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Francesca Lezzi
10 Settembre

Lo sport nel Nazismo

Francesca Lezzi

5 articoli
Una preparazione alla guerra.

Sine ira et studio, dichiarava Tacito negli Annales, intenzionato ad esporre i fatti storici con assoluta imparzialità e obiettività. Complesso, capirete bene, quando si parla di nazismo, anche se si tratta “solo” di sport. Ma come sempre accade, lo sport è metafora e specchio formidabile della cultura di un luogo, di un periodo, di un governo.

“Milioni di corpi allenati possono trasformarsi in un paio d’anni in un esercito”.

Adolf Hitler, Mein Kampf (1925)

Nella vulgata della propaganda nazionalsocialista lo sport era essenzialmente questo: conservazione, perfezionamento ed esaltazione della forma fisica – di più, strumento per dimostrare ed esaltare la superiorità della razza ariana germanica. Da una parte l’obiettivo era modellare il corpo femminile per renderlo idoneo a procreare le future generazioni di perfetti Tedeschi, utili per far prosperare il Reich millenario profetizzato da Hitler; dall’altra si doveva garantire il dominio delle virtù della forza, della virilità e del cameratismo tra gli uomini destinati a costruire quell’impero sui campi di battaglia (una volta stabilita la superiorità su questi, quella sportiva non sarebbe stata in discussione. Ma l’equazione può anche essere ribaltata).

Nella Germania nazista la pratica sportiva ebbe così un mai celato fine bellico che surclassò il mero spirito ludico; lungi dall’essere fine a sé stessa, divenne mezzo, terreno fertile per allevare degni figli di Odino, dio della guerra e della vittoria, e Freia, dea della fertilità oltre che della guerra. D’altronde lo sappiamo, gli exploit sportivi sono da sempre un’ineguagliabile fonte di consenso per i regimi (non solo dittatoriali): questo accomuna l’Italia mussoliniana e la Cuba castrista, lo Zaire di Mobutu e l’Argentina di Videla. Ma tra tutte le dittature rosse e nere, la Germania nazista è un unicum: lo sport fu qui interpretato sociologicamente ed antropologicamente già come preludio ed esercizio della guerra.


Per l’avvento di quella che doveva essere una nuova Sparta, i nazionalsocialisti sfruttarono le teorie del generale prussiano Carl Von Clausewitz, estremizzando e decontestualizzando i principi espressi nel “Della Guerra” (1832): la riluttanza ad usare la forza può equivalere a lasciare il potere all’avversario, e scopo della guerra è disarmarlo. Lo stratega delle guerre napoleoniche non fu però l’unica vittima dell’approssimazione ideologica nazista che colpì anche scienziati (Darwin) e filosofi (Nietzsche). Tuttavia, il parossismo raggiunse l’apice proprio in campo sportivo. Qui l’ispiratore fu un contemporaneo di Clausewitz: Friedrich Ludwig Jahn, fondatore del movimento ginnico tedesco e patriota attivo nell’opera di riunificazione di tutti i Tedeschi.

Egli spese tutta la vita per la celebrazione mistica di ogni aspetto della teutonicità, tanto che le prese di posizione nazional-patriottiche, l’esaltazione del culto della forza e della perfezione fisica furono, poi, viste come precorrimento dell’anima völkisch del movimento nazista. In effetti l’utilità alla propaganda del regime di simili teorie non passò inosservata: il corpo posto a servizio della Nazione ed il binomio stesso «corpo – Nazione» saranno l’eredità ideale di Jahn per Hitler (Stefano Pivato, “La Grande Storia” – ep. I campioni di Hitler, Rai 3). Tuttavia, parafrasando il titolo del noto saggio di Alfred Rosenberg (il più famoso ideologo nazista), si deve parlare di un (semi)mito del XX secolo. Nonostante infatti l’attenta opera di propaganda e i successi, la realtà era molto più composita ed a volte contraddittoria. Un motto di spirito molto in voga all’epoca negli ambienti anti-nazisti, ad esempio, recitava:

«Com’è l’ariano ideale? Biondo come Hitler, magro come Göring, alto come Goebbels».

È vero che c’era Reinhard Heydrich, il pezzo grosso delle S.S. e della Gestapo, eccellente sportivo, dal fisico atletico e dall’innegabile “aspetto ariano”. Forse per rispondere a chi dubitava della purezza del suo sangue, alla nobile arte della scherma in cui amava cimentarsi purtroppo egli accompagnò la triste fama di “boia di Praga” e pianificatore della Endlösung der Judenfrage, la Soluzione finale della questione ebraica. Di Hitler sappiamo invece che da giovane amava passeggiare tra le Alpi della natia Austria; nessun’altra testimonianza di pratica sportiva da parte sua. La forma fisica, effettivamente, non doveva essere un tarlo del Führer: tipico esempio del “leader carismatico” weberiano, fu assai restio a rivelare il suo corpo nonostante le copiose apparizioni pubbliche (ritrosia su cui si è fantasticato tanto), al contrario del suo idolo Benito che non mancava di esibire il petto nudo nuotando o sugli sci.



