Il calcio non è mai stato soltanto uno sport. In molte zone del mondo è vissuto come un fenomeno di massa, in grado di riversare negli stadi decine di migliaia di persone. In alcuni paesi la squadra o le squadre di una città rappresentano qualcosa che va al di là della mera compagine sportiva, tanto da racchiudere dietro il proprio simbolo fattori storici e identitari ben radicati nel territorio in cui sorgono. Questa diffusione popolare e sociale del calcio si è sviluppata soprattutto nel continente europeo e in America Latina, dove troviamo tradizione calcistiche definite – quasi magiche -, che aldilà dei 90 minuti in campo si vivono quotidianamente in numerosi contesti cittadini, dai murales nei quartieri più caldi alle testate giornalistiche che si occupano di una specifica realtà. Questo fenomeno ha portato con sé la necessità di costruire stadi imponenti che andassero a soddisfare la richiesta di partecipazione dei sostenitori dei club più seguiti. Così, in tutto il mondo, sono stati costruiti centinaia di templi del calcio incastonati – come gemme – all’interno del paesaggio urbanistico, come fossero monumenti. Il tempo, le narrazioni e i miti li fanno diventare tali. Uno dei più imponenti, classificato tra i dieci stadi più grandi del mondo, è lo stadio Azteca di Città del Messico che oggi ospita la squadra sudamericana del Club America e la maggior parte delle partite della nazionale messicana.

Il settore Nord dell’Azteca, dove spicca lo stemma del Club America

La volontà di costruire questo stadio nasce dalla necessità di far sorgere una struttura per accogliere la XIX Olimpiade nel 1968, di cui il Messico era paese ospitante. I lavori per la realizzazione dell’impianto partirono cinque anni prima e terminarono nel 1966 dopo circa 27.000 ore di lavoro da parte degli addetti alla realizzazione. I materiali utilizzati per strutturarlo furono centinaia di tonnellate di rocce laviche (presenti in quelle zone a causa di un’antica eruzione), cemento e ferro. Architettonicamente l’Azteca si presenta con una forma ellittica e si sviluppa su tre anelli completamente coperti ai quali si accede da ben 127 tunnel. La precisione del team di esperti che ne ha diretto i lavori capitanati dagli architetti Pedro Ramirez Vasquez e Rafael Mijares, che gestivano un corpo lavorativo composto da 10 architetti, 34 ingegneri, 15 tecnici e circa 800 operai, ha realizzato una disposizione dei posti a sedere tale per cui anche dalle postazioni più alte si gode di un’ottima visibilità sul campo. Un impianto così imponente non poteva essere utilizzato esclusivamente per le Olimpiadi del 1968. Sono state molte le pagine sportive e in particolar modo calcistiche scritte all’interno di questo gigante messicano. Già la partita inaugurale che vide sfidarsi in campo il Club America e il Torino lasciò il segno, non tanto per l’agonismo in campo, quanto per la cornice di pubblico da record composta da oltre centomila spettatori. Dopo i giochi olimpici del 1968, l’appuntamento con la storia ci porta alla finale dei mondiali di Messico 1970 che sancì la vittoria del terzo titolo per il Brasile trascinato da Pelé, ai danni dell’Italia. I Verdeoro si imposero il 21 giugno con un rimbombante 4-1, nonostante il primo tempo si fosse chiuso in parità con un goal di Pelé che aveva trovato la risposta di Boninsegna. Nella ripresa gli azzurri non riuscirono a contenere i brasiliani che chiusero i giochi segnando tre gol in soli venti minuti. A detta di molti, l’Italia poteva ritenersi soddisfatta di quanto dato in campo, contro una squadra che nessuno riusciva a fermare e che aveva realizzato nelle ultime tre partite (quarti, semifinale e finale) ben 11 reti.

