Se il calcio è fatto anche di numeri, la mente del tifoso è certamente composta prevalentemente di date. Gente che magari a fatica ricorda i compleanni dei figli e anniversari di matrimonio, puoi star certo saprà esattamente dov’era, con chi e cosa stava facendo in qualsiasi giorno giocasse la propria squadra. E nella testa di un romanista, il 30 maggio ha finito per diventare scarnificazione mentale. Ma non solo per una partita. Poteva bastare la prima e unica finale di Coppa dei Campioni a turbare i risvegli di un normale giorno di primavera. Dieci anni più tardi, però, ci si mese anche un’altra sconfitta. Quella sì, irrimediabilmente insanabile.

Cosa sia successo esattamente quella mattina del 30 maggio 1994, non lo sa nessuno. Ognuno si è dato la propria risposta, cercando di porre fine ai tormenti dell’anima più che alle razionali domande del cervello. Altri hanno solo voluto dimenticare gli ultimi passaggi di una storia che non avrebbe mai dovuto meritare un sipario simile. Perché era già abbastanza duro incassare quel colpo basso di una mattina di un giorno che sarebbe stato da cani, in un lunedì rotto dal suono della sveglia e da quello di uno sparo. Veniva da Castellabate quel rumore sordo. Era bastato un attimo per portarsi via Agostino Di Bartolomei. Pochi secondi per cancellare tutta quella grandezza. Esattamente dieci anni dopo una finale che non c’entrava niente, ma si sommava ai tormenti di una tifoseria costretta a piangere il capitano che più di tutti l’aveva resa grande. Non solo con i piedi.

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“Grande quanto il cielo” titola oggi Il Romanista.

 

Ago era i silenzi rumorosi dell’anima romanista, l’umiltà e la schiena dritta della fierezza di chi la squadra se l’era scelta per il peso del cuore e non per quello della bacheca. Probabilmente perché anche quel capitano aveva fatto lo stesso. 1968, Agostino è ancora un tredicenne che col destro si diverte a lacerare la rete del campo OMI, a Tor Marancia, dove è nato e cresciuto. Lo vuole il Milan e solo un pazzo direbbe di no ai campioni d’Italia. Ago non è pazzo, ma rifiuta. Con garbo, ma dice di no. Per lui doveva esserci solamente la Roma.

 

Ci sarebbe stata la maglia giallorossa e appena poco dopo quel rifiuto alle sirene rossonere. Aveva saputo aspettare Agostino, ed era stato premiato. Quella maglia non poteva essere solo questione di destino. Di Bartolomei inizia a vestirla nel settore giovanile, alla corte di una signore che ai ragazzi aveva scelto di metterne al servizio esperienza e carriera: Antonio Trebiciani. Nel ’72 i due si incontrano, in Primavera, e per quest’ultimo è più o meno una folgorazione. Ne ha tanti di giovani interessanti, soprattutto Francesco Rocca, un terzino destro che quando accende la gamba brucia la fascia. Già, ma Ago è un’altra cosa. Ha ancora diciassette anni e pensa già come un uomo. Non può essere un caso se l’esordio tra i grandi arriverà poco dopo.

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Ago nel ritiro estivo prima della stagione 74-75. (Wikipedia)

22 aprile 1973, Inter-Roma. Il presidente Gaetano Anzalone da appena due settimane ha sostituito Helenio Herrera proprio con Trebiciani, per condurre in salvo una nave in fase di pericoloso stallo nelle acque torbide della salvezza. Per il neo tecnico è l’occasione giusta di svezzare quel ragazzo con cui è destinato a conquistare lo scudetto Primavera. Agostino conosce la Serie A sotto gli occhi di San Siro, costretto a non far sentire il peso delle assenze di Ciccio Cordova e Sergio Santarini. Ma degli assenti non se ne accorge nessuno. Finirà 0-0, con un punto d’oro tanto quanto il proprio peso salvezza. Ai tre fischi del signor Gonella, Ago abbraccia Ginulfi e Scaratti come fosse un veterano.

