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Italia
13 Maggio

La maledizione (europea) del Torino

Diego Mariottini

52 articoli
30 anni fa l'impresa sfiorata dalla squadra di Mondonico.

In questi decenni ci sono pochissimi momenti di gloria, trofei e soddisfazioni conseguiti sul campo dal Torino. La stagione 1991-92 rappresenta uno di quei pochi. E sarà l’ultima annata degna del nome che la squadra porta. Poi, il baratro o giù di lì. Il 13 maggio di 30 anni fa cade l’ultima illusione di grandezza. Poi, anni bui, sali e scendi fra A e B. Al timone, ogni volta personaggi non all’altezza della squadra più amata dai tifosi italiani. Anche da chi in effetti non la tifa.


GRANDI SOFFERENZE, GRANDI ASPETTATIVE


Non è una scelta qualsiasi. In apparenza è soltanto una predilezione calcistica magari un po’ azzardata. In realtà c’è altro. Chi elegge nel proprio cuore i granata sa su quale strada si mette. Un cammino quasi mai lineare, lungo il quale è facile voltarsi indietro, cadere e farsi male. Sfortuna, incertezze, delusioni, un rapporto controverso con la sorte. Tifare Torino, a qualsiasi latitudine ci si trovi a vivere, è puro atto di fede, eroica resistenza al potere (degli altri). È tratto identitario, ma anche prigione della memoria. Figli legittimi e illegittimi di una gloria che fu e che un giorno sarà. Tifare Torino somiglia all’essere ospiti di un luogo bellissimo dal quale non vi è uscita. Non da vivi, perlomeno. Ognuno ha il proprio “Hotel California” e lo arreda come può.

Tifare Torino significa anche essere temprati alla sofferenza e all’inevitabilità di vivere all’ombra di un gigante, la Juventus. Ma nel ’91, dopo l’ultima retrocessione e il ritorno nella massima serie, c’è entusiasmo ed era ora. L’allenatore è Emiliano Mondonico. Il general manager è Luciano Moggi, figura discussa ma dirigente di sicura qualità. Il presidente è Gian Mauro Borsano, uomo strettamente legato alla politica. Legato soprattutto a Bettino Craxi, anch’egli tifoso granata dichiarato. Poco prima di morire, il leader socialista ribadirà senza mezzi termini la propria appartenenza calcistica: 

«Al Torino sono rimasto sempre fedele, come all’arma. Superga per me, tifoso ragazzino, fu il primo grande dolore della mia vita. Del vecchio Torino mi ricordo anche la formazione, ho persino la foto in casa di questa squadra ormai storica»



Nel 1992 irrompono Tangentopoli e il Pool di Mani Pulite, saltano pian piano tutti i riferimenti politici. Con il tempo Borsano dovrà cedere l’intero pacchetto. Ma al termine del campionato 1990-91 tutto sembra andare per il meglio, il Toro termina al quinto posto e giocherà in Coppa UEFA per l’annata successiva. Il centrocampista Gianluca Sordo ha un ricordo nitido di quella squadra, almeno sotto il profilo del gioco: «Mondonico ha forgiato una squadra molto motivata che, pur non praticando un calcio spettacolare, ha ottenuto in quegli anni risultati significativi, non soltanto in Italia. Peccato soltanto che quella situazione non sia durata a lungo».

Al primo turno gli avversari sono gli islandesi del KR Reykjavik. 2-0 esterno. Al ritorno, 6-1. Tocca poi al Boavista. 2-0 al “Delle Alpi”, 0-0 in Portogallo. Il tifo granata, scettico e scottato dal passato prossimo e remoto, non nutre sogni di gloria, ma nel fondo dell’anima la speranza cova. È legittimo, è giusto. Per gli ottavi di finale la sorte pesca dall’urna i greci dell’AEK. 


C’E’ UN’ARIA…


A inizio anni 90 il malcontento generale è palpabile. Sfiducia nelle istituzioni, diffidenza nella classe politica, c’è chi invoca la secessione del Nord. Nemmeno il sistema calcio appare credibile. Ma per assurdo, in quel mare agitato il Torino, una barca spesso affondata anche in momenti meno complicati, sta vivendo uno stato di grazia. Non è da Toro, ma tant’è. I tifosi stentano a crederci, abituati come sono alle disgrazie. Superga, Meroni, Ferrini, la Juve che vince. Anche Gianluigi Lentini, allora golden-boy del Toro e del calcio italiano, che molti vedevano come la reincarnazione di Gigi Meroni, ricorda con piacere quei momenti e la stessa organizzazione tattica:

«C’erano due difensori deputati a braccare le punte avversarie: Benedetti, Bruno e/o Annoni non ti facevano respirare. Eravamo giovani e forti. Alcuni erano stati scartati da altri ma con noi ebbero un momento di rigenerazione. Mi vengono in mente soprattutto Policano e Martin Vazquez. Rafa era stato liquidato dal Real Madrid troppo in fretta e di quella scelta credo che gli spagnoli si siano pentiti per lungo tempo».

