La piccola sartoria ubicata all’angolo di Green Lane a Wimslow è in fermento. Un fabbricato eretto da un dedalo di mattoncini scuri sui cui infissi, sezionati dalle classiche grate all’inglese, scivolano zigzagando gocce di pioggia figlie del Mare d’Irlanda. Gli alisei le trascinano attraverso nubi grigiastre sulla campagna del Cheshire, pronta nel frattempo a rintanarsi in cottage fumanti.

 

Si avverte il respiro di Manchester, quanto basta a Wimslow per essere definito villaggio con tutti i crismi e non anonimo punto topografico composto da casette avvinghiate dai sempre più lunghi tentacoli del suburbio. Uomini e donne seduti ai banchi da lavoro si chinano su stoffe colorate con metri flessibili, righelli e forbici affilate, mentre enormi casse di bobine di filo sono piazzate accanto alle macchine in ferro della ditta Bradbury’s & Company.

 

Gli aghi picchiettano con ritmo incessante i tessuti: risvolti, maniche e colletti, oscillando in modo alternato, dall’alto verso il basso, trascinando, indietreggiando, a seconda della posizione data al perno della spoletta. Un pedale, posto sotto il tavolo della macchina, è collegato a una cinghia per permettere a entrambe le mani di restare libere e disponibili per qualsivoglia necessità di modifica.

 

Il presidente del Manchester City, Wilf Wild, chiede […] la disponibilità per la progettazione di un kit di maglie da indossare durante la finale della Coppa d’Inghilterra del 28 aprile 1934.

 

La sartoria sta dando lavoro dal 1924 ad almeno una ventina di operai fra uomini e donne, e i fratelli Harold e Wallace Humphreys, figli del vignettista James e di sua moglie Mary Ann (che gestisce l’indolente Bull’s Head Hotel di Mobberley) ne sono orgogliosi. Al termine del primo conflitto mondiale hanno lasciato l’impiego in un magazzino di Stockport con un pugno di penny in tasca per comprarsi una modesta lavanderia proprio qui a Wilmslow.

 

Le consegne iniziali vengono espletate con un empirico carretto tirato da un garzone di bottega. Poi però, una decina d’anni dopo, accade qualcosa che cambia per sempre la loro vita e quella dell’abbigliamento sportivo: un telegramma. Il dispaccio risultava spedito dagli uffici dello stadio di Maine Road e il presidente del Manchester City, Wilf Wild, chiede loro la disponibilità per la progettazione di un kit di maglie da indossare durante la finale della Coppa d’Inghilterra del 28 aprile 1934. La partita, contro il Portsmouth, si gioca Londra. Eccola la svolta.

 

Cucire le divise per una partita di calcio, anzi, per la partita di calcio. Con buona dose di ego tutto britannico, in quel momento la finale di FA Cup è decisamente più conosciuta e importante della stessa Coppa del Mondo. Oh, casomai sussiste un problema; beninteso che i fratelli non hanno mai dubbi sulla voglia e sulla capacità di vestire una squadra così importante. Il problema è legato al fatto, se vogliamo abbastanza banale, che i club in questione presentano entrambi colori piuttosto simili.

 

Umbro Tottenham

Molti anni dopo la Umbro vestirà il Tottenham Hotspur

 

Serve un’idea affinché la Humphreys Brothers Clothing, ormai serrata nella contrazione commerciale UMBRO, faccia una grande figura durante la finale. Centomila persone sulle gradinate e milioni nel paese attaccate alla radio dovevano avere la netta sensazione di un confronto non solamente sportivo ma anche legato alla bellezza dovuta agli indumenti degli atleti scesi in campo. L’idea viene, ed è quella di creare una divisa color granata (o “maroon” come dicono loro) con i bottoni a chiudere il colletto orizzontale sullo sterno e uno splendido “crest”, ossia un raffinato stemma, dove l’unicorno e il leone, simboli della corona, sono intenti a brandire lo scudo dello “Ship Canal” di Manchester. Quest’ultimo è solcato da un veliero e dalla dicitura “Wembley 1934”.

