Altri Sport
04 Febbraio 2022

Le Olimpiadi del sovrano Xi Jinping

La Cina è vicina.

Se alla vicenda Djokovic può essere riconosciuto un merito è quello di aver dimostrato, in mondovisione, una verità spesso latente ma inequivocabile: lo sport è politica, da sempre. Se le controversie legate ad un singolo atleta hanno avuto il potere di coinvolgere e dividere il mondo intero, si può ben immaginare la rilevanza dei messaggi più o meno sottesi di cui si rivestono le Olimpiadi, evento sportivo globale e globalizzante per eccellenza. Si crea così un nesso tra l’antica Grecia e la Cina del terzo millennio, tra Dionisio di Siracusa e Xi Jinping: la necessità di coniugare i Giochi alle proprie esigenze diplomatiche e propagandistiche.

Alla vigilia delle Olimpiadi invernali, il mondo è nel pieno di una rivoluzione totale con epicentro proprio in Cina: il virus, stravolgendo ogni distanza spazio-temporale, ha reso immediatamente prossimo uno Stato che fino a ieri appariva remoto, a cui l’Occidente guardava con superba superficialità e di cui oggi subisce l’inesorabile ascesa. Si vanno bilanciando, se non rovesciando, i rapporti di forza tra le potenze atlantiche e la “fabbrica del mondo”, che ha mire espansionistiche ben definite e dichiarate: al 2010 l’obiettivo era la guida dell’Asia orientale, al 2020 l’area asiatico-pacifica (si pensi a Taiwan) e entro il 2050 il traguardo da raggiungere è l’egemonia intercontinentale.

La Cina è vicina, il processo di state building è tutt’ora in via di definizione e non è chiaro quali sembianze il Dragone miri ad assumere.

Il machiavellico Xi sta tracciando i connotati di uno Stato in continua espansione, in cui il potere, soverchiante e a tratti impercettibile, esiste per essere progressivamente accresciuto. Il Partito Comunista Cinese si trova a dover organizzare il Beijing consensus, bilanciando autoritarismo e soft power. Le modalità in cui il comitato centrale si sta muovendo sono eterogenee e spesso contraddittorie: dalla diplomazia clemente “del panda”, “delle mascherine” a quella repressiva dei “lupi guerrieri”, la supervisione dei social con cui il governo si assicura che i fatti vengano “narrati correttamente”. Di questo snodo nevralgico tratta Barbara Onnis in “L’egemonia invisibile” (GOG Edizioni, 2021), in cui si nota che «con la leadership di Xi Jinping, la strategia di politica estera cambia radicalmente, con l’abbandono definitivo del “basso profilo” di Deng e l’avvio di una politica sempre più assertiva».



Di questa strategia sono parte integrante le Olimpiadi: se fino agli anni ’80 le partecipazioni cinesi furono sparute e ingloriose (la RPC acquisì la triste nomea di “grande malato d’Asia”), Pechino sarà la prima città ad ospitare sia l’edizione estiva che quella invernale. D’altronde, l’interesse che il Partito Comunista Cinese nutre nei confronti dei Cinque Cerchi non è cosa recente: già Mao Zedong propugnava l’idea di sport quale “continuazione della politica con altri mezzi”, e dagli incentivi ai “three big ball sports” del primo mondo (calcio, pallavolo e basket), fino all’attualissima “gold metal strategy”, i vertici del governo cinese interpretano i Giochi come vero e proprio mezzo diplomatico. 

Così Pechino 2008 e Pechino 2022 rappresentano tappe imprescindibili nell’ascesa leviatanica del Celeste Impero; questa volta però, a differenza di quattordici anni fa, come riporta il NYT «la Cina non ha più bisogno di dimostrare la sua posizione sulla scena mondiale; vuole proclamare la propria visione ampia di nazione più prospera e fiduciosa sotto Xi, il leader più potente dai tempi di Mao. Laddove un tempo il governo cercava di addolcire i suoi critici per rendere i Giochi un successo, oggi li sfida».  

