“Didi: È difficile vivere con te, Gogo.

Gogo: Sarebbe meglio lasciarci.

Didi: Dici sempre così. E ogni volta ritorni”. [Aspettando Godot, Samuel Beckett]

 

Didi è il tifoso genoano. Gogo è il Genoa. Dopo un’annata calcistica del tenore di quella appena conclusasi – niente di nuovo sul fronte occidentale, se vogliamo anche tirare in ballo Remarque –, la tentazione di non rinnovare l’abbonamento in Gradinata è forte, fortissima; aggiungendo poi le ventilate misure anti-Covid (che cadrebbero a fagiolo per ogni questura, anche in assenza di virus, ma questo è un altro discorso), allora forse davvero potrebbe essere la volta buona. Se però gli impianti saranno infine fruibili il ligure della sponda rossoblù del Bisagno, come al solito, rinnoverà. Striscerà ancora la carta al Genoa Store e pagherà i 210 euro, al netto del voucher per le partite perse da marzo, che gli daranno la possibilità di continuare ad imprecare ogni maledetta domenica.

 

 

 


La stagione sportiva 2019/2020


 

Il bilancio sportivo dell’annata 2019/2020 del Genoa, al netto delle vicissitudini causate dal Coronavirus, è ancora una volta deprimente. Solita salvezza conquistata all’ultima giornata (già meglio dello scorso anno, quando al salvataggio di Handanovic su Ucan vennero allertate le ambulanze ed accesi i defibrillatori di tutta la città), e il tremendo presentimento che questa potesse arrivare più per grazia del Parma e disgrazia del Lecce che non per merito del Genoa. Un finale di stagione raggiunto dopo che “il miglior presidente dal dopoguerra ad oggi” aveva testualmente dichiarato (maggio 2019):

“Non voglio assolutamente passare un altro anno così”.

Ad onor del vero l’annata sembra iniziare su basi diverse da quelle precedenti: un allenatore che si era fatto conoscere per aver espresso un buon calcio con l’Empoli, vale a dire Aurelio Andreazzoli; una rosa apparentemente completa in tutti i reparti impreziosita dall’ingaggio di un giocatore di altra categoria, Lasse Schöne; un buon avvio di campionato con un convincente pareggio 3-3 a Roma sponda giallorossa (il Genoa perdeva all’Olimpico da 13 stagioni consecutive, ultima vittoria nel 1990) seguito da una grande prestazione al Ferraris contro la Fiorentina (2-1 ma risultato stretto).

 

 

Poi qualcosa si inceppa, la squadra alterna sconfitte a scialbi pareggi e dopo otto giornate il patron decide di sostituire Andreazzoli con Thiago Motta, che arrivava dagli under 19 del PSG. Dopo aver vestito la casacca rossoblu da calciatore nel 2008/2009, il giovane tecnico torna al Genoa con idee rivoluzionarie e un calcio spumeggiante, si pensi al 2-7-2 dato in pasto ai giornalisti, che dura esattamente una partita, il 3-1 casalingo al Brescia. Sarà l’unica gioia in nove partite di campionato, a cui si somma la faticosa vittoria in Coppa Italia contro l’Ascoli. Giocoforza, mancando sia gioco che risultati, la panchina viene affidata a Davide Nicola, altro ex da calciatore, che raccoglie una squadra ed una tifoseria con il morale a terra ed all’ultimo posto in solitaria.

 

Per capire cosa c’è che non va con l’attuale narrazione sportiva, schiava della chiacchiera, della curiosità e dell’equivoco, basta riprendere i titoli e le prime pagine seguiti al primo successo di Thiago Motta sulla panchina del Genoa (Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

 

 

Il calciomercato di riparazione non sembra presagire nulla di buono, con gli ingaggi di cinque “ex” come Perin, Behrami, Masiello, Iago Falque e Destro che, tolto il primo, non hanno entusiasmato; poi arrivano l’esperto difensore Soumaoro dal Lille, il centrocampista Eriksson dal Göteborg (mai giocato un minuto) ed il secondo portiere Ichazo dal Torino.

“Estragone: Che albero è?
Vladimiro: Un salice, sembrerebbe.
Estragone: E le foglie dove sono?
Vladimiro: Dev’essere morto.
Estragone: Finito di piangere.”