 

Sarà un autentico successo sia per il Manchester City, che conquista la Coppa con una doppietta di Fred Tilson, sia per la ditta. La divisa piace così tanto che la dirigenza del City fa pervenire immediatamente un altro telegramma per congratularsi con Umbro ringraziando “per il comfort, la qualità e l’eleganza del materiale”, augurandosi inoltre l’apertura di un rapporto a lungo termine con l’azienda.

 

Harold Humphreys e suo fratello Wallace, addossati al bancone di mescita in quercia di un pub di Wilmslow, brindano al successo mettendosi subito al lavoro, viste le nuovi e incombenti commissioni giunte da mezza Inghilterra e sparse sul tavolo del loro studio. Ma arriva la Seconda Guerra Mondiale. L’azienda inizia così a fornire divise ed equipaggiamenti per l’esercito di sua maestà. Non solo. Durante il corso di quegli anni di sangue, fumo e macerie, nella mensa aziendale vengono accolti e rifocillati circa 250.000 soldati.

 

Umbro 1934

Per la finale di FA Cup del 1934, Umbro usa l’innovativa “Tangeru fabric” per la prima volta (foto da Umbro/Facebook)

 

Quando il pallone tornerà a rimbalzare sui campi il “brand” entrerà in una serie di fotogrammi memorabili cuciti da uno stile unico. Una tappa significativa del “Doube Diamonds” in altri sport verrà marcata nel 1958 da un certo Roger Bannister, sfinito ma felice; è il primo atleta capace di percorrere un miglio in meno di quattro minuti.

 

Nel 1952 Umbro inizia un legame abbastanza viscerale con le nazionali britanniche ma siccome gli inglesi del periodo sono trascinati più dall’inerzia che dalla volontà di confronto con il resto del globo pedatorio, un po’ alla stregua dei giapponesi del medioevo, sorprendentemente sarà il Brasile a portare la ditta su tutti i rotocalchi sportivi e non: la Seleçao di un giovanissimo Pelé nel 1958 batterà la Svezia a Stoccolma per 5-2 alzando la prima delle sue cinque Coppe del Mondo, quattro delle quali griffate dal “brand” inglese.

 

Tuttavia, amore della mamma, Umbro accompagnerà i “Three Lions” alla vittoria del Mondiale casalingo datato 1966 monopolizzando l’intera competizione visto che 15 squadre su 16 vestiranno i loro prodotti con la sola esclusione dell’Unione Sovietica. Questo senza dimenticare che in Inghilterra gli Humphrey Brother’s stanno già facendo pentole e coperchi e tre club su quattro dei campionati gestiti dalla Football League indossano maglie confezionate dalla Umbro.

 

Umbro marchio

L’evoluzione del marchio Umbro

 

Altra minuta indiscrezione a proposito del Mondiale del 1966: nonostante l’Inghilterra fosse il paese ospitante, in occasione della finale, sotto le torri dell’Empire Stadium, la Germania venne sorteggiata come squadra numero uno sul tabellone e i calciatori inglesi di Alf Ramsey furono costretti a ripiegare sulla celeberrima maglia rossa che di lì a poco, grazie alla vittoria, sarebbe diventata iconica al pari della faccia angelica di Bobby Moore.

 

Dimenticavamo, il lancio della linea Replica per bambini, nel 1959, si può già considerare una prova generale, oltre che un’intuizione geniale: anche i più piccoli si possono agghindare come i loro idoli. Altro anno significativo per la storia di Umbro resta il 1970. La “Rimet” sbarca in Messico e a trionfare sarà ancora il Brasile. La Umbro, in quella competizione, si rende protagonista grazie alle rivoluzionarie maglie traspiranti dette, con discreta originalità, “Aztec”. Le divise permetteranno ai giocatori di affrontare al meglio la torrida estate sugli altopiani messicani.