Il 27 novembre ad Atene termina 2-2. Il ritorno finisce 1-0 per i padroni di casa. A marzo 1992 il Torino dovrà affrontare i danesi del Boldklubben di Copenhagen. Squadra che ha eliminato l’Aberdeen, il Trabzonspor e soprattutto il Bayern Monaco. A Copenaghen, Casagrande e Policano mettono il risultato al sicuro. Il ritorno va presto in archivio: il difensore Nielsen mette il pallone nella propria porta nel tentativo di anticipare Casagrande. Di fatto, finisce lì. La squadra granata è in semifinale, senza avere mai perso. È la seconda volta che il Torino arriva così avanti in Europa: nel 1965 il Toro era arrivato a un passo dalla finalissima di Coppa delle Coppe. Solo la tripla sfida con i tedeschi del Monaco 1860 avrebbe privato i granata della gioia di disputare la finale contro il West Ham. Tra una semifinale e l’altra è passato quasi un trentennio: uno scudetto vinto nel 1976, una Coppa Italia conquistata nel 1971, ma anche tanti, troppi, campionati scialbi con fugaci apparizioni nelle coppe continentali. Dall’urna esce il nome del Real Madrid.



IL REAL MADRID


«Torino-Real Madrid è secondo me un pezzo di storia. Una di quelle partite che ancora rivedo con estremo piacere. Quella sera io marcavo Butragueño».

Pasquale Bruno

Poter schierare gente come Sanchìs, Michel, Hierro, Hagi, Hugo Sanchez, Luis Enrique, Butragueño, non è da tutti. Affrontarli alla pari non è pensabile. Il 1° aprile vince il Real 2-1, tutto sommato va bene. I granata escono battuti ma speranzosi dal Santiago Bernabeu. Domenica 5 è in cartellone il derby con la Juventus. Con la vittoria per 2-0 la squadra conferma il momento. In campionato il Torino non perderà più, terminando al terzo posto. Mercoledì 15 il Real Madrid rende la visita. Di rado il “Delle Alpi” è stato così pieno.

Dopo pochi minuti del primo tempo, grazie a un’autorete del brasiliano Fernando Rocha, la squadra di casa passa in vantaggio. Gioia ma anche timore, ci sono 80 minuti da giocare e l’avversaria è quella che è, fosse solo per il nome che ha. Il Toro si difende con ordine, attende a centrocampo, pronto a ripartire in velocità. Un quarto d’ora alla fine: fraseggio veloce a centrocampo, Lentini si invola sulla sinistra dopo avere ricevuto palla da Scifo. Il fantasista granata punta il difensore Chendo. Per evitare il fallo da rigore, il terzino si lascia scavalcare consentendo a Lentini di effettuare un cross all’indietro verso il centro dell’area avversaria. Scifo e Casagrande non arrivano sul pallone ma Fusi, dalle retrovie sì. 2-0. Tripudio. 

Intervistato a fine partita dalla RAI, il presentatore Piero Chiambretti, tifosissimo granata, è insieme ironico e lapidario: «Ora siamo nella storia del calcio europeo. Andiamo ad Amsterdam per prendere due piccioni con una fava. Vinciamo la Coppa e troviamo le donne». Donne o no, c’è un credito con la storia che prima o poi la sorte deve pur saldare, sia pure a rate. I tifosi lo sentono, tutti lo sanno. Così l 15 aprile 1992 diviene una data indimenticabile: contro ogni pronostico iniziale e perfino a dispetto delle speranze più riposte dei tifosi, il Torino è in finale di Coppa UEFA, lo aspetterà l’Ajax a fine mese.



LA FINALE 


Ma prima di andare in Olanda si gioca a Torino il 29 aprile 1992. Dell’Ajax sorprende la tranquillità con la quale sembra gestire ogni fase di una partita. Ma chi ha eliminato il Real può battere chiunque, dicono. Sarà, ma dopo un quarto d’ora un tiro di Jonk da quasi 40 metri porta in vantaggio la squadra di Amsterdam. Il Delle Alpi raggela, antichi fantasmi sembrano farsi di nuovo carne. A metà ripresa arriva il gol del pareggio di Casagrande, sugli spalti torna la speranza.

