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Estero
7 Luglio

It’s (not) coming home

Emanuele Meschini

13 articoli
Storia controculturale dell'inno calcistico inglese per eccellenza.

Se c’è qualcosa che negli ultimi anni è stato spesso usato in senso avverso nei confronti dell’apertura e dell’inclusione verso l’altro, è il concetto di origine legato alla costruzione dell’identità personale e/o di rivendicazione territoriale. Proprio il tema del territorio è stato poi ulteriormente declinato attraverso il concetto di casa, “essere a casa” e “sentirsi a casa”; partiamo dunque proprio dalla casa, home.

Il coro che ormai sta accompagnando l’Inghilterra da quasi trent’anni, It’s Coming Home, durante questo Europeo ha assunto lo status di litania trasfigurante diventando un vero e proprio inno, qualcosa in cui ci si riconosce e dietro al quale si avanza compatti. All’anagrafe, per così dire, il vero nome di It’s Coming Home è Three Lions (Football’s Coming Home) ed è stata scritta da David Baddiel e Frank Skinner su musica dei Lightning Seeds e Ian Broudie, in occasione di quello che ad oggi può essere definito come uno dei campionati europei più iconici di sempre, vale a dire Euro ‘96.


L’inno dei tifosi più celebre tra le nazionali

Piccola premessa sugli autori del testo. Baddiel e Skinner sono due attori-presentatori-comici che, sullo stile della Gialappa’s (tanto per darci un corrispettivo italiano), non solo scrissero il testo di Three Lions ma condussero anche il programma televisivo che accompagnò l’Europeo inglese. In realtà quello del ’96 è stato l’ultimo anno del loro programma Fantasy Football League, ispirato fin dal titolo al fantacalcio e andato in onda sulla BBC a partire dal 1994; visto il successo del duo però, il programma avrà altri due speciali legati al Mondiale del 1998 e all’Europeo del 2004.

Il format era semplice ed efficace: humor britannico ambientato in un piccolo studio arredato come fosse la stanza di un tifoso dodicenne. Tra bandiere, cartonati di Gareth Southgate, biliardini e subbuteo, Baddiel e Skinner commentavano quanto succedeva nelle partite mostrando video che, alla luce dei loro commenti, si rivelavano assurdi e comici.

La geniale réclame di Specsavers (via Twitter)

Alla vigilia di Euro ’96, la Football Association chiese al cantautore dei Lightning Seeds Ian Broudie – chitarrista dei Big in Japan ma anche produttore per gruppi come Echo & the Bunnymen – di comporre la canzone, il main theme, che avrebbe accompagnato la Nazionale durante la competizione. Fin da subito Broudie rifiutò la proposta avanzata dalla FA di far cantare i calciatori allontanando anche ogni velleità nazionalistica (Englandistic) e precisando che il testo avrebbe dovuto parlare dell’essere tifoso; il che, secondo Broudie, significa partire sconfitti al 90%. Così, dopo aver scritto la musica, Broudie stesso decise di affidare la scrittura del testo a Baddiel e Skinner.



Nello specifico il testo, sullo stile dei due comici, celebra una sorta di failure culture e la visione da loser del calcio stesso. Parole né celebrative né apertamente nazionalistiche ma che, pur rappresentando un aspetto tipico della cultura calcistica inglese – basti pensare alla celebre frase di Febbre a 90° “noi non supereremo mai questa fase” – esprimono un tema che negli ultimi anni ha iniziato ad assumere una piega quanto meno critica: la melanconia.

Tutto il testo è infatti giocato sul ricordo di un passato glorioso, che da solo è in grado di tenere in vita le attuali speranze: “Three Lions on a shirt / Jules Rimet still gleaming / Thirty years of hurt / Never stopped me dreaming”. I Tre Leoni sulla maglia, la coppa Rimet del 1966 che ancora brilla e, nonostante 30 anni di delusioni, si continua a sognare.