[Aspettando Godot, Samuel Beckett]

Sì, a gennaio i genoani hanno già finito di piangere. La promessa di una stagione tranquilla è ormai un ricordo, il primo derby è già stato perso e di lì a poco gli sarebbe pure stato tolto il sacrosanto diritto a vedere la propria squadra perdere dal vivo! Così come a contestare il presidente Preziosi, per buona parte della tifoseria organizzata la causa principale di questo declino ormai decennale.

 

 

 


La gestione Preziosi e la frattura con il tifo


 

Circa un anno or sono analizzavamo la situazione della società a gestione Preziosi, ed il quadro che ne usciva non era un Canaletto, semmai un Monet a detta dei primi critici: impressionante. A 12 mesi di distanza la situazione non è cambiata. I conti, nonostante le roboanti plusvalenze ottenute (soprattutto con la cessione di Piątek al Milan), sono sì migliorati ma per nulla rosei; la reputazione della squadra più antica d’Italia è ai minimi storici (praticamente tutto lo stivale tifava per il Lecce) tra i tifosi e gli addetti ai lavori.

 

 

Continuano le denunce degli stakeholders del Genoa di non venire pagati, come nel caso dei trasferimenti di Filip Jagiello e Lukas Lerager o, ultimo, l’intermediario della cessione di Adama Soumaoro che, guarda caso, dopo aver giocato delle ottime partite prima della sosta forzata è letteralmente sparito; la tifoseria organizzata è ancora in contestazione e la frattura fra essa ed i “preziosiani” è ormai incolmabile; infine, forse la cosa più grave di tutte, il tifoso genoano inizia a non riconoscersi più nel Genoa, facendo fatica a mantenere la simbiosi verso quei colori che lo accompagna fin dalla nascita.

 

Una delle ultime proteste contro la proprietà, poco prima della chiusura degli stadi (9 Febbraio 2020, Genoa, Foto Paolo Rattini/Getty Images)

 

 

Il Genoa ha perso la propria genoanità e questo lo sa bene anche la dirigenza che, per cercare di salvare la stagione, si è affrettata a prendere giocatori che la casacca rossoblu l’avevano già vestita così come gli ultimi due allenatori. A proposito, il momento più bello dell’ultima giornata è consistito proprio in una dimostrazione di “genoanità”: il mister Davide Nicola ha indossato a fine partita una maglietta con stampata una sua foto da giocatore con il figlioletto, poi tragicamente scomparso a 14 anni, mentre festeggiava sotto la Nord un derby vinto 2-0 con il professor Scoglio in panchina. Quella foto era stata consegnata a Nicola dai tifosi al suo arrivo come tecnico, un’immagine che lo stesso allenatore non ricordava gli fosse stata scattata.

Questa volta invece la Nord è desolatamente vuota, e forse ciò amplifica la commozione e la gratitudine. Salvare questa squadra è stata un’impresa titanica, alla Ballardini, ma lui ce l’ha fatta; con una rosa che ormai, tra infortunati e demotivati, era veramente decotta.

Si pensi alla formazione anti-Verona, schierata l’ultima giornata: portiere (Perin) e difensore centrale (Romero) della Juve; due trentaquattrenni quasi a fine corsa (Zapata e Masiello) a completare la linea difensiva; due centrocampisti le cui squadre di provenienza lamentano di non essere state pagate (Lerager e Jagiello); un giramondo svizzero/kosovaro (Behrami) a fine carriera; un trentenne mestierante danese (Ankersen) come esterno; un trentaquattrenne capitano di ritorno (Mimmo Criscito); in attacco un paraguaiano in prestito (Sanabria) che non verrà presumibilmente mai riscattato e un calciatore vero (Pandev), fortissimo, ma la cui anagrafica sentenzia 37 anni.

 

 

Ed il resto della rosa annovera perenni infortunati, prestiti, ex-giocatori, Carneadi ed incompiuti. A queste condizioni non si intravede la possibilità di un “progetto” ma solo la speranza di imbroccare, come quasi sempre, degli sconosciuti che giochino bene qualche mese da rivendere a gennaio o a giugno, incassando una plusvalenza, pagando gli stipendi e presentando un bilancio incerottato ma che ancora permetta di iscriversi al campionato successivo; il tutto, in ogni caso, sempre senza la licenza UEFA (peraltro problema che si porrebbe solo arrivando tra le prime sei o sette) e con lo spettro di sentenze FIFA sfavorevoli sui vari trasferimenti non onorati.