Invece, nonostante la scarsa forma fisica (per usare un eufemismo), il Maresciallo del Reich Hermann Göring fu uno sportivo a suo modo. In una Germania che si dotava di una normativa assai all’avanguardia in materia di tutela degli animali sotto impulso dello stesso Hitler, l’ex asso dell’aviazione imperiale ostentava per loro un amore ambiguo vantando il titolo di Reichsjägermeister (Maestro di caccia del Reich): nella sua tenuta, poteva mirare i trofei conquistati nelle varie battute, mentre alcuni cuccioli di leone gironzolavano liberi facendogli compagnia. Infine Josef Goebbels, potentissimo Ministro della Propaganda. È soprattutto al suo martellare che va’ imputata la vulgata della Germania sportiva e guerriera.

Non si può capire infatti la propaganda nazista e l’operazione “Olimpiadi 1936” senza conoscere Herr Doktor.

Politicamente si distinse per la devozione tragica al Capo che condusse alla morte tutta la famiglia Goebbels; sportivamente, impossibilitato ad entrare in quel mondo dalla porta principale a causa di una deformazione al piede aggravata da una malattia contratta in gioventù, usò tutte le armi in suo possesso per piombarvici dal portone sul retro: l’evento agonistico più atteso a Berlino (città di cui era Gaulaiter) porta la riconoscibilissima firma di Goebbels. Egli non a caso ereditò l’epiteto di “diavolo zoppo” da Talleyrand, l’essere deforme che appare innocuo per poi cogliere tutti di sorpresa con la sua astuzia.

Per questo il Reichsminister fece ampio uso di una fondamentale dote politica: il pragmatismo, arma insolita in un regime dalla così forte caratterizzazione ideologica. Con un senso pratico pari al potere detenuto poteva finanche adattare la dottrina nazista alle esigenze contingenti.

La biografia di Goebbels è colma di episodi che raccontano questo tratto della sua personalità: emblematico il caso del cineasta Fritz Lang, il quale andava convinto a rimanere in Germania e che, confessando al Ministro le sue origini ebraiche, si sentì rispondere:

“Non faccia l’ingenuo…siamo noi a decidere chi è ebreo e chi no!”.

La realpolitik goebbelsiana colpì anche Hitler, convincendolo dell’opportunità fornita dalle Olimpiadi: quale migliore occasione per mostrare al mondo la nuova Germania, rinnovata nella sua forza, e la buona Germania (di copertura), disposta ad una breve tregua olimpica nonostante i campi di concentramento già entrati in funzione? Quindi non Hitler bensì Goebbels fu il regista di quest’operazione politica, accreditandosi anche come mecenate degli autori di due simboli di quei Giochi: il film Olympia e l’Olympiastadion.

Il primo inciso sulla pellicola da Leni Riefenstahl, che trasformò il racconto di Berlino ‘36 in un caposaldo del documentario sportivo (adorata da Hitler, pare che la regista ricevette anche insistenti attenzioni dal Ministro – donnaiolo incallito – di cui approfittò almeno all’inizio). Il secondo scaturito dalla mente di Albert Speer, che scolpì nella pietra uno dei pochi edifici di epoca nazista ancora in piedi a Berlino: colpito dal suo talento, era stato Goebbels a suggerire l’architetto al Führer.


Berlino ’36 è ricordata da tutti come l’Olimpiade di Jesse Owens, fuoriclasse afro-americano protagonista indiscusso con le sue quattro medaglie d’oro. Scorrendo però il medagliere, si può notare la schiacciante vittoria della Germania sui ben distanti USA, giunti secondi. In “Storia delle Olimpiadi” Antonino Fugardi sostiene che il successo della squadra tedesca fu agevolato sia dal “dilettantismo di Stato”, che consentì agli atleti di prepararsi a tempo pieno senza preoccupazioni economiche (giacché furono alimentati, curati ed alloggiati a spese dello Stato), sia dall’introduzione di alcune nuove specialità poco praticate negli altri Paesi.