 

Certo come no, la Coppa dei Campioni: il marchio vuole essere protagonista nelle manifestazioni continentali e ciò avverrà col successo del Celtic nel 1967. Poi toccherà al Liverpool farsi fotografare vincitore (curiosamente da Roma a Roma, passando per Londra e Parigi) fra il 1977 e il 1984. E chi si scorda di quell’uno/due firmato Sheringham-Solskjaer nella finale catalana del 1999 dove il Manchester United stenderà il Bayern Monaco recando sul petto il diamante a sei anni di distanza. Da quando, cioè, nel 1993, i “red devils” tornano a sedersi sul trono d’Inghilterra e (fra l’altro) anche in quell’occasione ammantati da una leggendaria Umbro retrò tutta da gustarsi.

 

C’è dell’altro. Solskjaer realizza infatti quello storico gol indossando le Umbro Speciali

 

Parlando di United va detto che il roccioso Duncan Edwards, uno dei calciatori vittime della tragedia aerea del 1958 che decimò i Busby Bubes, probabilmente uno dei migliori prospetti del calcio inglese dell’epoca, servì da modello alla tenuta della squadra, cucita ovviamente dalle sarte della Umbro. Quella maglia presentava un collo a V di gran classe. In ogni caso sarà il ventennio 80/90 (quando la società si trasferisce “armi e bagagli” nella nuovissima sede all’avanguardia di Cheadle, sempre ubicata nell’immediata periferia di Manchester) l’epoca di splendore della Umbro.

 

Dagli Old Firm scozzesi, all’Arsenal che sedurrà Nick Hornby, fino a Italia 90, in cui al bianco tradizionale dei tre leoni verranno aggiunti tocchi di qualità grazie alle bande (tipo greche) sui bordi delle maniche e sul colletto rifinito in blu. Stesso discorso per il pantaloncino blu notte in nylon reso particolare da angusti baffetti sui lati per completare quello che resterà negli annali come uno dei completi più famosi di sempre.

 

Questo genere di prodotto, questo stilema, andrà alla grande ad esempio in Serie A. Celebre la maglietta della Lazio con il bianco listato da gradazioni nere e oltremare a incorniciare il dovuto spazio al celeste pantocratore. Umbro entrerà a gamba tesa sugli anni Novanta sviluppando anche una serie di calzature realizzate con pelli pregiate, leggere, accurate e funzionali.

 

E il colletto alzato di Cantona dove lo mettiamo? Fottuto genio e sregolatezza di un francese all’anagrafe ma non di fatto.

 

Scorrendo il nastro ci sono momenti ed immagini topiche che hanno posto Umbro sull’altare del mito: Terry Butcher (un nome un programma) versione “ splatter” alla Quentin Tarantino, con la maglia insanguinata dopo la gara disputata con la Svezia il 6 settembre 1989; e il colletto alzato di Cantona dove lo mettiamo? Fottuto genio e sregolatezza di un francese all’anagrafe ma non di fatto.

 

E ancora. La meravigliosa rete di Michael Owen contro l’Argentina nel 1998, autentica perla per un attaccante apparso serio prodigio che tre anni dopo avrebbe alzato il Pallone d’Oro. Oppure il modello Alan Shearer, il centravanti di Gosforth, dalle vocali maledettamente strette, che nelle sue annate da “Northern Rock” con il Newcastle e con il Blackburn Rovers ha calzato Umbro con risultati totemici. E perché no, il romantico ritorno di Wayne Rooney all’Everton con la maglia “brandizzata” indossata al momento della firma sul contratto nel serafico Goodison Park.

 

Se in passato Umbro ha avuto in pratica l’esclusiva in molte competizioni, oggi la situazione è cambiata: il numero degli sponsor tecnici è aumentato e colossi come Adidas, Nike e Puma si sono assicurati grandi fette di mercato. A livello internazionale attualmente il gruppo opera a stretto contatto con una rete di 47 licenziatari per mantenere un’identità di marchio globale e uniforme. Certo, nel frattempo è diventata sezione Nike, ma non si è comunque arresa al modernismo imperante e ha continuato a lavorare secondo la propria natura senza dimenticarsi delle origini. Senza dimenticarsi di quella piccola fabbrica di Wimslow, senza dimenticarsi di omaggiare lo scorrere della storia nei suoi contenuti. Una storia lunga quasi un secolo, attenta al presente e volta al futuro. Umbro is the name.

 


Immagine di copertina: Contrasti x Ker Robertson/Getty Images