 

Momenti davvero commoventi (Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

 

 

Quindi, dopo tutte queste considerazioni, il tifoso che fa? Aspetta un Godot. C’è chi attende la venuta di un oligarca russo, di uno sceicco saudita, di un magnate americano o di una multinazionale dell’intossicazione alimentare; c’è chi spera in un imprenditore di razza italica con la passione per il calcio; c’è chi sogna una cordata di qualsivoglia nazionalità, basta che allenti il cordone della borsa; c’è chi spera nel fallimento (una vera e propria Endlösung, piuttosto estrema) e nella successiva rinascita; c’è chi ha lasciato ogni speranza. E forse hanno anche ragione questi ultimi, tanto ormai il calcio è l’ombra di se stesso, con la mazzata finale del VAR che lo ha trasformato da sport per uomini a gioco per bambini viziati.

 

Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot, / dormo tutte le notti aspettando Godot. / Ho passato la vita ad aspettare Godot. Così cantava Claudio Lolli, e chissà se il Godot salva-Genoa arriverà mai.

 

 

 


Il Bilancio del Genoa Cricket and Football Club


 

Passiamo ora ad una sommaria analisi del bilancio della società “Genoa Cricket and Football Club S.p.A.” chiuso al 31/12/2019. Si precisa che i dati riportati sono fedelmente desunti dal documento depositato in Camera di Commercio – bilancio sottoscritto e presentato digitalmente dal notaio Federico Cattanei –, approvato dall’assemblea ordinaria dei soci in data 24 maggio 2020, deliberato all’unanimità con cinque astenuti (rappresentanti lo 0,0061% delle azioni). Il valore della produzione ammonta ad euro 154.103.536 con un incremento complessivo di euro 32.294.814 rispetto al 2018; se il dato relativo ai ricavi (biglietteria ed abbonamenti) registra una flessione di euro 419.873 per un totale di euro 4.178.573, si può evincere che il grosso degli incassi deriva da altre voci, le ben note plusvalenze ottenute sui calciatori.

 

 

Le plusvalenze, da codice civile, sono il risultato della differenza tra il prezzo di vendita di un cespite (o immobilizzazione, in questo caso immateriale, costituito dai calciatori) ed il suo valore contabile al netto degli ammortamenti (l’ammortamento è il procedimento contabile di ripartizione su più esercizi del costo di un bene immobilizzato). In italiano: se si acquista un calciatore a 10 milioni, ed ogni anno lo si ammortizza del 20% (cioè di 2 milioni), dopo due anni il valore contabile è di 6 milioni; rivendendolo a 15 milioni si ottiene una plusvalenza di 9 milioni.

Il dato di questo valore contabile per l’anno 2019 è stato di euro 79.648.829 contro euro 48.927.996 del precedente esercizio.

La tabella a pagina 35 di 47 esplicita nel dettaglio la genesi di tale cifra. Spiccano i nomi di Krzysztof Piątek (ceduto per 33 milioni, plusvalenza di euro 28.887.500), Cristian Romero (ceduto per 26 milioni, plusvalenza di euro 24.668.753), Eddie Salcedo (ceduto all’Inter per 8 milioni, plusvalenza di euro 7.840.909) e Alessandro Russo (un primavera ceduto al Sassuolo per 7 milioni, plusvalenza di euro 6.996.000). Gli altri sono Ionut Radu (comprato dall’Inter e rivenduto all’Inter), Luca Zanimacchia (Juventus), Pina Nunes Nuno Henrique (Chievo Verona), Franco Ferrari (Napoli) ed ultimo Nicolas Spolli (ceduto al Crotone per soli euro 1.000).

