L'Inter di Inzaghi al tramonto delle narrazioni sul percorso.
Con un silenzio carico di significato, la coppia Caressa-Bergomi si faceva travolgere – analogamente all’Inter di Inzaghi – dalla straripante qualità del Paris Saint-Germain dopo il 4-0 di Kvaratskhelia. In quel silenzio, si nascondeva soprattutto l’imbarazzo di chi ha pompato i nerazzurri – e Inzaghi – con una narrazione sul “percorso”, sul “lavoro”, sulla giustificazione perenne di risultati non solo altalenanti, ma infine molto deludenti.
Perché val bene – spoiler: non va bene – perdere uno scudetto ai danni di una squadra nettamente inferiore a livello di rosa se poi vinci la finale di Champions League. Dannazione, la finale di Champions, il massimo riconoscimento per club: d’accordo! Ma se la finale poi la perdi – la seconda in tre anni, nonostante Marotta avesse parlato prima della partita di una squadra «più consapevole e matura» –, meglio la straperdi per cinque reti a zero (5-0), allora bisogna riformulare il giudizio sulla stagione, e più in generale sul famoso “percorso” di cui sopra.
All’ex allenatore della Lazio, da quando è arrivato, è stato riconosciuto – come sacrosanto che sia – di aver dato all’Inter un’impronta di gioco precisa, un’identità solida. Gli è stato riconosciuto di aver migliorato e non di poco una rosa di medio-alto livello, in assenza di nomi altisonanti. Senza di lui, si è detto ancora, Barella non sarebbe diventato questo Barella, Lautaro lo stesso, così Bastoni o Dimarco. Senza Inzaghi Calhanoglu avrebbe probabilmente smesso di giocare e gli aerei di volare. Viene quasi in mente quello straordinario passaggio di La Haine nel quale Hubert (interpretato da Hubert Koundé), con l’enfasi che si deve ad una sentenza di questo spessore, esclama:
«Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio».
Dopo mesi di narrazioni, di inconvenienti e pasticciacci brutti, perché vincere uno scudetto in quattro anni con la squadra nettamente più forte delle altre in Serie A è grave e non ci stanchiamo di ripeterlo, anche i tifosi dell’Inter ieri sera, forse per la prima volta, hanno avanzato dei dubbi verso questo progetto tecnico. L’Inter, con buona pace di Beppe Bergomi che a fine partita, vedendo il PSG festeggiare, applaudiva i nerazzurri perché “oggi hanno dato tutto” (sic!), non è la cenerentola del torneo.
L’Inter non è una squadra qualunque. Ha vinto la Champions League tre volte. Gioca a San Siro, uno stadio dove la mistica è ancora un elemento presente – vedi il ritorno col Barcellona. Ha una squadra forte, con meno soluzioni del PSG dalla panchina, certo, ma non per questo tale da vedere sul campo una differenza come quella vista ieri sera. Si dice che l’Inter sia arrivata spremuta all’appuntamento, ma è questo ciò che capita se tentenni sulla lotta scudetto perché le tue energie mentali sono tutte sulla Champions, è questo ciò che accade se affronti la finale del derby di Supercoppa (2-3 Milan, di rimonta) in quel modo o la semifinale (persa sempre contro i rossoneri al loro peggior anno da un decennio abbondante) in quell’altro.
I risultati hanno un valore solo quando parliamo di Allegri, Conte e Gasperini, o valgono anche quando parliamo di Inzaghi?
L’unico (o uno dei pochissimi) ad aver detto le cose come stanno è Paolo Di Canio. Un mese fa, prima che lo scenario della finale Champions diventasse concreto e quando lo scudetto era ancora a portata di mano, l’analista Sky osava dire: “Io non calcolo la Champions perché poteva uscire anche agli ottavi, è un’occasione: l’Inter il campionato non dico che deve vincerlo a mani basse, ma deve vincerlo pensando a Milan e Juventus che si sono fatte fuori da sole e al Napoli che doveva recuperare 10 punti”.