Targa commemorativa del "Partido del sieclo", Italia-Germania, esposta fuori dall'impianto

Targa commemorativa del “Partido del siglo”, Italia-Germania, esposta fuori dall’impianto

Un altro evento di quel mondiale, che sarebbe passato alla storia, andò in scena nello stadio messicano. Si tratta della sfida in seguito incoronata “Partita del Secolo” che vide come protagoniste Italia e Germania Ovest nella semifinale del torneo. I novanta minuti si conclusero in parità, dopo che l’Italia aveva gestito il vantaggio per tutta la partita, con un insolito 1-1; insolito perché la Germania riacciuffò il pareggio al minuto 92 in un periodo in cui gli arbitri non concedevano quasi mai minuti di recupero. Il gol ad opera di Schnellinger venne accolto con incredulità dal telecronista italiano Nando Martellini che al fischio finale dei tempi regolamentari ebbe qualcosa da ridire nei confronti dell’arbitro per il recupero concesso:

“Questo Yamasaki! Due minuti e mezzo dopo la fine del tempo regolamentare”.

Si andò ai supplementari sull’uno pari. La Germania Ovest passò subito in vantaggio, ma l’Italia trovò prima il pareggio e poi il 3-2 con Riva. Sembrava chiusa, ma sei minuti più tardi Muller riporta il risultato in parità, finché al minuto 111 Rivera la chiude sul 4-3 e l’Italia vola in finale. Il ricordo di quella spettacolare e rocambolesca partita ancora oggi è vivo grazie ad una targa che ne rievoca la spettacolarità all’interno dell’impianto. Successivamente a Messico 70, lo stadio venne utilizzato per i mondiali del 1986 conquistati dall’Argentina. L’Azteca ospitò sia la finale in cui l’Argentina si impose sulla Germania Ovest per 3-2, sia la memorabile vittoria sempre dell’Argentina sull’Inghilterra, in cui fu realizzato il gol passato alla storia come “la mano de Dios” di Maradona. Il Pibe de Oro arrivò a quel mondiale a livelli ottimi. In campo aveva una, se non due marce in più rispetto a compagni e avversari. In una circostanza cruciale per continuare il cammino verso la finale, l’astuzia superò la tecnica. La partita è Argentina-Inghilterra, quarti di finale del mondiale. Il numero 10 argentino (51′) si lancia su un disimpegno inglese ai danni di Valdano deviato in malo modo dalla difesa, anticipa l’uscita del portiere Peter Shilton e porta l’Argentina in vantaggio. Appena la palla termina in rete, Maradona esulta per un goal che telespettatori e presenti sugli spalti pensavano fosse stato realizzato di testa, mentre tutta la difesa inglese va a protestare per un presunto fallo di mano di Maradona; ma l’arbitro è irremovibile e concede la rete. Oggi sappiamo che la difesa inglese aveva pienamente ragione e a dir la verità i difensori non furono gli unici a vedere il tocco di mano di Maradona. Anche il telecronista Victor Hugo Morales si accorse in diretta del gesto più incredibile della storia del calcio, ma non ebbe tempo di commentarla per intero, perché esplose in una esultanza di gioia che ancora oggi risuona tra i ricordi di quel giorno. Se l’uno a zero era stato opera di ingegno, per il raddoppio Maradona regala un capolavoro di tecnica, velocità e precisione che ancora oggi non ha eguali. Il 10 argentino prende palla all’altezza del centrocampo; inizia la sua corsa verso la porta inglese con la palla incollata ai piedi, salta uno, due, tre avversari, arriva davanti al portiere inglese, salta anche quest’ultimo depositando la palla in rete, per poi lasciare tutto il mondo a bocca aperta. Undici tocchi di Maradona ed è 2-0. A poco servirà il goal inglese per accorciare le distanze. Il destino era già scritto, quel mondiale è dell’Argentina, quel mondiale è di Maradona. Con oltre 50 anni di storia, l’Azteca rimane ancora oggi uno dei più imponenti templi del calcio. I ricordi de la mano de Dios come quelli di Messico ’70 altro non sono che memorabilia da conservare gelosamente, per un popolo ricco di leggende e dal passato astrologico. Aspettando che le stelle tornino a danzare come ai tempi del Secolo breve.