 

 

Contribuiscono alla formazione degli ulteriori ricavi le voci relative agli incassi dai prestiti (euro 2.855.000) ed ai premi di valorizzazione e rendimento dei calciatori (euro 13.645.000). Naturalmente una grossa fetta è costituita dai diritti televisivi, che ammonta ad euro 40.521.095 (-2.663.857 rispetto al 2018). Nonostante un incremento dei costi (su tutti spiccano i + 6,8 milioni di stipendi e + 8 milioni di ammortamenti) di gestione, l’esercizio chiude finalmente in utile per euro 10.230.834 dopo anni di perdite. Il MOL (Margine Operativo Lordo, che indica l’andamento della gestione caratteristica) passa dai 29 milioni del 2018 ai 58 del 2019, ad indicare una miglior gestione economica dell’attività propria.

 

Enrico Preziosi in tribuna all’ultima di campionato contro il Verona, mentre osserva la sua squadra giocare contro il genero Miguel Veloso (Photo by Paolo Rattini/Getty Images)

 

 

Ma se il conto economico presenta dati migliori rispetto ai precedenti esercizi, la situazione patrimoniale rimane tesa. Il patrimonio netto infatti, nonostante l’utile, risulta negativo per euro 5.471.713. Per rimediare l’azionista di maggioranza, la Fingiochi srl, è intervenuta con un finanziamento di ca 2,4 milioni a cui ha rinunciato nel corso del 2020 convertendolo in patrimonio. Ulteriore “ossigeno” alle casse della società è arrivato con il mercato di gennaio 2020 dalla plusvalenza, quindi ancora non contabilizzata, di euro 6.850.000 derivante dalla cessione di Christian Kouamè alla Fiorentina (cifra che ancora non tiene conto dei futuri premi di rendimento previsti dal contratto di cessione). Il valore complessivo contabile dei 68 giocatori di proprietà ammonta a euro 70.468.420, in crescita di 4 milioni.

 

 

Da segnalare che finalmente, dopo anni, la società ha messo mano al portafoglio e speso 4 milioni in investimenti nel centro sportivo “Pio XII” o “Gianluca Signorini” di Genova Pegli, ristrutturandolo e realizzando due nuovi campi da gioco ed una palestra. Il capitolo però più scottante del bilancio 2018 era stato quello dei debiti. Nello scorso esercizio, in particolare, i debiti tributari ammontavano all’astronomica cifra di 58 milioni di euro, mentre i debiti verso altri a 130 milioni, per un totale (sommando fornitori, banche ecc) di euro 202.187.510.

A dodici mesi di distanza la situazione debitoria sarà migliorata? Andiamo a vedere.

La voce che più preoccupava era “debiti verso erario”, che al 31.12.2019 si è ridotta di euro 6.183.424, scendendo a “soli” euro 51.865.793. Preoccupa perché la bellezza di euro 35.875.769 sono rateizzazioni relative a tributi IVA e IRAP non corrisposti dal 2014, quindi inseriti nel medio/lungo termine. La società, a detta di quanto risulta nella Relazione sulla Gestione, ha chiuso per intero le posizioni relative agli anni di imposta 2015 e 2017, alleggerendo la sua spinosa posizione con il fisco.

 

 

In generale sono diminuite quasi tutte le voci relative ai debiti, soprattutto quelle verso “altri finanziatori” (debiti sorti per operazioni di factoring per anticipo crediti “autoliquidanti” concluse con le banche) per 15 milioni e verso la Lega Nazionale Professionisti per 20,6 milioni (presumibilmente riferibili agli acquisti di calciatori da squadre italiane, che la Lega anticipa ai cedenti), mentre aumentano di 15,4 milioni quelli verso società calcistiche straniere.

 

 

Complessivamente, tirando le somme, i debiti della società Genoa CFC ammontano ancora a euro 183.159.541, in calo di euro 19.027.969 rispetto al precedente esercizio. Sicuramente è un primo passo verso un lento miglioramento dei conti, ma quanti anni ci vorranno, di questo passo, per rendere appetibile questa gloriosa squadra ad un possibile compratore? Quanti calciatori dovranno ancora passare da Villa Rostan a firmare un contratto e magari mai calcare il terreno di gioco del Luigi Ferraris per poi essere venduti e realizzare una salvifica plusvalenza?

“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”.

 

Intanto la Superba aspetta il suo Godot.

 

 


In copertina la protesta in occasione di Genoa v Roma al Ferraris del 5 maggio 2019: lo stadio semi-deserto per mandare un chiaro messaggio al Presidente Preziosi. O tu o noi.