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10 Giugno

NOIF: una legge per l’azionariato popolare

Alberto Fabbri

78 articoli
Intervista a Massimiliano Romiti, presidente del comitato "Nelle Origini Il Futuro".

Abbiamo intervistato l’avvocato Massimiliano Romiti, attuale presidente di NOIF “Nelle Origini Il Futuro“, comitato promotore dell’introduzione della prima legge sull’azionariato popolare nello sport professionistico italiano. Fondato nel 2018, sotto questa sigla si riuniscono associazioni di tifosi di tutta la Penisola che, con viva passione e profonda competenza, da anni stanno giocando una partita fondamentale per aprire la strada alla partecipazione dei sostenitori nelle società sportive del nostro Paese. Secondo loro, il futuro del calcio italiano e dello sport in generale è da ricercarsi nell’impegno attivo dei tifosi, ultimi custodi delle tradizioni.

Quali sono le dinamiche e le esigenze che hanno portato alla fondazione del comitato NOIF nel 2018?

M. Romiti– Il nostro comitato nasce dalla comunione di intenti stabilitasi tra le associazioni MyRoma e ToroMio, fondate rispettivamente nel 2009 e nel 2010. Se la prima rappresentava un Supporters Trust in grado di acquisire quote di una società quotata in borsa, la seconda intendeva creare un interlocutore che potesse rinsaldare il rapporto tra il club granata, divenuto nel tempo completamente di stampo “padronale”, e la sua comunità di tifosi. Dopo anni di mutuo soccorso e confronti, queste due realtà, insieme all’associazione APA Milan-Piccoli azionisti AC Milan, detentrice dello 0,7% del capitale azionario, nell’aprile 2018 hanno deciso di fare squadra fondando il comitato NOIF, acronimo di Nelle origini il futuro. Un’ “alleanza” fondata sul sostegno ad una proposta di legge inizialmente elaborata nell’ambito dell’associazione ToroMio.

Alle tre associazioni fondatrici si sono poi aggiunte la Parma Partecipazioni Calcistiche, la Cooperativa Modena Sport Club, le associazioni Cosenza nel Cuore e Amici del Rimini, la Fondazione Torres, i Leones Italianos dell’Athletic Club di Bilbao, l’Unione Club Granata e l’associazione Milanisti 1899; oggi siamo altresì in contatto con le realtà di Noi siamo Acireale e Livorno Popolare.  

La vostra missione per la promozione dell’azionariato popolare è basata sulla definizione di una proposta di legge, che regolamenti la partecipazione dei tifosi alla proprietà e gestione dei club. Dopo l’inserimento di un articolo da voi ispirato nel DDL Sport nell’estate 2019 , oggi a che punto si trova questo percorso?

M. Romiti- La missione del comitato è la promozione di un disegno di legge che regolamenti la partecipazione popolare nello sport. Nel dettaglio, si vuole colmare il vuoto normativo esistente definendo dal punto di vista giuridico sia la società sportiva partecipata, “il contenitore”, sia l’ente di partecipazione popolare, rappresentativo della “Comunità sportiva” legata al Club; un modo per regolamentare il rapporto tra la proprietà e l’associazione di tifoso. In altri termini, un percorso che porti al riconoscimento del valore sociale della partecipazione nel mondo dello sport. 

Con la convocazione a Palazzo Chigi nel novembre 2018, è iniziato un iter che ci ha visto collaborare con gli allora Sottosegretari alla Presidenza del Consiglio, Simone Valente e Giancarlo Giorgetti. Nel giugno 2019 un emendamento al Decreto Legislativo collegato sport introduceva la delega al governo a prevedere forme di partecipazione popolare e azionariato popolare nelle società di calcio professionistico. Dopo la successiva approvazione in Senato però, tale delega non ha avuto attuazione. Cambio di governo e  pandemia hanno rallentato il percorso, tanto da averci anche costretto ad rinviare l’organizzazione di un convegno a Roma che voleva appunto attirare l’attenzione dei parlamentari sul tema, tuttavia ci siamo riuniti digitalmente ed abbiamo cercato e coinvolto nuovi contatti ai quali far conoscere il nostro progetto…insomma nonostante le difficoltà, non abbiamo allentato il pressing! 


La concretizzazione di questo percorso rappresenterà la prima pietra per la valorizzazione del legame tra società sportiva e comunità sociale, tracciando la via per una partecipazione effettiva dei tifosi nei loro club. Conseguentemente sarà basilare studiare incentivi che spingano le società stesse a diventare protagoniste verso la rivoluzione del sistema sportivo professionistico.  

Nel “Rapporto Sport 2012” l’Unione Europea si è detta favorevole al coinvolgimento dei tifosi nella proprietà dei club. Avete avuto modo di confrontarvi con realtà dall’estero?

M. Romiti- Per quanto riguarda le istituzioni europee, attualmente non abbiamo alcun contatto. Invece, per citare gli esempi che ci ispirano maggiormente, forse nessun legame tra club e territorio è più forte di quello che esiste tra il Sankt Pauli e l’omonimo quartiere; una vicenda che però sembra quasi utopistica vista dalle nostre latitudini. Per rimanere in tema, il modello tedesco è evocato sempre più spesso, sottovalutando però le peculiarità del contesto socio-economico della Germania appena riunita, contraddistinto da una cultura aziendale associativa. Resta comunque a nostro giudizio quello più attuabile in concreto, con la necessaria gradualità, e ad esso è principalmente ispirata anche la nostra proposta di legge.