Tuttavia 10 minuti più tardi, Benedetti affronta in maniera fallosa Bergkamp in area di rigore. Dagli 11 metri Petterson porta di nuovo l’Ajax in vantaggio. Quando Casagrande ruba un pallone in area di rigore, vince un contrasto “spalla a spalla” con il difensore Blind e con la punta del piede destro beffa di nuovo il portiere Menzo, si torna a respirare e a sperare. Un 2-2 casalingo non sarà il migliore dei risultati finali, ma almeno la fiamma della speranza è ancora viva. Tutto è rimandato a mercoledì 13 maggio. Almeno per ora, i fantasmi restano fantasmi.


LA SERA DEI MIRACOLI


Ad Amsterdam la squadra arriva con la convinzione di poter compiere un’impresa che racchiuderebbe in sé la complicatezza e insieme il fascino dell’essere Toro, in campo come nella vita. Il calcio vive sovente di episodi decisivi, Ajax-Torino ne sarà la prova. A metà del primo tempo Lentini si libera sulla fascia sinistra, crossa al centro e Casagrande di testa anticipa tutti. Il portiere non è sulla traiettoria e dalla prospettiva offerta dalla tv si grida al gol: palo. Dopo 10 minuti della ripresa s’infortuna Cravero, capitano e guida della difesa. Cambia l’assetto tattico: entra Sordo, un centrocampista, e la difesa viene ridisegnata con Fusi che va a fare il libero.

Prima di infortunarsi tuttavia, Cravero è autore di un’azione importante: entra in area e salta con un dribbling a rientrare il difensore De Boer. Fra i due c’è contatto fisico, la cui natura non è chiarissima. Il direttore di gara fa cenno di proseguire. Il tecnico granata reagisce con un gesto che rimarrà impresso nella memoria di molti: prende in mano una sedia a bordo campo e la alza sopra la propria testa brandendola. «Quella sedia è il simbolo di chi tifa contro tutto e tutti. È il simbolo di chi non ci sta e reagisce con i mezzi che ha a disposizione. È un simbolo-Toro perché una sedia non è un fucile, è un’arma da osteria», dirà subito dopo lo stesso Mondonico, che poi tornerà invece sull’episodio con un filo di sana autoironia:

«Per me andava fischiato il rigore, ne ero convinto. Così non fu e, preso dalla rabbia, presi una sedia per protestare. Mi girai e tutti dietro di me mi guardarono come se fossi impazzito. In seguito, riguardando l’episodio ho capito che forse aveva ragione l’arbitro, non era rigore. Quindi ho fatto una doppia figuraccia».

Emiliano Mondonico



“UNA SOLA SQUADRA AL MONDO…”


Nella seconda parte della ripresa la manovra granata s’intensifica e gli attacchi verso la porta avversaria diventano più continui. Manca un quarto d’ora alla fine quando Mussi, un difensore non abituato a fare gol, raccoglie palla sulla trequarti avversaria e lascia partire un tiro abbastanza centrale ma potente. La parabola subisce la deviazione da parte di un difensore avversario e cambia completamente di traiettoria. Menzo è già in volo per cercare di prendere il pallone ma non è Superman. Dunque, a causa della forza di gravità, non può cambiare direzione una volta sospeso. La conclusione sembra destinata al fondo della rete ma il pallone va a sbattere ancora una volta contro il palo.

Non è semplice credere nella vittoria, specie nelle condizioni in cui sta maturando il più inutile degli 0-0, ma il Torino, malgrado tutto, ci crede ancora. Siamo in pieno recupero: Mussi lancia l’ennesimo cross verso un’area olandese in cui s’addensa la quasi totalità dei giocatori in campo. La palla passa tra diverse gambe senza che nessuna la tocchi. Sordo si ritrova sul destro la palla che può cambiare la storia. Traversa. «Di rado ho colpito un pallone in modo così pulito – dirà sconsolato, seppure a distanza di anni, il diretto interessato – Se avessi calciato la palla di prima intenzione, un po’ alla come viene, avrei fatto di sicuro gol e ora staremmo raccontando un’altra partita. Di certo, non questa».

La partita termina 0-0, i granata sono distrutti, la Coppa UEFA la alzano quelli all’Ajax. Resta un’amarezza che si sintetizza nelle parole di Roberto Cravero, pronunciate lì per lì al microfono dell’inviato RAI: 

«Credo che esista solo una società al mondo che perde le finali così: è il Torino. Siamo maledetti, non so cos’altro dire».

Il terzo posto in campionato non lenirà la delusione. Nel 1993 il Torino vincerà la Coppa Italia, ma l’affermazione rappresenterà il canto del cigno di una società ormai alla deriva. Vedremo passare pseudo imprenditori, “notai cantanti”, uomini di facciata. Tutto tranne figure degne e società all’altezza di un pubblico che non smette di sperare in una nuova grandezza, un giorno. Contro ogni logica, e mai per eccesso o latenza di fantasia. 

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