Everyone seems to know the score

They’ve seen it all before

They just know / They’re so sure / That England’s gonna throw it away

Gonna blow it away / But I know they can play / ‘Cause I remember

Three Lions

Tutti sembrano conoscere il risultato perché l’hanno visto accadere già diverse volte. Loro lo sanno e ne sono sicuri: l’Inghilterra butterà via tutto. Il fatto che proprio quella canzone, e nessuna altra, sia diventata un inno al punto da modificarne (leggermente) il testo per ogni edizione dei Mondiali a seguire, ci deve far compiere un passo indietro per analizzarne meglio le radici.


IL CONTESTO


Partiamo dal contesto. A metà anni ’90 l’Inghilterra è il fulcro dell’Europa, tanto che si parla di Cool Britannia. Da un punto di vista musicale il fenomeno del Brit Pop (definizione comprensiva di troppe cose che però qui per ovvie ragioni non possiamo decostruire) si afferma con un fascino ed una forza popolare che non si vedevano dai tempi dei Beatles.

Per essere chiari, l’Inghilterra è una culla musicale senza soluzione di continuità, ma il punk degli anni ’70, la New Wave degli anni ’80, la subcultura skinhead roots reggae della Trojan Records e lo stupendo 2 Tone Ska di Coventry non hanno mai avuto un successo nazional-polare nemmeno paragonabile a quello degli Oasis e soci. Nella prima metà degli anni ’90, a prendersi la scena nazionale e globale sono contemporaneamente la band mancuniana, i Blur e Verve; intanto anche la letteratura “indie” anglosassone conosce una nuova età dell’oro, mentre allo stadio di diffonde l’estetica inglese e nelle discoteche l’amore tossico per le droghe sintetiche.

Londra, cuore pulsante delle sottoculture britanniche

Irwin Welsh (non dite ad un supporter sfegatato dell’Hibernian che l’ho messo in una lista di “best of” inglese) e John King con la sua trilogia (Fedeli alla tribù, Cacciatori di teste e Fuori casa) aprono la strada a quella che sarà poi un vero e proprio un genere artistico per gli anni a venire. Il 1996 è infatti l’anno di Trainspotting di Danny Boyle, tratto dall’omonimo romanzo di Welsh del 1993.

Dallo stretto contesto socio-culturale nascerà lo stile di Guy Ritchie (Lock and Stock; The Snatch, Rock n Rolla, etc…) e l’immaginario stereotipico di un certo tipo di Inghilterra criminale, con la tuta acetata e le scarpe dell’Adidas, i cui personaggi parlano uno slang cockney talmente marcato, da rendere imprescindibili i sottotitoli. Così, nel 1996, quel tornare a casa significa innanzitutto eleggere una casa, ovvero cristallizzare quel particolare  momento di gloria di metà anni ’90 in cui lo splendore di Albione è sotto gli occhi di tutti. Proprio qui nasce il problema della melanconia.

Per un’Inghilterra che oggi è impegnata sui temi dell’inclusione e dell’uguaglianza, non sembra strano che quella casa “costruita” nel 1996, a cui tornare oggi, sia una casa essenzialmente, se non totalmente, bianca? E non sembra ancora più strano che, ad oggi, mentre tutti si devono inginocchiare nessuno dica che It’s coming home è un canto razzista in faccia al buonismo?

Senza analizzare in toto il tema della casa che già di per sé aprirebbe domande fenomenologiche (Casa per chi? Chi può entrare? Chi deve rimane fuori?) voglio brevemente analizzare l’altro concetto alla base del ritorno a casa, la melanconia, usando le parole di uno dei maggiori sociologi britannici contemporanei.