Eppure la Germania (esclusa dai Giochi del 1920 e del 1924 per le colpe di guerra) a Los Angeles ’32 aveva conquistato sole 20 medaglie totali a fronte delle 89 vinte in casa. Tra queste anche l’argento della schermitrice Helene Mayer, coinvolta prima nell’odio antisemita e poi nella pax olimpica dichiarata dai Nazisti nei confronti degli Ebrei. La campionessa aveva già lasciato la Germania perché di “sangue misto” quando fu richiamata, convinta a gareggiare e mostrata come icona delle buone intenzioni tedesche. Alla fine dei Giochi ritornò all’estero ma chissà cosa avrà pensato lei, unica Ebrea in gara per la sua nazione, quando con la medaglia al collo salutò romanamente dal podio la bandiera con la svastica.

Podio, invece, che mancò il lottatore Werner Seelenbinder; e sarebbe stato sicuramente uno spettacolo da far impallidire tutti gli sportivi che dopo hanno fatto politica (o propaganda). Werner, comunista militante – dopo la vittoria del titolo nazionale aveva rifiutato di fare il saluto e cantare l’inno, venendo squalificato –, assicurò pubblicamente:

“[Hitler] lo saluterò a modo mio. Se conquisto il podio, farà bene a non presentarsi”.

Arrivò quarto e non sappiamo se fu meglio per Hitler o per lui, che comunque non scampò a torture, lager e all’esecuzione capitale nel 1944. In ogni caso, le Olimpiadi furono un enorme successo: emerse con chiarezza la volontà (e capacità) tedesca, che nello stesso 1936, quando la Germania intervenne nella guerra civile spagnola, diede prova di non volersi limitare alle sole medaglie.



Comunque non c’erano solo le Olimpiadi. Nel frattempo il regime aveva potuto sfruttare le imprese dell’asso delle auto Bernd Rosemeyer e del campione del mondo dei pesi massimi Max Schmelling. Rosemeyer era simbolo della Germania ariana e indomita che correva veloce; lo faceva guidando un mezzo legato al più tedesco dei grandi marchi automobilistici, quello di Ferdinand Porsche. Nominato primo tenente delle S.S., finì per diventare marionetta del regime finché la tragica morte non lo colse in pista mentre tentava di battere il record di velocità.

Schmelling invece, lustro del Reich, non era mai stato nazista ed anzi era allenato da un Ebreo ma non potè eludere il preciso mandato di Hitler quando affrontò l’afro-americano Joe Louis (che, a sua volta, aveva ricevuto quello del presidente Roosevelt) negli incontri più politici della storia della boxe. Il primo si concluse con un inaspettato trionfo del Tedesco per K.O., seguito alla radio da 20 milioni di connazionali; poi Louis si vendicò nel ‘38. Automobilismo e pugilato erano sport ideali per l’archetipo nazista. L’automobile rappresentava la modernità e la potenza industriale tedesca; il pugilato, arcaico sport di combattimento, era citato da Hitler nel Mein Kampf come pratica esemplare per forgiarsi (“La Grande Storia” – ep. I campioni di Hitler, Rai 3).

Un rebus irrisolto restò il calcio: già sport capace di muovere enormi interessi, era però terra di conquista solo per gli altri.

Molti nazisti lo consideravano “sport giudaico” per le origini di diversi suoi protagonisti e per il carattere propriamente sionista di tante squadre. Così i Nazisti ritennero indispensabile intervenire con la Gleichschaltung, cioè la sincronizzazione agli obiettivi del Partito. Si pensò di approfittare della volontà hitleriana di riunificazione dei popoli di razza germanica che si risolse con l’Anschluss del ’38 e la fine dell’epopea del mitico Wunderteam austriaco: diversi calciatori della fortissima nazionale danubiana che fu di Matthias Sindelar (anti-nazista che mai indossò la maglia della Germania) furono inglobati in quella tedesca.

Unita la forza tedesca alla tecnica austriaca il dominio sarebbe stato assoluto si pensò; però, come se gli Austriaci avessero scelto la resistenza passiva, essi non ripeterono più i risultati con la nuova squadra. Quest’insuccesso si aggiunse alla mancata totalitarizzazione del campionato, causata dalla peculiare gelosia per la propria libertà federale che anima i Tedeschi: ciò costrinse anche la nuova Gauliga pensata dai Nazisti a mantenere un carattere sostanzialmente regionale.

Calcio a parte, l’impostazione data allo sport dalla propaganda e le imprese di alcuni atleti feticcio hanno condizionato ai nostri occhi il rapporto tra sport e nazismo che si potrebbe riassumere così: “sport è guerra”. Con un secondo conflitto mondiale alle spalle, possiamo allora immaginare Winston Churchill ironizzare sui Tedeschi capaci di vincere nello sport come fossero in guerra ma di perdere le guerre nonostante il duro (e propedeutico) allenamento sportivo. D’altronde, tra il campo di battaglia e quello sportivo, ci passa davvero un mondo.


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