La potenza manovrata da Xi deve mostrarsi al mondo non più mesta ed isolata come ai tempi di Tienanmen, quando, continua il giornale americano, «l’unica stazione sciistica della zona (nord est, ndr) era un edificio in legno con una sala da pranzo, una manciata di camere d’albergo e un piccolo negozio di sci». Questo prima che il suo leader stabilisse arbitrariamente che la Cina sarebbe diventata «il Paese delle meraviglie degli sport invernali. […] Ora ci sono sei resort sulle montagne vicino a Chongli, la piccola città vicino a Zhangjiakou, uno dei due nodi olimpici creati sulle montagne a nord di Pechino.

Hanno stimolato un interesse per lo sci, con 2,8 milioni di visitatori nell’inverno del 2018 e 2019, secondo Xinhua, rispetto ai 480.000 di tre anni prima». 

L’avanguardia delle nuove stazioni non basta però a nascondere gli evidenti limiti strutturali: la mancanza di tradizione per quanto riguarda gli sport invernali, la scarsità di nevicate e un inquinamento tale da esser definito aeroapocalisse. Nonostante ciò, in sede di assegnazione dell’evento, un videomessaggio di Xi è riuscito ad indirizzare i vertici del CIO in favore di Pechino: il ritiro delle rivali europee, in partenza favorite, e la concorrenza non proprio insidiosa di Almaty, ex capitale kazaka, hanno fatto il resto.



Per mantenere alta, o quantomeno accettabile, la propria reputazione, il comitato organizzatore ha deciso di giocare la carta dell’ambientalismo, improntando la campagna promozionale all’obiettivo di garantire “olimpiadi verdi”. Aprendo il portale online di Beijing2022, uno dei panel principali parla di “sustainability for the future”, slogan che dà di gomito agli ecologisti di facili entusiasmi. Ma se è ingenuo ignorare la contraddittorietà del fatto che si giochino le olimpiadi invernali in un posto dove non nevica, è da fessi credere che per arginare le ricadute ambientali di tale scelta basti produrre ghiaccio da anidride carbonica e ricavare l’energia necessaria da fonti rinnovabili.

Le Olimpiadi saranno inoltre il culmine della politica “Covid zero” perseguita dal governo cinese. I costi umani sono gravissimi, sebbene le autorità sanitarie minimizzino, definendoli “relativamente bassi”: messo a tacere il CIO sui protocolli sanitari anticontagio, Pechino è circondata da un cordone sanitario, 20 milioni di abitanti sono in lockdown e a gran parte della popolazione saranno vietati gli spostamenti nonostante il Capodanno lunare. Tutti gli attori coinvolti, dagli atleti ai reporter, vivranno in “bolle” anticontagio, schedati e scortati dalle autorità locali in ogni spostamento.

Per quanto riguarda i diritti umani (eh?), la sensibilità del Partito Comunista Cinese è restituita dal trattamento riservato ai propri atleti. Oltre al celebre caso Peng Shuai, vittima dei “lupi guerrieri”, sempre più impopolari sono le modalità dai tratti spartani con cui la Cina si occupa della formazione sportiva dei propri cittadini. La ricerca di futuri talenti avviene setacciando gli asili di tutto il paese in cerca di bambini ben disposti fisicamente, che vengono “prelevati” e cresciuti in apposite strutture, dove i migliori diventeranno i rappresentanti della nazione. In silenzio, però, perché alle imminenti olimpiadi sarà espressamente vietato esprimere qualsiasi opinione personale, politica o di dissenso.

«Sono certo sarà protetta qualsiasi espressione in linea con lo spirito olimpico – ha candidamente affermato Yang Shu, tra i vertici del comitato organizzatore – Qualsiasi comportamento o discorso contrario allo spirito olimpico, soprattutto alle leggi e alle norme cinesi, sarà soggetto a determinate punizioni». 