È l’inizio di tutto, non a caso appena un giorno dopo il Natale di Roma: è nato qualcosa destinato a guadagnarsi quel previlegio dell’immortalità concesso solo a pochi. Chi ancora fatica a capirlo, inizia a ricredersi la stagione successiva, quando ormai in panchina è arrivato Manlio Scopigno. Per il filosofo che ha portato lo scudetto a Cagliari, Agostino Di Bartolomei è già pezzo pregiato di cui non privarsi. E infatti lo lancia titolare il 7 ottobre, alla prima di campionato, con la 10 sulle spalle. Ago non solo gioca bene, ma nel finale trova anche la sua prima gioia personale. Cross di Domenghini, taglio puntuale e destro a incrociare sul secondo palo. Non è solo il gol numero uno in Serie A, ma anche la rete decisiva per battere il Bologna e incamerare i primi due punti stagionali. Peccato la storia non abbia deciso di seguire il suo regolare corso. La Roma inizia a balbettare e Scopigno dura poco: il derby del 9 dicembre gli è fatale e in panchina viene chiamato Nils Liedholm.

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Con il Barone.

 

Ma con il tecnico col quale avrebbe scritto la storia, per Ago non è subito amore. Per il resto della stagione gioca poco, lo fa molto di più l’anno successivo ma quando arriva giugno la decisione è quella di andare a fare esperienza fuori da quella città nella quale vuole scrivere le proprie pagine calcistiche. Agostino va in B, a Vicenza, dove intanto è arrivato Scopigno, che di quel ragazzo non si è mai dimenticato. E infatti gli regala 33 presenze, che Di Bartolomei ripaga con prestazioni e 4 gol. È un esilio necessario e salutare, perché nel ’76 viene richiamato a Roma, dove finalmente il destino può compiersi. Perché il ragazzo non ha più le spalle strette. Ago diventa titolare nell’ultimo anno della prima era Liedholm e da quel campo non metterà più piede fuori.

 

È lento, ma pensa più veloce di tutti. E tira più forte di tutti, perché quel destro ci mette poco a essere ribattezzato il tritolo di Tormarancia, che esplode anche in un giorno decisamente non a caso. 9 gennaio ’77, Roma-Sampdoria, la nascita del Commando. L’espressione più passionale di quei tifosi che Di Bartolomei differenzierà per sempre da tutti gli altri. Perché “esistono i tifosi, e poi esistono i tifosi della Roma”. Perché la foto di quei tifosi Ago se la porterà per sempre nel portafogli, stretta a quella dell’altro amore della sua vita, Marisa, con la quale si era conosciuto una sera e avrebbe sposato lontano dai riflettori, a Londra, senza dire niente a nessuno. Ma non per supponenza, solo per discrezione. La presunzione non rientra nei requisiti, la riservatezza sì. Romano atipico? No, “perché non è vero che il romano sia un allegrone: è soprattutto triste perché è consapevole della sua decadenza dai tempi in cui dominava il mondo ad oggi”. Lo sapeva bene Agostino, che divorava anche i libri der Belli e der Trilussa. E soprattutto quando parla lo sa fare. Con stile, ma colpisce dritto chi lo sta ad ascoltare. Altrimenti basta lo sguardo e chi deve capire lo fa senza bisogno di parole. Essenziale Ago, il ragazzo semplice che vive di cose semplice. Quello che non vuole lo si ringrazi: “sono io che mi sento grato a voi. A fine partita lasciate che sia io a battervi le mani”.

 

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Ooo Agostino! Ago-Ago-Ago gol!

 

Però gli applausi si iniziano a sprecare, soprattutto quando Dino Viola diventa presidente e riporta in panchina Liedholm. Con Agostino diventa in poco tempo una pagana trinità. Nel nome di chi ha deciso di ridare successi alla Roma. A maggio del 1980 arriva il primo trofeo, la Coppa Italia. Per conquistarla ci vogliono i rigori e Ago il suo finirà pure per sbagliarlo. Dal dischetto fallirà anche l’anno successivo, sempre contro il Toro, ma questa volta al Comunale. E pensare che era stato proprio lui a portare la Roma agli undici metri, col gol che nei tempi regolamentari aveva pareggiato il momentaneo 1-0 di Cuttone. Però la sorte è strana e quella Coppa Agostino finirà veramente per alzarla, per la prima volta da capitano, perché a presentarsi dagli undici metri era stato quel Falcao su cui sarebbe per sempre pesato un rifiuto di due anni più tardi.