Paul Gilroy (via Twitter)

Paul Gilroy è conosciuto in tutto il mondo accademico per aver dato una lettura al concetto di razzismo, superando la riduttiva chiave di lettura legata alla “razza” e portando il discorso ad un livello transnazionale e transculturale: il razzismo è un sistema di controllo e potere che usa la razza per amministrare e dividere. Gilroy, nato a Londra nel 1956, è figlio dell’allora nascente società inglese post coloniale e multiculturale; egli non punta il dito contro la società inglese in sé, anzi vuole aiutare a rileggere i nodi problematici di un passato coloniale archiviato troppo velocemente, per scioglierli in un presente dove – per tornare di nuovo all’Europeo – la doppie origini di Sterling e Kane rappresentano un dato di fatto.

Nel 1987 Gilroy scrisse “There Ain’t No Black in the Union Jack: The Cultural Politics of Race and Nation” proprio a sottolineare come il tema del razzismo in UK rappresentasse l’elefante nella stanza; tutti sapevano nessuno parlava. È però con il suo testo del 2004 che possiamo capire il significato controverso di It’s Coming Home.

In quell’anno Gilroy pubblica After Empire: Melancholia or Convivial Culture, dal cui titolo si può capire l’intento dello studioso, ovvero quello di indagare se, dopo la fine del grande Impero Britannico (che negli anni ’20 governava una superficie di 37.124.894 km2 sparsi per il mondo), il sentimento che ha accompagnato la (ri)costruzione del Paese sia stato quello della convivialità o quello della melanconia per i tempi che furono. Dal momento che la musica è uno dei viatici più efficaci per tramandare e costruire nuove e vecchie identità anche l’analisi di Gilroy, grande conoscitore della musica reggae, passa per questo canale.



Nel suo testo, la risposta a It’s coming home è individuata nell’album di esordio “Original Pirate Material” (2002) del rapper di Birmingham, Mike Skinner, in arte The Street. L’album racconta un’Inghilterra eterogenea e complessa, che vive già nel suo cambiamento e che vede nella casa non un senso di appartenenza fisico, in quanto non lo ricerca, bensì un senso di familiarità basato sulle persone e non sui luoghi, spazi o territori; in particolare Gilroy intitola il terzo capitolo del suo libro come uno dei singoli dell’album, Has it come to this? (Come siamo arrivati a questo?). Attraverso le liriche di The Street, Gilroy vede la presa di coscienza di una nuova generazione per la quale “la razza non è un’identità che può incasellare o contenere individui”

Questo dissidio, generato e legato all’idea della casa, viaggia su due binari: da una parte la casa è intesa come dominio fisico, concetto heidegerriano che si basa sull’idea dell’abitare l’inabitabile estensione della terra, e dall’altra come luogo della condivisione e della relazione con l’altro. Questi due opposti rispecchiano le due facce della “nuova” Inghilterra. Scrive Gilroy:

“Mike Skinner dei The Street ha dato voce al desiderio alternativo di non recuperare o ripetere le ambizioni imperiali, ma di assumere un differente modo di essere nel mondo e girare la pagina della storia nazionale britannica. Nell’arco dell’anno che ha portato allo scoppio della guerra (quella del 2003 n.d.a.), i suoi tentativi poetici di rendere il paese più vivibile, dando valore alla sua abilità di agire su una scala meno-che-imperiale, furono un notevole contrappunto rispetto alle ambizioni totalizzanti di un governo affetto da megalomania politica”.

Proprio in questi mesi il Migration Museum di Londra ha lanciato il progetto Football Moves People sul tema cacio e immigrazione. Uno tra gli interventi più interessanti è quello dei poster dal titolo England Without Immigration dove viene presentata l’attuale formazione allenata da Southgate senza però quei giocatori con origini “extra-inglesi”.

Questo undici fieramente inglese, nella partita del girone contro al Scozia avrebbe visto in campo solo il portiere Jordan Pickford, i difensori John Stones  e Luke Shaw e i centrocampisti Phil Foden e Mason Mount. In una nazionale dove Kalvin Phillips, Reece James, Declan Rice, Jack Grealish solo per citare alcuni dei giocatori dell’ossatura della nazionale ai prossimi mondiali, rappresentano la pluralità, siamo sicuri che It’s coming home sia l’inno giusto?

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