Sembra trascorso un secolo da quando Sandro Ciotti, quasi al termine del collegamento radiofonico da Cagliari, prendeva la parola per un ultimo, misurato e toccante saluto ai radioascoltatori:

“Soltanto dieci secondi per dire che quella che ho appena tentato di concludere è stata la mia ultima radiocronaca per la Rai, un grazie affettuoso a tutti gli ascoltatori, mi mancheranno”.

A distanza di 24 anni, ci ritroviamo a commentare la coppia più molesta nella storia delle telecronache (seconda forse solo a Phil Schoen e Ray Hudson): Riccardo Trevisani e Lele Adani. Del secondo si è detto molto, e ben presto ci torneremo su. Del primo si tace. E allora non possiamo far altro che parlarne noi.

 

 

Noto da tempo al pubblico televisivo, almeno da quando riuscì a trasformare quel gioiellino di Mondo Gol nella trasmissione più autoreferenziale, accademica e boriosa del palinsesto Sky, Riccardo Trevisani può vantare una carriera di tutto rispetto. Superbo in tutti i suoi 194 cm di altezza, inizia a lavorare da giovanissimo: egli è come l’enfant prodige del giornalismo sportivo nostrano. Ha appena 18 anni, infatti, quando compare per le radio e tv locali di Roma (Radio Incontro, Canale 23) sotto l’egida di quel Michele Plastino “padre” di molti illustri colleghi del Trevi: Caressa, Pardo e Piccinini per citare i più celebri.

 

 

Ne ha 25 di anni, Trevisani, quando inizia a lavorare per Sky Sport occupandosi di calcio italiano ed estero. Diventa giornalista professionista nel 2007. Curioso il suo primo, personalissimo, comandamento del telecronista, secondo il quale per fare al meglio questo mestiere “non ci si deve mai mettere davanti all’evento che si racconta”. Curioso, dicevamo, perché alle buone intenzioni non corrispondono evidentemente le buone azioni. Se c’è un telecronista che si mette davanti all’evento quello è proprio Riccardo Trevisani (la sindrome da storyteller ha colpito anche lui).

 

“Venendo dalla radio, afferma, ho cercato di diminuire il numero di parole. Il silenzio è una parte fondamentale di questo mestiere, te ne innamori”. Sembra di sentire Lorenzo Tosa: stessi toni, stesso ossimoro vivente.

 

Trevi, più che diminuire le parole, ne aggiunge di nuove ogni domenica (autentici neologismi accolti dagli ascoltatori con enfasi petalosa). Così, coniugando alla bravura di telecronista (a livello di dizione e conoscenza calcistica, s’intende) una marcata dose di narcisismo, spesso Trevisani commenta giocate normali o normalissime con lo stupore di chi ha appena assistito alla Rivelazione del Signore. “Nietzsche è impazzito, ma se l’è meritato”, affermò un giorno CB. Ecco, Trevisani ci fa impazzire, e noi non ce lo meritiamo.

 

Benvenuti nel delirio

 

 

Egli ha rivelato di riascoltare le proprie telecronache (sic!) per migliorarsi. Quando gli chiedono delle accuse mossegli dopo il celebre Fiorentina vs Juventus 4-2, risponde con garbo e morigeratezza, proprio come Ciotti, nel rispetto di tutti: “per il tifoso il primo bersaglio è l’arbitro, il secondo il telecronista”. Poi continua: “non c’è verso di uscire da questa mentalità. Mentalità di un Paese bacato in cui non funziona praticamente nulla”. Lui, però, funziona alla grande.

 

 

Ecco, noialtri, bacati come il Paese in cui viviamo, siamo proprio agli antipodi rispetto a Trevisani. Un conto è coinvolgere lo spettatore, un altro è travolgerlo straparlando del gesto tecnico, del gol “visto prima“, di passaggi scontati decantati come visioni profetiche. Non c’è dubbio che Trevisani sia un grande conoscitore di calcio. Ma il punto è proprio questo: che lo sbatte in faccia agli ascoltatori nelle occasioni più inutili e innocue della partita. Come se davanti alla tv ci fossero solo nerd del gioco (un gioco che, tra parentesi, fa della semplicità il segreto del suo successo).

 

Malato di fantacalcio, fa del proprio essere “chiusino” il proprio punto di forza. Negli studi di Sky Sport, poi, fuori dal contesto della partita, dà il meglio di sé. La sua arroganza è facilmente rinvenibile dal frequente ricorso alla prima persona: quella che per qualunque mortale è una semplice opinione, nella testa di Trevisani diventa un fatto inoppugnabile. Le sue sentenze vanno dal bianco al nero, assenti i grigi. Il che, a dirla tutta, non sarebbe neanche male se il suo giudizio non fosse perennemente modulato sulla frequenza della saccenteria (lui, che viene dalla radio, avrà colto la metafora).

 

Trevisani, insomma, è come quel compagno di classe che va a dire alla maestra chi ha copiato cosa e che quando sei in difficoltà e gli chiedi una mano ti risponde: “non lo so”, per poi prendere sistematicamente dieci e lode. Teniamoci i secchioni, comunque, che in questo Paese (di bacati) di gente umile proprio non ne abbiamo bisogno.

 

 


La fonte per i virgolettati di Trevisani qui