Altrettanto affascinante è il modello di gestione delle società sudamericane, che segue la tradizione spagnola. Per esempio, diventare socio del River Plate significa sia poter accedere alle strutture del club, sia poter iscrivere i figli alle scuole gestite dai Millionarios; laggiù il concetto di polisportiva è quasi riduttivo! Inoltre i Leones Italianos, club italiano di tifosi dell’Athletic Club di Bilbao e nostro associato, ci offre una prospettiva privilegiata sulla realtà basca tranquillamente sintetizzabile nella definizione “un popolo, una squadra”..


Infine posso dire che guardiamo con grande attenzione a ciò che sta succedendo in questi giorni in Inghilterra: dopo le proteste di piazza contro la Superlega, il Tottenham ha deciso di istituire un comitato consultivo di tifosi che possa relazionarsi con il Cda, mentre il Chelsea ha promosso la nomina di tre advisors eletti dai tifosi, a partire dal primo luglio. Sebbene nel primo caso il Tottenham Hotspurs Supporters Trust si sia detto contrario a qualsiasi dialogo con l’attuale dirigenza, per la connivenza al piano della Superlega, questi sviluppi sono molto interessanti e promettenti. 

Oltre all’attuale vuoto normativo, in Italia bisogna colmare un divario culturale: i tifosi sono ancora legati ad una concezione di mecenatismo sportivo e di tradizionale disimpegno. Quanto è importante avviare una rivoluzione ideologica in questo senso?

M. Romiti- Nel nostro Paese siamo tradizionalmente legati ad un concetto sportivo di stampo padronale, per cui il “signorotto locale”, l’imprenditore di turno, può disporre a suo piacimento di un bene collettivo come una società sportiva, perché è lui “a tirare fuori il grano” in fin dei conti. Se vogliamo, la figura del presidente forte si riconduce ad un certo immaginario simbolico, caro a noi latini. Eppure questo modello oggi non è più sostenibile e lo sport professionistico necessita di una nuova visione. Lo dimostrano peraltro gli stessi deludenti esiti economici e sportivi del nostro calcio.

Il nostro scopo non è certo l’espropriazione dei beni dei presidenti e non pensiamo nemmeno che sia immorale fare business tramite la gestione di una società sportiva; tuttavia crediamo che la gestione dei club debba aprirsi al coinvolgimento della base dei tifosi, degli imprenditori “minori” e dei diversi professionisti. La prospettiva è innescare sinergie sul territorio che possano portare benefici tanto ai sostenitori quanto allo stesso club, la cui gestione deve essere orientata verso principi di sostenibilità ed inclusione. 


La definizione giuridica della partecipazione popolare, con i relativi incentivi per le società, deve spingere i dirigenti verso un modello oggi praticamente inedito nel professionismo sportivo italiano; dal canto loro, i tifosi devono prendere coscienza del valore della loro partecipazione nel club. L’importante è che sia riconosciuto il valore della partecipazione popolare nello sport; poi questo, a seconda delle situazioni, potrà tradursi in un Supporters Trust come accade in Inghilterra, oppure in un’associazione che sia legata indissolubilmente al Club come invece succede in Germania.

A fine Anni Ottanta, il Manchester United diventava di proprietà americana, il calcio inglese si apriva così a nuove fonti di finanziamento, su tutte i contratti con gli emittenti televisivi, e contestualmente si innescava il passaggio da First Division a Premier League, la lega più ricca, un vero campionato dei magnati. La coscienza del tifoso inglese, tuttavia, è rimasta salda e molti appassionati hanno anche reagito tramite l’associazionismo per mantenere saldo il legame tra club e comunità. Mi colpisce il fatto che il piano della Superlega sia fallito proprio nel paese che ha esportato il Calcio-Business in tutta Europa, ciò deve farci ulteriormente riflettere. 

Come vi ponete di fronte alla recente proposta di legge presentata da due componenti del M5S? Queste iniziative, che appaiono estemporanee e forse addirittura demagogiche, non rischiano di vanificare il dialogo da voi costruito negli ultimi anni?

M. Romiti- Diciamo che siamo rimasti sorpresi da questa iniziativa e non ne conosciamo nemmeno il contenuto con precisione. Non siamo stati minimamente interpellati e sembra quasi che si ignori il percorso intrapreso finora dalla politica stessa. Di questi tempi il tema dell’azionariato popolare è tornato di grande attualità, certamente bisogna sfruttare il momento per sensibilizzare l’opinione pubblica, tuttavia bisogna evitare di fare confusione. È necessario avere una visione ben lucida di quello che si sta promuovendo, così come un’adeguata preparazione in materia che sia frutto di una vera e prolungata esperienza. 

Per quanto ci riguarda, ribadisco che il nostro obiettivo è rappresentato dall’approvazione di una legge che si caratterizzi per la duplice definizione di “società sportiva partecipata” e di “ente di partecipazione popolare”; due concetti che per noi sono fondamentali per poter imbastire qualsiasi discorso futuro. Sicuramente solo il riconoscimento da parte delle istituzioni del valore della partecipazione popolare nel calcio e nello sport in chiave sociale, culturale ed educativa, oltre che economica, potrà costituire una solida base da cui iniziare a costruire un nuovo sistema di gestione sportiva.


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