Quanto alla politica estera, il discorso non è migliore. Joseph Hu, ministro degli esteri taiwanese, in un’intervista dichiara: «La Cina ha incarcerato milioni di uiguri in campi d’internamento nei quali è diffusa la pratica del lavoro forzato e sono molti i casi documentati di sterilizzazione forzata delle detenute. La libertà religiosa è duramente soppressa in Tibet dove le comunità locali hanno dovuto forzatamente rinunciare al proprio stile di vita. La legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong ha cancellato lo stato di diritto incarcerando migliaia di attivisti, esponenti politici democratici e giornalisti. Il regime di Xi-Jinping ha ignorato le critiche della comunità internazionale e sta continuando a perseguire un progetto totalitario antitetico ai valori universalmente riconosciuti di libertà e democrazia».


A poco valgono i richiami delle istituzioni occidentali, con Biden che viene invitato a “non giocare con il fuoco”, poiché il Taiwan è un “affare interno” e i campi di detenzione nello Xinjiang, afferma il console cinese a New York, altro non sono che “centri di istruzione e formazione professionale”, dove «il rispetto e la protezione dei diritti umani in conformità con la Costituzione e la legge cinese sono rigorosamente osservati». L’ossimorica compresenza di termini quali “diritti umani” e “legge cinese” all’interno del medesimo periodo rende lampante l’inattendibilità di tali dichiarazioni.

Fonti della difesa di Taipei parlano di circa 886 invasioni aeree nel periodo gennaio-novembre 2021, provocazioni continue con cui il Dragone mira a fagocitare il Taiwan, distretto produttivo del mondo intero e decisivo snodo commerciale. Quanto alla situazione nello Xinjiang, i rapporti ONU testimoniano un milione di Uiguri schedati, detenuti e torturati, oltre al raccapricciante piano di “chirurgia gratuita per la prevenzione del parto”, finalizzato a sterilizzare le donne e indurre la minoranza musulmana alla morte demografica. Un genocidio a tutti gli effetti, come ha evidenziato non da ultima un’inchiesta di Associated Press, che attira su di Xi lo scetticismo delle potenze occidentali.

Alla luce di tali controversie, le prossime Olimpiadi assomiglieranno ad un’autentica prova del fuoco: il trionfalismo con cui il Partito sta mostrando i muscoli rischia di degenerare in un’irreversibile ipertrofia, che renda difficile mantenere serrato il vaso di Pandora ancora per molto. Timidi segnali di un’opinione pubblica sempre più scettica provengono dagli attori economici, che per timore di compromettere il proprio marchio stanno esitando nel pubblicizzare l’evento. 

Un’indagine della BBC evidenzia «una drastica riduzione dei tweet degli sponsor globali» rispetto a Tokyo2020, con i vari Coca-Cola, AirBnb, etc. che «menzionano a malapena Pechino2022». 

Ciononostante, il Dragone è del tutto impermeabile al giudizio dell’Occidente, forte del fatto che gran parte dei Paesi del mondo dipende dalla propria capacità produttiva e commerciale. Xi, leader machiavellico, pare ignorare la prima regola del Principe, che suggerisce al sovrano di evitare che la propria superiorità pesi su rivali e cortigiani, poiché, segue la seconda, niente è più micidiale di rivali e cortigiani frustrati. 

Ma in fondo, come biasimarlo? Il suo rivale frustrato, l’Occidente, con il mondo che sta cadendo, si sposta un po’ più in là. Oppone un timido boicottaggio che sa di ripicca bambinesca e lascia trasparire tutta la mestizia per la manifesta superiorità avversaria. Non sappiamo come andranno i Giochi, chi sarà il vincitore, il Pròtos anthròpon, com’era definito nell’Antica Grecia. L’impressione è che, ben oltre il medagliere, a spiccare come “primo tra gli uomini” a Beijing2022, altri non sarà che Xi-Jinping.

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