictionary, invece, è curiosamente diversa ma probabilmente più centrata: “Stock car è una vecchia auto che ha subito delle modifiche così da essere adatta alle corse in cui di solito le auto si scontrano tra di loro”.

 

La NASCAR delle origini, con le auto a sfrecciare sulle spiagge della Florida (AP Photo)

 

 

Quest’ultimo aspetto è molto importante perché traccia una differenza sostanziale tra motorsport europeo e motorsport americano (in salsa NASCAR): non c’è tecnologia, raffinatezza ingegneristica, anzi, l’incidente è una componente prevista intrinseca e quasi centrale dello show, mentre nella filosofia più sportiva-classica l’incidente, naturalmente, è un effetto collaterale. Ma appunto, come avviene per tutti gli sport in salsa USA, la disciplina è legata imprescindibilmente all’intrattenimento che genera per il pubblico pagante. Come scritto dal nostro Vito Alberto Amendolara in Stadi Uniti:

 

“Se voltate lo sguardo dal campo verso gli spalti degli incontri di NBA, NFL, MLB, NHL e MLS questo vedrete. È il mondo parallelo del pubblico americano, plasmato sul modello dello showbiz: lo sport concepito come intrattenimento, in cui l’acmé della battaglia non vive nel colpo inferto al nemico, ma respira nelle pause dello scontro.

 

In questi attimi, grottesche mascotte zoomorfe sparano verso il pubblico hot dog e magliette celebrative, invadenti kiss-cam inquadrano innamorati forzati a scambiarsi baci più falsi delle partite di regular season. Ecco cos’è il mito yankee dello sport”.

 

Nei primi anni del ‘900 la vita della società americana fu influenzata dal vento di sobrietà e moralismo portato dal cosiddetto Proibizionismo. «I liquori sono responsabili del 25% della miseria, del 37% del depauperamento, del 45,8% della nascita di bambini deformi, del 25% delle malattie mentali, del 19,5% dei divorzi e del 50% dei crimini commessi nel nostro Paese», citano le statistiche del Congresso fornite dalla Anti-Saloon League nel 1914. Questo nuovo clima di proibizioni e divieti portò nei ruggenti anni venti alla nascita del fenomeno del gangsterismo e al generale aumento della criminalità.

 

 

Sostanzialmente l’istituzione del Proibizionismo non fermò molti americani dal desiderio di bere alcol e il mercato nero esplose letteralmente. Nel 1920, anno dell’entrata in vigore del proibizionismo, nella sola New York erano presenti 32.000 Speak easy – club con ingresso tramite parola d’ordine – contro i soli 15.000 bar legittimi. La stessa produzione di alcolici, ovvero distillati di vario genere, si espanse enormemente senza licenze di alcun genere.

 

Bobby Sall mentre viene scaraventato fuori dalla sua auto durante un test run nel 1936 (AP Photo)

 

 

Dalla parte dei fuorilegge, il grande problema del periodo fu, come si può ben immaginare, trasportare le casse zeppe di alcol illegale. Ed è proprio in queste occasioni che i piloti americani e le stock car modificate fecero la loro comparsa nella Storia. Così i moonshiner, i distillatori clandestini, entrarono nella leggenda dell’automobilismo. La California in particolare diventò il teatro di inseguimenti epici tra insospettabili auto da famiglia cariche di alcolici che seminavano le ben più attrezzate auto della polizia.

 

 

La moda recente di usare i barattoli da marmellata (jar) per servire i cocktail nasce da lì: i moonshiner mettevano i loro spiriti in barattolo perché più facilmente impilabili. Così tra rum e altri rustici spiriti di mais e segale, l’America continuò ad ubriacarsi in barba al proibizionismo. Quella che sembra una cosa pittoresca e poco più, nella realtà, soprattutto nella zona di Daytona diventò una passione condivisa. Come è leggendario il primo circuito dedicato alle gare di stock car una volta divenute legali: un ovale ricavato nella spiaggia di Daytona beach.

 

I primi campioni Nascar sono figure del genere: di notte distillano, di giorno corrono.

 

Per scappare oppure in gara tra loro, con sfoggio di ubriachezza: Buck Baker, due volte campione Nascar, guidava con una sacca di whisky munita di cannuccia per bere durante la corsa. Ma è solo uno dei tantissimi personaggi leggendari che la storia della NASCAR ha da offrire: come ad esempio Junior Johnson o Wendell Scott, primo afroamericano a vincere una gara nel 1963, o Gary Balough.

 

 

Nel 1948 Sir Bill France fondò la NASCAR; contestualmente, venne definito anche il principale parametro di omologazione delle vetture destinate a gareggiare nelle gare organizzate dalla neonata associazione. Le auto dovevano essere costruite per intero con pezzi reperibili sul mercato (e quindi prodotti di serie) oppure dovevano essere modelli di serie che avessero venduto almeno cinquecento unità. E man mano, come spesso accade in USA, la leggenda ha lasciato spazio al business.