 

Ma lì, quel 17 giugno evidentemente così particolare, del 1981, come finirà la storia ancora non lo sa nessuno. Neanche Agostino, che diventa definitivamente capitano per l’addio di Sergio Santarini e la Roma continua a guidarla in campo e fuori. Il sogno è lo scudetto, raggiungerlo un’evasione da quella che Dino Viola definisce la prigionia. E le catene finirà per spezzarle anche Ago, l’8 maggio ’83. È suo il cross perfetto per la testa di Roberto Pruzzo. Come suo era stato il gol decisivo a Pisa, all’indomani di una sconfitta con la Juventus che aveva fatto ricadere Roma nella paura. E la botta su punizione contro l’Avellino, una settimana prima di Marassi: il solito destro da fuori, poi in ginocchio sul prato dell’Olimpico. I pugni al cielo e Carlo Ancelotti a stringerlo in un abbraccio che ormai voleva dire vessillo.

 

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Con er Sor Carletto Ancelotti.

 

Sarebbe potuto esserlo anche la stagione seguente, ma la testa romanista era troppo proiettata a quella Coppa dei Campioni che si sarebbe potuta giocare in casa. Come se arrivarci sarebbe stata una passeggiata. Lo fu almeno fino alla semifinale, quando la Roma si ritrovò a dover rimontare due gol al Dundee. Però il destino quel suo disegno ce l’aveva chiaro in mente e ad Ago diede l’onore di sancire il definitivo sorpasso, al ritorno, e poi guidare all’assalto del Liverpool una squadra che sapeva già avrebbe dovuto lasciare. Sarebbe stato il passo d’addio ideale, soprattutto per quel rigore, il primo. Lo stava per battere Ciccio Graziani, ad Agostino bastò incrociare lo sguardo del Barone. Si riprese il pallone, corse più veloce del vento. E il portiere lo fece passare.

La storia si chiuse un mese più tardi, il 26 giugno. Finale di Coppa Italia, ritorno all’Olimpico. Autogol di Ferroni, mentre in Sud capeggiava l’ultimo atto d’amore. Perché ad Ago avevano tolto la Roma, non la sua Curva e neanche la sua gente, verso la quale alzerà l’ultima coppa, prima di partire in direzione Milano. Questa volta ai rossoneri non si poteva dire di no.

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“Ti hanno tolto la Roma, non la tua curva” recita uno striscione in Sud il giorno di Roma-Verona, ultima partita all’Olimpico per Ago.

 

Al Milan tre stagioni, poi Cesena e la scelta di terminare la carriera a Salerno, dove ormai preparava il dopo carriera. Ci passa due anni in granata, finendo con la promozione dalla C1 alla B. Lo imponeva il senso del dovere. Cosa sia successo dopo è mistero. Forse lo sa solo Agostino. Da Trigoria non lo chiamano, il mondo del calcio si volta dall’altra parte. E Di Bartolomei è uomo vero, macchia bianca in un mare di mezzucci e mezze persone. Il 30 maggio 1994 se lo porta via un colpo di pistola. Nessun perché lenirà mai le ferite.

 

Se a un tifoso della Roma chiedi quando è nato il figlio forse devi aspettare un po’ per avere risposta. Se gli chiedi dove fosse il 30 maggio, ti racconterà due storie. Entrambe tristi ma infarcite di orgoglio. Come gli occhi di Ago, apparentemente velati. Come quel capitano silenzioso e coraggioso, che non si era mai nascosto davanti a niente. “I veri capitani possono morire o anche scegliere di morire, ma dimenticarli è impossibile”, scriverà anni dopo Gianni Mura. Forse Agostino aveva solo scelto di diventare Leggenda.