In quella circostanza, Di Canio aveva anche ammesso che tutto sarebbe stato rimandando alla fine della stagione. Ieri parlava della possibile vittoria col PSG come unico rimedio alla macchia dello scudetto perso. Poi però: “L’atteggiamento è incomprensibile, inaccettabile. L’analisi psicologica dovrà farla Inzaghi, ma l’atteggiamento di Dimarco è stato inaccettabile sul gol del 2-0. Io metto tutto il corpo e non mi faccio portare via la palla, invece si è preso il secondo gol. Questa partita è devastante ed è figlia di un primo tempo che andrà analizzato, dal mio punto di vista è inaccettabile”.
Prendete le parole di Acerbi: “Siamo dispiaciuti ma non in modo clamoroso: erano ingiocabili, però anche noi ci abbiamo messo del nostro”. Da cosa dipendono queste frasi? Senz’altro dalla narrazione di cui sopra, che tende a giustificare qualsiasi cosa e a rendere impresa ed epos una partita che, se vinci (pensiamo alla sfida col Barcellona, ma anche al confronto col Bayern Monaco), evidentemente significa che potevi farlo.
Allora, delle due l’una: o l’Inter ha fatto un miracolo ad arrivare in finale di Champions (può definirsi miracolo farlo per due volte in tre anni?), ma allora ha ragione Di Canio nel dire che l’obiettivo doveva essere lo Scudetto prima e la Champions poi (come sogno, ciliegina miracolosa su una torta già preparata, appunto), o l’Inter non ha fatto un miracolo, ha ottenuto con merito questa finale e, in quanto seconda squadra (nella pratica) più forte d’Europa ha clamorosamente steccato in campionato, regalando lo scudetto al Napoli (per la seconda volta in tre anni, dopo quanto accaduto col Milan di Pioli).
I risultati vanno analizzati, non sono l’unico parametro: ma sono senza dubbio il parametro più importante di giudizio su una squadra che, lo ripetiamo, non è di piccolo cabotaggio, ma è un club storico, già vincitore di svariati titoli internazionali – nomen omen. Stamattina qualcuno si è svegliato. Noi, perdonateci l’onanismo, lo dicevamo da qualche mese. Luigi Garlando su Gazzetta scrive: «è stato compromesso il futuro di questo gruppo. Una figuraccia del genere disinnesca i meriti per essere attivati in fondo a tutte le competizioni e reclama dimissioni». Il Napolista ci va giù duro (possono permetterselo), citando l’Itaca di Kavafis: «Itaca ti ha dato il bel viaggio, / senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: / che cos’altro ti aspetti?». Eppure, infine, come ha scritto Maurizio Crosetti si Repubblica, «la lunga avventura [di Inzaghi] da zero tituli, per dirla come un illustre predecessore, lascia come ultima immagine quella di una squadra inesistente e inerme, spaventata e sfinita».
Una squadra che, per dirla con il nostro titolo, forse troppo evocativo, soffre di una volontà d’impotenza. Ricordate le dichiarazioni di Mkhitaryan fatte a febbraio? “Parlo per me: magari sapendo che siamo molto forti a volte scendiamo in campo non concentrati convinti di vincere lo stesso e poi paghiamo”. Non sono parole da poco, soprattutto se le si leggono a posteriori. Chi imprime una mentalità di questo tipo, pure inconsciamente? La dirigenza, certo, ma anche e soprattutto l’allenatore, in un club così importante come l’Internazionale.
È un discorso che si può fare al contrario per il PSG. Una squadra meravigliosa, con un progetto tecnico chiaro – da un paio d’anni, perlomeno – e un allenatore che prima di essere grande come tecnico è immenso come uomo. Anche ieri ha ricordato Xana, la figlia scomparsa nel 2019, ribadendo però che “lei c’è sempre, quando perdiamo e quando vinciamo”. Ieri, mentre i suoi ragazzi (età media 24 anni) alzavano la Coppa dalle grandi orecchie, riportandola in Francia dopo 32 anni (l’ultima era stata l’OM nel 1993), lui si girava verso i nerazzurri in maglia gialla (ci sarebbe da aprire un capitolo su questo) applaudendoli. Luis Enrique, che sa bene cosa significa il percorso, alla fine però porta i risultati, e può permettersi di sopportare un certo tipo di retorica. Non può farlo Inzaghi, non può farlo l’Inter. Soprattutto dopo ieri sera.