Calcio
24 Maggio 2025

Lo Scudetto di Conte, la sconfitta di Inzaghi

Il Napoli vince con merito l'ennesimo titolo perso dall'Inter.

Nessuno scudetto vale più di un altro, ma la nostra sensazione è che quello vinto dal Napoli di Conte sia addirittura più bello, perché ancor più sofferto e inatteso, di quello conquistato sotto Spalletti due anni fa. L’allenatore pugliese ha trasmesso a Napoli, quindi anche al Napoli, una mentalità quadrata, quasi laccata d’acciaio. Ha imposto sul sentimento molle di una città storicamente abituata al pianto collettivo una mano ferma, da vero condottiero. Laddove Spalletti ha vinto con l’estetica, Conte ha vinto con l’etica. La convinzione cieca nel lavoro, insegna Weber, può far credere di meritarsi l’elezione divina.

Conte, detto altrimenti, ha smentito (combattuto) qualsiasi pregiudizio nei confronti dell’ambiente. Non ci riferiamo – anche se certo, indirettamente pure – al rinnegamento pressoché totale della città nei confronti della scaramanzia, di tradizione millenaria da queste parti. Pensiamo invece, in campo manent, all’atteggiamento dell’undici di ieri sera contro il Cagliari. Hai voglia a parlare dei difetti della squadra sarda, che nei suoi limiti ha giocato con grinta e attenzione. Almeno fino al gol di McTominay, il miglior giocatore della stagione e senza dubbio uno dei migliori calciatori transitati in Serie A negli ultimi quindici anni. La sforbiciata dello scozzese, un gesto tecnicamente abbacinante e psicologicamente decisivo, ha sospeso per qualche minuto l’intera città.

napoli scudetto
Piazza Plebiscito ieri sera (foto Prima Tivvù)

Una ripresa aerea, impressionante, mostrava il Maradona già ribollente quasi calmo rispetto all’incandescenza delirante e mistica di Fuorigrotta e in generale della città che deve a Partenope le sue preghiere secolari. Come il canto della sirena, della cui morte ci parla Apollonio Rodio nelle Argonautiche, non servì ad ammaliare Ulisse, così ieri sera i canti dei tifosi napoletani, uniti in preghiera collettiva, non hanno distratto il Napoli di Conte. Il quale, pure comprendendo l’importanza emotiva dei momenti – vedi l’esultanza quasi tachicardica di McTominay, o l’esplosione della panchina azzurra al gol del raddoppio di Lukaku –, non si è mai scomposto.

La notizia del gol di De Vrij, che sbloccava la partita a Como, non ha intimorito il pressing degli azzurri. Non lo ha fatto vacillare neanche per un momento. In questo, ne siamo certi, è stata decisiva la spinta del Maradona, che già ad inizio partita ricordava – in una splendida coreografia – come il supporto dello stadio non sarebbe mai mancato: “Avanti scugnizzi”.

Certo è che il Napoli di Conte è anche qualcosa in più di questo. Non è, cioè, semplice passione, cuore, palle – termine particolarmente caro al capitano Di Lorenzo, come evidenziato nei festeggiamenti sul palco nel post-partita. È soprattutto, lo ripetiamo, mentalità. Conte ha fatto qualcosa di straordinario, instillando nei suoi giocatori – certo, molti di loro già vincitori di uno scudetto, due anni fa – la consapevolezza necessaria a perseverare nei momenti difficili, a resistere in quelli più ardui, rimanendo però solidi, ma sempre elettrici, nei momenti cruciali. Il Napoli non ha sbagliato neanche uno scontro diretto. Semmai, è stato sfortunato in molti finali di partita: pensiamo ai match contro Roma e Lazio all’Olimpico, o al match di Bologna. Potenzialmente 9 punti, sfumati per dettagli a poco dalla fine.

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Il Napoli caso serio e di serietà sul campo rimanda, di riflesso, alla lucidità di una dirigenza che ha saputo rimediare in pochissimo tempo agli errori commessi dopo la vittoria del terzo scudetto sotto Spalletti. De Laurentiis è stato (ri)definito un «rivoluzionario del calcio italiano», il sovvertitore di quella gerarchia imprenditoriale una volta settentrionale e oggi americana che, pur avendo preso il sopravvento in Italia (pensiamo a club come Roma, Milan, Juventus), non ha oscurato – semmai rafforzato – un altro e più artigianale modo di fare calcio – magari con meno soldi, ma con più idee e una gestione maggiormente oculata tra entrate e uscite. Manna, il ds, ha fatto grandi cose al primo anno, oscurando Giuntoli – il cui cammino sembra inverso.

Infine, perché si vince anche grazie alle debolezze altrui, si deve sottolineare l’ennesimo suicidio sportivo dell’Inter di Inzaghi, diventata quasi esperta – passi lo scudetto di due anni fa, ma ricordate quello vinto dal Milan di Pioli? – nel perdere i titoli per eccessiva supponenza. Su Tuttosport, stamattina, si mette giustamente in questione la permanenza dell’allenatore piacentino per un’altra stagione. Decantato come un tecnico eccezionale, sempre al passo coi cambiamenti tecnico-tattici del calcio liquido in continua evoluzione, la verità dei dati offre un quadro contraddittorio.



Inzaghi, con la rosa più forte di tutti – checché ne dicano i Bergomi di turno; altrimenti come ci arrivi in finale di Champions due volte in tre anni? – ha raccolto decisamente poco (due coppe Italia, due Supercoppe, numeri che aveva già fatto alla Lazio per intenderci, e un solo Scudetto). Sicuramente molti calciatori sono cresciuti con e grazie a lui, ma se c’è una cosa che Inzaghi non ha instillato nei suoi – a differenza di Conte, ad esempio, e in appena una stagione – è proprio il senso della vittoria, la mentalità vincente che ti fa avvertire il pericolo, mettendo tra parentesi quella superficialità (2-2 a Parma, 2-2 con la Lazio, 0-1 con la Roma, 0-1 col Bologna, per non citare che le ultime) che poi – come è stato – rischia di cancellare grandi partite (ad esempio lo 0-2 a Bergamo del 16 marzo, quando l’Inter sembrava ormai in pieno possesso del titolo).

Conte ha smontato i pregiudizi sul Napoli togliendo certezze all’Inter, che rischia così di trovarsi a fine stagione con un pugno di mosche tra le mani. Vincendo contro il PSG potrebbe anche lei, come Ulisse con Partenope, ignorare il canto della sirena. O, come una variante del mito ci indica, trovarsi imbambolata, attratta ma pure impaurita, al suo cospetto. In questo caso, la nave affonderebbe. Inzaghi non sarebbe più quel grande allenatore che tutti dicono, Marotta e Zanetti dovrebbero interrogarsi sul proprio lavoro. E una nuova alba, nel nome di Napoli sopra tutti, sorgerebbe come un bagliore improvviso. Ma forse non del tutto inatteso.

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